martedì 29 novembre 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 13 e il 16 Dicembre

Frank Sinatra
Sibaldi vede, nella radice nun-nun-aleph del Nome il concetto: "Soltanto nelle grandi opere il mio spirito agisce", e porta ad esempio la Tour Eiffel (costruita a Parigi nel 1889 dal Nana’e’el Alexandre- Gustave Eiffel), dicendo che quest'opera dovrebbe ispirare i protetti di questo Angelo. Perché quella installazione fu tra i monumenti più fortunati al mondo (seconda solo, per popolarità, alla Statua della Libertà, a cui pure Eiffel dette il suo contributo), e divenne l’emblema di una capitale, di uno stile, dei tempi moderni d’allora: la si amò tanto più dolcemente, quanto più ci si accorse della sua assoluta inutilità e mancanza di significato, della sua boria – che ancor oggi suscita un irresistibile sorriso – e di tutto il vuoto che contiene. Morale della Torre: non temano, i Nana’e’el, quello che ogni altro dovrebbe temere, e cioè di apparire palloni gonfiati, giacché nessuno saprebbe farlo meglio e più a proposito di loro. Il loro successo (e sono nati per il successo) dipende esclusivamente dalla loro capacità di pensare in grande, non importa in quale campo: conoscono certi segreti della statica e della dinamica, per i quali quanto più voluminoso è ciò che hanno in mente, tanto più risulterà leggero e agile – e si dà il caso, infatti, che la pressione esercitata a terra dalla Torre Eiffel equivalga a quella di un uomo seduto su una sedia. Viceversa, quanto più modesta sarà la loro immaginazione, tanto più avvertiranno il peso della materia: e non vi è nulla che opprima e schiacci talmente i Nana’e’el come le piccole cose quotidiane, e nulla in cui possano star certi di fallire, come nel progettare affari di poco conto. Ciò rende, di solito, molto difficili i loro inizi, quando ancora nessuno si fida di loro, e i capitali e gli intenti delle loro iniziative sono necessariamente modesti: corrono il rischio di non salpare mai, tanto li deprime il piccolo cabotaggio. È bene che saltino senz’altro le prime fasi, che azzardino spacconate, scavalcando apprendistati e gerarchie e puntando direttamente al massimo. In quale campo non importa, purché abbia in qualche modo a che fare con l’architettura, con la costruzione: di edifici o di reti di comunicazione, di forme d’arte o di strategie commerciali, di oggetti d’uso o di programmi di formazione. Quanto ai finanziamenti, li troveranno senz’altro: vi è infatti una particolare ispirazione che guida sempre i Nana’e’el con grandi idee, e fa sì che i loro progetti siano perfettamente in consonanza con ciò che la maggior parte dei loro connazionali predilige o è pronta ad apprezzare in quel preciso momento. Non è solo fortuna. È che fin da adolescenti i Nana’e’el sanno vivere in armonia con la maggioranza, condividendone del tutto naturalmente il modo di sentire. In un certo senso, possiamo dire che pensino soltanto in grande in ogni aspetto della loro esistenza. Se, per esempio, hanno interessi spirituali, si riconosceranno fiduciosamente nella religione predominante nel Paese in cui risiedono; se hanno passioni politiche, aderiranno senz’altro al partito di governo. I loro obiettivi personali si calibreranno sempre sui livelli di prestigio che, nel loro tempo, sono considerati desiderabili; e anche nella sfera privata, tutto ciò che potrebbe piacere a minoranze, sia passatiste sia troppo progressiste, incontrerà il loro deciso sfavore. Non possono fare altrimenti. Il Nana’e’el Gustave Flaubert raffigurò limpidamente, in Madame Bovary, il tragico dissidio tra la protagonista e i valori, i doveri che nel suo ambiente la maggioranza, appunto, riteneva necessari: Emma Bovary non amava il marito, cercava qualcuno, qualcosa che le permettesse di sottrarsi alla vita in provincia, ma riuscì soltanto a correre verso la rovina, proprio perché, in animi nanaeliani come il suo, nulla, nemmeno il disamore, è più potente del conformismo. Non tentino la fuga, dunque, questi colossi: si radichino bene, e prospereranno. Infine, oltre che nel corpo sociale, è indispensabile che imparino a trovarsi benissimo anche nel loro corpo fisico: vale anche qui quello stesso magnifico rapporto nanaeliano tra grandiosità ed efficacia. Quanto maggiore, infatti, è l’importanza che sanno attribuire alle proprie doti fisiche, tanto più sicuramente le avranno sempre al proprio servizio: si pensi non soltanto alla voce sapiente del Nana’e’el Frank Sinatra, ma anche all’affascinante sicurezza che sapeva emanare da ogni tratto del suo corpo, la cui gracilità non sembrò mai imbarazzarlo minimamente. E viceversa, quando il corpo appare loro un fatto trascurabile, perché tentano di trascenderlo per le esigenze dell’anima, ne vengono regolarmente traditi: celeberrimo il caso del Nana’e’el Beethoven, che divenne sordo poco dopo i trent’anni, come se le sue fibre avessero voluto punirlo per lo slancio eccessivo, quasi mistico, della sua spiritualità. Davvero la materia è la chiave di volta dei destini nanaeliani. Lo scrittore inglese Arthur C. Clarke (nato il 16) lo aveva intuito, certamente, quando in 2001: Odissea nello spazio narrò il duello tra l’astronauta e il suo computer HAL: anche lì, l’astronauta simboleggiava la mente, l’anima che tenta di opporsi alla materia, e riesce a disattivarla, sì, ma solo per perdersi poi nell’infinito. E non volle fare qualcosa di simile anche il Nana’e’el Nerone? Il suo ordine di incendiare Roma fu un’altra rivolta contro la materia; e poi si perse nella follia e nella catastrofe. Serva anche questo  da monito: nessuna fuga, piedi saldamente piantati a terra, petto in fuori e geniali occhiate verso nuove e vastissime imprese costruttive: sono gli ingredienti essenziali del benessere dei Nana’e’el, e certamente anche del benessere di chi li circonda.
Le qualità che sviluppa Nanael sono amore per la verità e per la vita, amore di DIO e delle sue creazioni, pace interiore, servizio disinteressato all'umanità, comprensione delle scienze astratte e dell'esoterismo; ma anche senso pratico e progettualità. Nanael dona inoltre ispirazione ai costruttori, agli avvocati e ai magistrati, concede di apprezzare il silenzio e di trovare alloggio in luoghi al riparo dal clamore.


 
                                      Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 8 e il 12 Dicembre

La poetessa Emily Dickinson

Sibaldi vede, nella radice ayin-mem-mem del Nome il concetto: "Le apparenze limitano l’orizzonte" e avverte che il compito degli ‘Imamiyah è uno dei più difficili e scomodi dell’intero panorama angelologico. È l’Angelo dei prigionieri (quella doppia mem, nel Nome, è anche l’immagine di una doppia cinta di mura), degli schiavi, di chi ha attorno a sé un nemico soverchiante: e a capo del nemico, sulla porta del carcere, sta l’inganno, l’ayin, l’apparenza che nasconde solamente il nulla. Gli ‘Imamiyah devono imparare e insegnare ad accorgersi di quanto la vita dei loro simili venga a trovarsi spesso in una situazione del genere. La gente comune non lo vede, o se anche lo vede non vuol farci caso. Così, per esempio, né l’Occidente né gran parte della popolazione sovietica voleva accorgersi di quanto orribili fossero certi aspetti dello stalinismo e del poststalinismo, quando un fervido ‘Imamiyah come Solgenitsyn metteva a rischio la vita per denunciarli. Una lunga educazione all’accorgersi delle proprie schiavitù psicologiche e religiose sono anche i libri dello ‘Imamiyah Osho, che venne avvelenato – si dice – per aver scardinato troppe porte di quelle prigioni. Agli ‘Imamiyah, appunto, tocca in sorte innanzitutto imparare in che cosa consista l’oppressione: e questa è naturalmente, per la maggior parte di loro, la parte più dura. Pochi hanno la fortuna o l’accortezza di cominciare presto a interessarsi di ossessioni, fissazioni, fobie, sensi di colpa e vittimismo (dei più frequenti carcerieri, cioè, dell’uomo contemporaneo) e di armarsi preventivamente contro di essi. In genere, lo ‘Imamiyah si trova a sperimentare tutto questo di persona: e per anni è costretto, per la sua stessa sopravvivenza, a fare i conti con pesanti fantasmi della propria mente; o magari con gli incubi e le angosce di persone a lui vicine; oppure a subire situazioni di grande solitudine, di incomprensione, di marginalità. Scopre in tal modo che cosa significhi ritrovare se stessi, lottare, difendersi. Accumula ed esercita in questa scoperta un’immensa energia e finalmente – se tutto va bene – può cominciare a fare da guida ad altri. A volte è già piuttosto tardi, per lui, e certi ‘Imamiyah somigliano all’abate Faria ne Il conte di Montecristo: la poetessa Emily Dickinson, per esempio, che mai poté uscire dal suo villaggio natale, e le cui opere vennero pubblicate solamente postume. Altre volte il duro periodo di apprendistato li segna profondamente, fino a renderli cupi, aggressivi, impulsivi, distruttivi spesso, con anche la tendenza a imporre ad altri rapporti di dipendenza – come per un triste risarcimento, o per una brutta piega rimasta dai tempi delle loro personali schiavitù. Pressoché tutti, infine, possono apparire emotivamente chiusi, sfuggenti, con uno sguardo sospettoso e sarcastico su chiunque nel loro ambiente abbia pregi e prestigio – come se in qualche modo rubasse la scena a loro, che dopo così lunga maturazione interiore avrebbero tante cose da dire. Ne hanno, infatti. Qualunque sia la loro professione, li anima un preciso desiderio di opporsi, più o meno direttamente, a ogni forma di limitazione o anche autolimitazione della dignità umana: cercano e spesso trovano oppressori da smascherare, situazioni ingiuste alle quali ribellarsi. Sognano onestamente la riconquista di un Paradiso perduto, per usare il titolo dell’opera più famosa di John Milton, un ‘Imamiyah anche lui. Come terapeuti sono abilissimi, come sindacalisti e attivisti politici sono spesso esemplari, e in qualsiasi apparato di controllo o nelle forze dell’ordine possono rivelarsi preziosi. Tutto dipende, sempre, da quanto siano riusciti a liberare se stessi dai taglienti residui del loro istruttivo passato. Il più frequente dei loro rischi psicologici, quando cominciano a darsi da fare per gli altri, è l’idealizzazione eroica della propria figura: sentirsi troppo investiti di una missione non fa bene agli ‘Imamiyah. Il loro senso della realtà tende ad appannarsi, e mentre danno la caccia o aggrediscono un nemico, un oppressore (magari solamente presunto tale) o insegnano ad altri a liberarsi da plagi e prigionie, può capitar loro di non rendersi conto di venir presi essi stessi per individui opprimenti; fu così per un ‘Imamiyah dei più cupi e sventurati, il generale Custer, nella cui mente, forse, non balenò mai l’idea che fosse lui il nemico degli indiani, ben più di quanto gli indiani fossero nemici suoi. È necessario che si abituino a sorvegliarsi; che facciano il meno possibile di testa loro e trovino una causa, una Chiesa, un partito per il quale agire; e possibilmente che, tra tutte le armi per lottare contro le servitù, imparino a preferire l’ironia – che tra l’altro ha il vantaggio di potersi applicare, non appena sia necessario, anche contro chi la usa. Tutte queste cautele sono indispensabili per gli ‘Imamiyah, anche perché permettono loro di non eccedere nel senso di responsabilità personale: se agiscono in totale autonomia e si prendono troppo sul serio, tendono infatti a soverchiarsi di impegni e soprattutto di tensioni, fino a fiaccare la loro fibra fisica e nervosa.
Quanto agli ‘Imamiyah che non si sentono toccati da impulsi altruistici, sappiano che il loro destino non guadagna niente dall'egoismo; anzi ne potranno discendere cupe conseguenze. Non solo restano bloccati nella prima fase della loro crescita interiore – nella scoperta dell’oppressione, appunto, e passano così da una prigionia all’altra, nei loro rapporti umani, e da una fase ossessiva all’altra, nei loro rapporti con se stessi – ma cresce e ribolle in loro un’astiosità tutta speciale, rancorosa, invidiosa. Sviluppano la tendenza a trovarsi dei capi, per poi rapidamente tradirli; a incensare un amico e conquistarsene la fiducia, per poi calunniarlo. E non vi è legame, nemmeno famigliare, che ben presto non appaia loro come una trappola da cui liberarsi. Questa si materializza come l’ombra brutta del compito che avrebbero dovuto svolgere, e che per egoismo hanno mancato. È una compulsione, un altro carcere dunque: se vogliono venirne fuori si ricordino che tutto dipende da loro, abbiano il coraggio di un'inverione a U.

Le qualità che sviluppa Imamiah sono la propensione a riconoscere i propri errori, il saperli correggere e il riparare i danni causati. Dunque capacità di perdono, di rappacificarsi con i propri avversari, di soccorrere gli altri nelle difficoltà. Rigore, laboriosità, fede e senso del servizio, pazienza, coraggio, umiltà, semplicità. Tramite l'Invocazione è possibile ottenere da Imamiah, oltre a tutti i suoi i doni, liberazione dei prigionieri, viaggi utili e dilettevoli; inoltre la protezione da persone ostili, purché si sia nel giusto, oppure sinceramente pentiti per errori che hanno condotto all'ostilità.


             
                                            Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 3 e il 7 Dicembre




La celebre fontana del Berini


Sibaldi vede, nella radice he-heth-shin del Nome il concetto: "La mia energia lavora per la conoscenza" e collega questo angelo a Wewuhe’el (o Vehuel), o almeno ai suoi lati "sprezzanti". Come Vehuel, dice, anche gli Hahashiyah amano la solitudine e la contemplazione, e scuotono tristemente il capo guardando la società dall’alto della loro invisibile torre interiore. Sanno che molto difficilmente l’umanità migliorerà; sospirano pensando a come le immense e luminose doti dei bambini siano quasi sempre destinate a scomparire con l’età adulta, perché il mondo è troppo guasto per apprezzarle e farle fiorire - e a questo gli Hahashiyah non hanno alcuna intenzione di rassegnarsi: lo prendono piuttosto come una sfida ai loro ideali di bellezza e di verità, e lottano per destare ciò che di meglio vi è nei loro simili. Però, non lo fanno da vincitori, nel senso in cui il mondo intende di solito questa parola: non arriva mai, per loro, il momento in cui sentono di aver adempiuto al loro compito e di potersi concedere una felice ricompensa. Non lo desiderano nemmeno; è come se il loro animo guardasse sempre oltre: la tensione, la voglia e la fatica di raggiungere mete sempre più alte e grandi valgono, per loro, infinitamente più di qualsiasi soddisfazione o applauso. È la loro tenace Energia Yod ad animarli in tal modo: sono medici all’opera per guarire il destino di tutta la loro epoca – e perdere tempo a rallegrarsi per qualche successo inevitabilmente momentaneo va contro i loro solidissimi principi. Ciò ha talvolta l’effetto di renderli antipatici a molti, e in particolar modo a chi lavora con loro o per loro. Corrono il rischio di apparire troppo ambiziosi ed esigenti, intolleranti, maniacali anche; accade che li si veda come veri e propri esaltati e che si parli di loro in termini orribili. Ma è bene che gli Hahashiyah non ci facciano caso: si infurierebbero davvero, se no, vedendo tanto fraintesa la loro dedizione agli ideali; e il loro amore per l’umanità potrebbe trasformarsi in odio e in depressione. È quel che avvenne, per esempio, al Hahashiyah Walt Disney, che – pochi anni dopo avere inventato Topolino e Paperino per la gioia dei bambini di tutto il mondo – in qualche suo accesso di tristezza si vendicò dell’incomprensione di alcuni collaboratori licenziandoli brutalmente, e denunciandoli, pare, all’FBI come pericolosi estremisti di sinistra. Gli Hahashiyah imperturbabili, solitari, appassionati, sono bensì individui meravigliosi. Sono capaci di guardare sempre oltre in molti sensi. Sanno per esempio scorgere negli altri qualità che chiunque ignorerebbe, e sanno destarle, anche, come il Principe Azzurro desta Biancaneve: così l’Hahashiyah Joseph Conrad costruì uno dei suoi personaggi più celebri, Lord Jim, mostrando come un vigliacco possa scoprire in se stesso una vocazione di eroe. Sanno anche intravvedere nel futuro possibilità inaudite, come se davvero scrutassero lontano da una torre; e riescono perciò a sperimentare, osare, realizzare quelli che a tutti sarebbero sembrati sogni impossibili: si pensi ai capolavori dell’Hahashiyah Bernini o, di nuovo, al motto prediletto di Disney: «If you can dream it, you can do it!» E soprattutto non temono di esplorare remote e strane regioni spirituali: hanno per loro natura quel dono che i religiosi chiamano «rivelazione»: quando sono all’opera, cioè, quando creano o quando insegnano (sono infatti anche ottimi insegnanti), capita spesso che si accorgano, improvvisamente, di sapere e di aver detto qualcosa di molto importante, che non avevano mai imparato e a cui non avevano mai nemmeno pensato prima. Se non si lasciano intimidire da questi prodigi, possono sviluppare un talento di occultisti o di mistici: devono soltanto affinare il loro bisogno di conoscenza – raffigurato nella lettera shin, nel Nome del loro Angelo – e abituarsi a quella sensazione che ne proviene, simile a un vento forte che rende nitida l’aria, e spingere avanti la loro immaginazione. Sveleranno misteri, che li guideranno alla scoperta di misteri ancora più grandi, e poi di altri ancora. Poco importa se, in questo, la maggioranza degli uomini non sarà in grado di seguirli: gli Hahashiyah riusciranno sempre a trarre, dalle loro scoperte esoteriche, vigore e contenuti per le loro realizzazioni concrete, quale che sia il campo che si sono scelti, e se la gente non capirà molto di ciò che hanno conosciuto, sentirà tuttavia aumentare sempre di più il loro fascino. Così avvenne, tra gli altri, al Hahashiyah Rainer Maria Rilke, forse il meno letto tra i grandi poeti del Novecento, eppure uno dei più amati, avvolto come da un’aura di santità di una qualche religione non ancora nata. Viceversa, gli Hahashiyah mostrano purtroppo una scarsa disposizione alla conoscenza di se stessi, e soprattutto dei loro lati più quotidianamente umani. Sono talmente presi dai loro scopi superiori, da dimenticare volentieri i propri bisogni. Ma attenzione: i bisogni che decidiamo di ignorare si vendicano sempre di noi, degenerando dispettosamente. Può avvenire perciò che un Hahashiyah, dopo aver trascurato troppo a lungo le esigenze del proprio corpo, ceda a una qualche forma di bulimia, o all’alcolismo, o precipiti in un esaurimento che richieda lunghe cure. O che, dopo essersi imposto una solitudine troppo rigorosa, decida di uscirne proprio al momento sbagliato, scambiando per amici persone che non sono affatto tali; fidandosi magari di ciò che una qualche setta o gruppo dice, invece di tenere in debita considerazione anche quello che quella setta o quel gruppo fa ed è. Le delusioni cocenti che ne ricevono li spingeranno allora verso una solitudine ancor più dura, verso ideali personali ancor più esclusivi, fino a un’ulteriore, inevitabile ricaduta in qualche analogo errore, e così via ciclicamente. Ma se vi capiterà di trovarvi in questo labirinto, cari Hahasiah, non arrendetevi: guardate alla vostra energia più profonda e chedetele aiuto: vi risponderà.
Le qualità che sviluppa Hahasiah sono saggezza e amore per il prossimo; concede comprensione del principio di causa e d'effetto che permette di guarire, amore radioso, tolleranza e fiducia. Dispensa animo nobile ed elevato verso le cose dello Spirito; vocazione per la medicina e la ricerca scientifica. Dona protezione dai bugiardi.


                                  Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 15 novembre 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 28 Novembre e il 2 Dicembre

Il comico pensieroso Woody Allen

Sibaldi vede, nella radice daleth-nun-yod del Nome il concetto: "Io giudico ciò che si è manifestato". Perché Dn, in ebraico, è una radice che significa «giudicare», ma in base a un’idea di giustizia un po' diversa da quella corrente: noi riteniamo che sia già gran cosa riuscire a pesare e punire, o premiare, le azioni in base a certi principî che la maggioranza ritiene validi. Dn, invece, è il valutare le azioni in base alle loro conseguenze: la lettera daleth indica, in geroglifico, «la capacità di separare, di distinguere», e la nun «i risultati dell’agire ». Si tratta dunque di un modo più realistico di fare chiarezza, di comprendere i comportamenti umani; dal punto di vista, poi, di chi ha compiuto o subito un’azione sbagliata, dn fa balenare anche un’idea diversa del perdono. Per noi, infatti, perdonare qualcuno significa sostanzialmente dimenticare, nel suo caso, i principî di giustizia, o ritenerli meno importanti dell’individuo (e il rischio è, naturalmente, che a forza di perdonare in tal senso, quei principî finiscano con l’indebolirsi); mentre nel dn è inclusa anche l’idea che si debba sempre «separare» l’individuo dalle azioni che ha commesso: e che dunque chi ha rubato non sia per ciò stesso un ladro, ma semplicemente uno che a un certo punto ha commesso un furto; e, allo stesso modo, che chi ha sbagliato vita non sia un fallito, e chi ha patito un torto non sia una vittima, e via dicendo. Dayan, «giudice», diventerebbe insomma colui che, dopo aver analizzato qualche guaio, ha il dono di dire a chi vi era coinvolto: «Ecco, è passata, sei di nuovo tu: ora puoi vedere meglio, imparare da ciò che è avvenuto e ricominciare in un altro modo». E i Daniy’el hanno precisamente questo potere, da cui possono trarre grande vigore, ispirazione e gioia. Perché sono per natura saggi e sensibili, avidi di verità e altruisti: mentre la maggioranza degli uomini si ritrae inorridita o disgustata dinanzi agli errori o ai guai di un loro simile, loro ne sono attratti per vocazione, sentono il profondo impulso a sciogliere i lacci che legano il futuro altrui, come se quel futuro fosse il loro. Brillano dunque in qualsiasi campo dell’assistenza: come operatori sociali, specialisti della riabilitazione, educatori in scuole difficili; talvolta diventano una benedizione anche come psicologi, benché non dispongano di una specifica Energia Yod. Ma, a parte questi loro ambiti più appropriati, vale sempre la regola secondo cui quanto più uno scopre e sviluppa le doti del suo Angelo, tanto più si estende il suo campo d’azione: quindi, quale che sia la professione di un Daniy’el, la scoperta e lo sviluppo dei suoi impulsi a migliorare la sorte altrui non potrà che accrescere la sua fortuna. Era Daniy’el Friedrich Engels, che trascurò la sua florida ditta per togliere dalle ristrettezze economiche Karl Marx e finanziare la diffusione delle sue opere: e con lui elaborò la più celebre delle ideologie moderne in difesa degli sfruttati e il miglior sistema – a tutt’oggi – di scindere e analizzare le componenti e le forze di una società ingiusta. È Daniy’el anche Woody Allen, che pure analizza meticolosamente, nelle sue opere, le dinamiche dei lacci psicologici e morali che imprigionano la personalità dell’individuo civilizzato, apparentemente normale.
E individuare un laccio, nella vita interiore come anche nella società, vuol già dire aver cominciato a sciogliersene: il dn si basa su quella fondamentale legge del limite, per la quale nessuno che abbia visto un proprio limite ne rimane davvero bloccato, poiché sarebbe stato impossibile vederlo se non si fosse già giunti più in là di esso. Perciò i «giudizi» dei Daniy’el hanno sempre un effetto corroborante: alita dalle loro analisi lo slancio di una nuova voglia di vivere, di nuove speranze, oltre che la viva percezione di una vittoria morale, magari su noi stessi, quando vediamo che qualche nostra sconfitta è dipesa soltanto da un nostro comportamento errato, e (dn!) ci accorgiamo che nulla ci impedisce di comportarci altrimenti da lì in poi. Quanto invece al delineare progetti concreti per un avvenire migliore, i Daniy’el non sono altrettanto precisi e attendibili. Il loro compito è giudicare, non costruire. Il Daniy’el Winston Churchill, per esempio, fu un’ottima guida per gli inglesi nelle loro circostanze più critiche, nella Prima come nella Seconda guerra mondiale, ma rivelò una scarsa lungimiranza nei periodi postbellici. Nella direzione del futuro, l’immaginazione danieliana sembra evaporare, come se si dissolvesse non appena i guai del presente e del passato cessano di ancorarla alla realtà; e solo in arte certe loro dissolvenze riescono meravigliosamente – nelle visioni di William Blake, per esempio, o nelle ville di Palladio. Ma tant’è: i Daniy’el consapevoli avranno comunque da fare a sufficienza, nel presente, per il bene di moltissimi. Ma, come sempre, anche per loro possono essere feroci le conseguenze di un eventuale rifiuto dei propri talenti. Un Daniy’el che decida di occuparsi soltanto del proprio personale benessere viene regolarmente assediato da inconvenienti, che gli faranno desiderare per sé proprio ciò che avrebbe dovuto fare per gli altri. La vita lo porrà in situazioni di sconfitta, di oppressione, di disperazione anche, tanto più dure quanto più proverà a desiderare qualcosa e a esporsi per ottenerla. Un’unica via d’uscita, assai magra, la troverebbe nel tenersi da parte in tutto, in una qualche professione-guscio, senza azzardare mai nulla, senza mai nemmeno tentare di conoscere la propria autentica personalità (perché anche questo sarebbe un desiderio, e dunque un esporsi): un po’ come la maschera che proprio Allen ama indossare nei suoi film, per esorcizzarla. Così dimesso e impaurito, il Daniy’el renitente non avrebbe che da perdersi in una qualche massa e fluire con essa, sperando che a quella massa non capiti nulla di male, o che eventualmente salti fuori un qualche Daniy’el sveglio e volonteroso a soccorrerla nelle fasi critiche. Meglio non rifiutare i doni ricevuti, e osare.
Le qualità che sviluppa Daniel sono concretezza; capacità di sintesi e di analisi; profondità di ragionamento e semplicità d'espressione; amore per la bellezza e l'arte. Concede i doni dell'eloquenza o del canto; carattere magnetico, capace di consolare ed aiutare gli altri: i suoi protetti infatti sono riflessivi, buoni consiglieri, portatori di armonia e di giustizia nel senso più umano del termine. Dona protezione dagli aggressori.


                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 23 e il 27 Novembre


Collodi, celebre scrittore di Pinocchio
Sibaldi vede, nella radice waw-he-waw del Nome il concetto: "La mia energia è da ogni parte protetta e nascosta". Le tre lettere-radice di questo Nome sono due waw, che raffigurano il nodo e l’ostacolo, attorno a una he, simbolo dell’anima e dell’invisibile: sono le stesse che si ritrovano nell'angelo Wehewuyah dell’inizio di primavera, che Sibaldi definisce "roboante". E così ci spiega  le differenze: Wehewuyah (o Vehuiah) di primavera appartiene al Coro dei Serafini, Angeli della volontà suprema, e per lui le waw rappresentano una sfida irritante, un assedio da spezzare. Con Wehewu’el siamo invece nel Coro dei Principati, i delicati Angeli della bellezza: le due waw, qui, somigliano piuttosto alle torri di un castello, in cui animi nobili trovano riparo da un mondo che a loro non piace. I Wehewu’el hanno, in realtà, la strana caratteristica di tenere aristocraticamente nascoste le loro migliori qualità. Alla gente (e spesso anche ai propri famigliari) ne mostrano altre, costruite apposta, come maschere: a volte mediocri, a volte addirittura scadenti, come se godessero nell’apparire inferiori a ciò che veramente sono. E non è per modestia. La gente, semplicemente, li ha profondamente delusi; troppa volgarità, ottusità e meschinità hanno trovato attorno a sé fin dall’infanzia: sono troppo brutti gli yahoo, direbbe il Wehewu’el Jonathan Swift – che ne I viaggi di Gulliver aveva ribattezzato «yahoo» la specie umana – e perciò non meritano di aver libero accesso ai grandi tesori che ogni Wehewu’el sa di possedere in se stesso. Gli si potrebbe obiettare che è lui a volerli vedere così, e che i nostri simili hanno pure qualche tratto buono e interessante, anche se certamente non tutti. Ma un Wehewu’el non ne vorrà sapere, risponderà con un sorriso vago, che a moltissimi sembra ipocrita – la cosa non lo tocca minimamente. In qualche raro momento di confidenza potrà raccontarvi che ha provato anche lui a vedere del buono negli yahoo, e varie volte se n’è fidato, ma invano. Voi avrete, giustamente, il sospetto che in qualche modo il Wehewu’el se le sia andate a cercare, quelle esperienze tristi di cui parla: ma in tal caso potrà rispondervi che non ha fatto proprio nessuna fatica a trovarle. E lì la conversazione su quest’argomento potrà anche aver fine. Il Wehewu’el, d’altra parte, ritiene di stare benissimo da solo. In cima alla torre più alta del suo castello interiore, la sua brillante intelligenza può fargli scoprire ogni giorno cose nuove, se ha saputo nutrirla di cultura; se no, ragiona limpidamente sulle notizie del giornale e comprende come pochi altri le dinamiche politiche, sociali e soprattutto morali del suo tempo; oppure, se ha sviluppato interessi spirituali, medita e contempla verità grandiose. Ma non ve ne parlerà mai. Forse ne racconterà qualcosa al suo gatto, o al suo cane, poiché i Wehewu’el amano molto gli animali; oppure ai bambini, altra loro passione, purché siano abbastanza piccoli da non essere stati ancora contaminati dal mondo scadente dei loro genitori. Ad esempioe Harpo Marx, con il suo personaggio muto e sempre occupatissimo a rendere ridicoli gli adulti, era nato il 23 novembre. Anche Collodi era di quest’Angelo: e non è un semplice caso, dunque, se stranissimamente 'Le avventure di Pinocchio' non venne notato da nessuno se non dai bambini, finché il suo autore visse; e come prevedendolo (e forse anche desiderandolo, chissà), quando decise di stamparlo in volume, Collodi si rifiutò di firmare il contratto che gli garantiva i diritti d’autore: lo pubblicò gratis, insomma, per esprimere tutto il suo disprezzo per quel pubblico che i suoi colleghi si affannavano invece a compiacere. Certamente meno orgoglioso fu, per i diritti d’autore, Charles M. Schulz, l’autore dei Peanuts, ma tra i suoi personaggi non compaiono mai gli adulti, quasi nel sottinteso che non avrebbero potuto capire in alcun modo le profonde riflessioni filosofiche di Charlie Brown, Linus e Snoopy, o l’arte pianistica di Schroeder. E Laurence Sterne, il più originale autore del Settecento inglese, costruì il suo Vita e opinioni di Tristram Shandy sulla finta intenzione di scrivere una biografia del suo protagonista: ma in settecento pagine non ne narrò che i primi quattro anni – come se solo quelli contassero – e godette invece nel dipingergli intorno un ambiente di parenti e servitori terribilmente spassosi, con i loro tic e le loro follie di adulti «normali». Nei nostri dintorni, Wehewu’el sono molti dei camerieri che al ristorante ci guardano dall’alto in basso, sorridendo del nostro modo di esitare davanti al menu; e così pure insegnanti e impiegati di second’ordine, casalinghe e custodi che avrebbero potuto svolgere egregiamente mansioni illustri, ma che in fondo al cuore hanno invece ritenuto una concessione eccessiva mostrare al prossimo quanto valgono. Si troverebbero altrettanto bene in qualsiasi attività che richieda o induca una notevole dose di scetticismo nei riguardi degli ideali altrui: come – almeno in certi Paesi, il nostro incluso – i funzionari di ministero o di ambasciata, o i militari di carriera. Il grosso problema è che tra le doti dei Wehewu’el, come di quasi tutti i protetti dei Principati, si trova anche quella speciale variante d’Energia Yod che i qabbalisti chiamano «consolazione»: una sorta di impercettibile effluvio risanatore che, quando viene usato, ha il potere di dissolvere negli altri la rabbia, il rancore, il rimpianto e il rimorso, i quattro terribili errori psicologici, cioè, che rendono il nostro organismo più vulnerabile alle malattie. E dato che, proprio come l’Energia Yod, anche la «consolazione » si vendica di chi non la usa – causando in lui gli stessi disagi che avrebbe potuto curare – e che l’unico modo di usarla è rivolgersi agli altri con simpatia e fiducia, e parlare, confidarsi, e condividere sentimenti, ne consegue che la solitudine e il riserbo dei Wehewu’el finiscono con l’essere, per loro, piuttosto rischiosi. Dovrebbero scendere almeno un po’ dalla torre, se non altro per amore della propria salute. Ma l’unica cosa che possa veramente costringerli a farlo sarebbe un ideale, lo slancio che dà il pensiero di avere una missione nel mondo – una qualsiasi, non importa quale. E occorre un miracolo perché ne trovino uno e riescano a crederci abbastanza a lungo, senza che il loro cuore si inacidisca. Il Wehewu’el Augusto Pinochet ebbe forse qualche ideale del genere in gioventù, ma poi, quando giunse al sommo del suo lugubre potere, si sa come andò a finire per gli sventurati «yahoo» cileni che dovettero subirne la dittatura.
Le qualità che sviluppa Vehuel sono generosità d'animo, disponibilità verso gli altri, valori morali, personalità acuta e sensibile; gioia, amicizia, altruismo, tolleranza, capacità di cogliere il bello ovunque, e anche di riappacificare i contendenti. Concede successo nei campi della giurisprudenza, delle lettere, dell'insegnamento e della diplomazia. Dona protezione dai furti e dagli incidenti. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Onéi  e rappresenta l'egoismo e l'avidità. Ispira odio, egoismo, egocentrismo, ipocrisia, intolleranza; causa despotismo, crudeltà, abusi di potere.


                                  Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 8 novembre 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 18 e il 22 Novembre

Il filosofo e scrittore Voltaire

Sibaldi vede, nella radice mem-yod-he del Nome il concetto: "Io comprendo le manifestazioni dell’invisibile". C'è qualcosa, nella natura profonda di questi nati, che li differenzia da tutti gli altri, e che ha a che fare con "l'incontro fra gli opposti" realizzata da questa energia angelica. Così cerca di descriverlo Sibaldi: solo qualche Miyhe’el più esperto, o gli Yezale’el (che conoscono gli stessi tormenti), potrebbero aiutarli a capire il problema: il fatto è che nel loro io i due (o tre, o quattro) sessi a tutti noti si sono integrati, a costituire un modo di essere, di pensare, di sentire al tempo stesso maschile e femminile, penetrante e avvolgente, in grado di dare e di ricevere in egual misura. Che a questa ulteriore identità sessuale il mondo non sia ancora pronto, è cosa abbastanza evidente: i Miyhe’el non avrebbero, se no, tutti i problemi che hanno. Ma altrettanto evidente è che tutta l’umanità tenda, sempre più, in tale direzione: che nell’attrazione di un sesso verso l’altro si esprima la percezione della propria incompletezza, la brama di scoprire non tanto ciò che l’altro o l’altra ha di diverso da noi, ma ciò che in lui o in lei rispecchia una componente di noi, che da qualche nostra profondità non riesce ancora a emergere. Questa brama i Miyhe’el non ce l’hanno, a loro non occorre più. Per loro l’amore è amore e basta: un’anima che ne cerca un’altra a lei affine, senza che l’urgenza del desiderio spinga a produrre (come avviene ai più) illusioni di sentimenti dove non ce ne sono. E se riuscissero a essere veramente se stessi, i Miyhe’el non sbaglierebbero mai e avrebbero solamente unioni grandi, perfette, profondissime. Purtroppo, dicevo, a lungo provano ad adeguarsi, e la loro vita sentimentale conosce, spesso, tutti gli spigoli dolorosi dell’inautenticità, dell’incertezza, della delusione e della soffocante rassegnazione.
Poi d’un tratto nascono, capiscono, si accettano. Può avvenire a venticinque anni o a trentotto (età classica della scoperta di sé) o ancora più in là; a destarli può essere un’ennesima delusione, o un brusco cambiamento di luogo o di lavoro, o un incontro, o lo slancio con cui, magari, si abbraccia un ideale o si abbandona una fede: comunque sia, quando succede, da una settimana all’altra tutto diventa nuovo, non solo e non tanto nei rapporti sentimentali, ma in ogni settore della loro esistenza. Il Miyhe’el butta all’aria tutti i suoi sforzi di sembrare ciò che non è, e si mette a fare di testa sua. Scopre la sua enorme energia (il doppio d’un normale individuo monosessuale), si accorge di poter pensare, anche, due volte più in grande di tutti quelli che conosce; ne è sorpreso e ne gioisce, e gioia e fierezza moltiplicano ancor di più la forza delle sue idee, dei suoi progetti, delle sue azioni. Avviene qualcosa di molto simile anche ai loro quasi gemelli Yezale’el; ma negli Yezale’el questa grande accelerazione produce per lo più la voglia di surclassare chi hanno intorno: nei Miyhe’el, invece, esplode qui un bisogno di liberazione, come una rivalsa su tutto il tempo sprecato a conformarsi. È capitato, nella storia, che queste esplosioni miheliane abbiano avuto conseguenze enormi: con Martin Lutero, per esempio, con Voltaire, o con De Gaulle: tutti e tre divennero a un tratto impavidi liberatori da una qualche oppressione, e provocatori testardi e irresistibili, dopo un periodo più o meno lungo di sottomissione alla mentalità altrui. Decisero di cambiare il mondo, né più, né meno; e anche il Miyhe’el Robert Kennedy ci avrebbe sicuramente provato, se non lo avessero assassinato. La Miyhe’el Nadine Gordimer volle cambiare invece la struttura della mente colonialista: e ci mise tutto il suo cuore, inimicandosi il governo e buona parte del popolo sudafricano per le sue battaglie contro l’apartheid; il Miyhe’el René Magritte gioì per decenni nel portare avanti, rinnovandola di continuo, la liberazione surrealista dell’immaginazione. Quanto alla più celebre tra le Miyhe’el attrici, Jodie Foster, il destino volle che il suo film più memorabile fosse proprio Taxi Driver, in cui recitava la parte di una bambina prostituita, schiavizzata cioè in un ruolo sessuale non suo (e quale Miyhe’el non si riconoscerebbe un po’?): e la sua liberazione distrugge d’un tratto tutto il mondo a lei noto, e suscita gran clamore. Angelologicamente inappuntabile. In quale professione queste bombe a orologeria possono trovarsi maggiormente a proprio agio? facilmente, a loro sembrerà inadatta qualunque professione abbiano intrapreso prima della personale rivoluzione che devono fare. E qui le sorti dei Miyhe’el si dividono in due grandi gruppi: da un lato, quelli che si inventano un’attività nuova, una qualche improvvisa passione da coltivare dapprima nel tempo libero, e sulla quale poi costruire una fortuna. Dall’altro quelli che, per età, o vincoli vari, o magari per timore dello slancio che in loro sta crescendo, preferiscono tenersi aggrappati al loro lavoro sicuro. Questi ultimi, naturalmente, saranno ben presto i più inquieti: insoddisfatti, impazienti, irritabili, con nel cuore la sensazione di star perdendo ogni giorno qualcosa. Può accadere anche che le due sorti finiscano con il sovrapporsi: che dopo un periodo di entusiasmo innovativo un Miyhe’el torni cioè a frenarsi, e a frenare anche ciò che nel frattempo avrà messo in moto: è quello che avvenne a Lutero, nelle sue celebri retromarce dinanzi alle impennate più rivoluzionarie delle popolazioni da lui ispirate. Ma ne risulterà solo inquietudine e rimpianto. Meglio osare: rallentare in corsia di sorpasso non porta bene. Il Miyhe’el Carlo I d’Inghilterra, per esempio, non seppe né comprendere né assecondare i mutamenti che andavano maturando durante il suo regno, e nemmeno approfittare del colpo di fortuna che gli toccò dopo il suo primo arresto, quando riuscì, rocambolescamente (e mihelianamente) a evadere; tornò a opporsi alla marea montante della rivoluzione, e fu il primo monarca dell’Europa moderna decapitato sulla pubblica piazza. Ci sono tanti modi di decapitare se stessi e le proprie possibilità: abbiano riguardo, i Miyhe’el ridestati.

Mihael concede l'armonia coniugale, la pace e l'unione fra gli sposi; dispensa il dono di buone percezioni e della chiaroveggenza. Le qualità che sviluppa sono capacità di suscitare amore, riconciliazione, pace e benevolenza fra gli altri; fedeltà, intuito, premonizioni fondate, fecondità (relativa alla prole e alle opere dell'ingegno), piacevoli evasioni; temperamento sentimentale, incline all’amore e ai piaceri, difesa della famiglia.

                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 13 e il 17 Novembre

L'attore comico Carlo Verdone

Sibaldi vede, nella radice ayin-shin-lamed del Nome il concetto: "Io conosco le vie che dal basso conducono in alto". Vie da imboccare con decisione e piena fiducia: l’esitazione, dice Sibaldi, è il punto di partenza e l’unico vero nemico dei protetti di quest’Angelo delle Virtù; e così spiega il perché: gli ‘Ashaliyah imparano presto a conoscere la forza di gravità che la maggioranza esercita su ogni individuo: la fittissima rete di frustrazioni, di rassegnazione, di attese (spesso infinite!) in cui i più accettano di vivere – e che nel Nome dell’Angelo è raffigurata nella lettera ayin, il geroglifico del cedimento, delle traiettorie che si inclinano verso il basso. Fin dall’adolescenza gli ‘Ashaliyah sentono non soltanto di essere diversi da tutto ciò, ma di doverlo essere nel modo più evidente, perché il maggior numero possibile di persone sappia che esistono altre traiettorie, audaci, sfrontate, dritte verso l’alto. Perciò ogni volta che un giovane ‘Ashaliyah si accontenta di mezze misure avverte un senso d’angoscia, e le opinioni altrui lo annoiano dopo pochi secondi; quando viene criticato – non importa se a ragione o no – i suoi occhi sfavillano di collera o di disprezzo, che soltanto con enorme sforzo riesce a nascondere. L’impazienza gli brucia in petto, il suo viso e i suoi muscoli sono quelli di un atleta che aspetta lo start: se ancora non scatta in avanti, è soltanto perché la sua mente – vasta, profonda, limpida – non ha ancora individuato una meta abbastanza alta per lui, tra le caligini e le nuvole basse della banalità che vede attorno a sé.
Così si sentono, in gioventù. Può avvenire che aspettino a lungo, anche dieci, quindici anni, che per loro sono una tormentosa eternità. Può avvenire, nei casi più cupi, che il segnale di partenza li colga quando si sono già lasciati imbrigliare in un matrimonio opprimente o in un impiego inadatto a loro: e smuoversi, allora, è come strappar via un lembo della propria carne. Ma quando il momento arriva, non possono, non devono esitare. D’un tratto (le donne soprattutto) si lanciano vertiginosamente in qualche carriera brillante, e affrontano e superano rischi, sbaragliano ostacoli e avversari con un’energia che cresce in misura direttamente proporzionale ai successi ottenuti. A quel punto, come in un missile che esca dall’atmosfera, manca loro soltanto un ultimo stadio: ammettere dinanzi a se stessi la loro qualità più speciale, che è l’aver sempre ragione – un fulmineo, precisissimo istinto che permette loro di distinguere in ogni circostanza o persona il vero dal falso, il giusto dal perfido – e rifiutare da allora in avanti non soltanto le critiche ma persino i consigli di amici ed esperti, e non prendendo più in alcuna considerazione neppure le esigenze delle persone care o dei soci in affari, se contrastano con le loro. Allora nessuno li ferma più, e costruiscono imperi. A volte sbagliano, certo, ma per loro non è un problema: sanno che nessuno sbaglia tanto bene come loro, che cioè anche nei loro errori vi sarà sempre qualcosa di provvidenziale, il germe di qualche nuova intuizione da decifrare, o magari una prova che li fortifichi, o l’occasione per una pausa durante la quale raccogliere le forze e chiarirsi le idee per ripartire più risoluti. Sanno, soprattutto, che nessun errore deve scuotere la loro fiducia in se stessi: perché in tal caso la loro traitettoria verso l’alto si incurverebbe (l’ayin!) e ricomincerebbe l’angoscia, e l’angoscia, appannando la loro visuale, causerebbe altri errori, poi altri ancora, e il missile della loro energia perderebbe la rotta e si infrangerebbe al suolo. È dunque il loro istinto di conservazione (e non l’orgoglio, come credono i più, guardandoli) a convincerli che non sbagliano mai. Tutto ciò li rende personalità tanto affascinanti quanto impossibili a sopportarsi. È come se parlando con loro si percepisse di continuo il rombo di un motore in corsa. I famigliari, gli amanti, gli amici, devono tener loro dietro per non vederli svanire in una nube di gas di scarico, e poiché quasi nessuno ci riuscirebbe, gli ‘Ashaliyah riescono a conservare i rapporti con le persone care soltanto prendendole come equipaggio. Si addossano cioè le spese del loro mantenimento, o se le tengono intorno come farebbe un patriarca: riservando a se stessi tutte le decisioni, e pretendendo assoluta obbedienza e, possibilmente, adorazione. Né si dà mai il caso che possano cambiare atteggiamento: chi protesta viene semplicemente lasciato indietro e dimenticato, quando gli ‘Ashaliyah sono magnanimi, oppure sbrigativamente punito prima dell’abbandono, con memorabili accessi di furia. Non ha senso biasimarli per questo: sono forze esplosive della natura, non hanno altra scelta se non essere se stessi, in tutto e per tutto, o andare in mille pezzi se tentano di limitarsi. Devono naturalmente scegliersi professioni tiranniche: nemmeno dirigenti, ma fondatori e proprietari di aziende o società, o primari di cliniche, o baroni universitari, psichiatri, direttori di teatri, registi famosi (molti questi ultimi: sono ‘Ashaliyah Alberto Lattuada, Mario Soldati, Francesco Rosi, Martin Scorsese, Danny DeVito, Carlo Verdone), scienziati che puntino verso gli estremi confini della conoscenza (come Herschel, che scoprì il pianeta Urano). Tra gli uomini politici contemporanei, ‘Ashaliyah celebri sono Gheddafi e l’assai più timido, intralciato Carlo d’Inghilterra, che la sorte ha condannato ad attendere tanto a lungo. Oppure è la lontananza geografica ad attrarli, come avvenne per Robert Louis Stevenson, l’autore de L’isola del tesoro e dell’ashalianissimo Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde, che andò ad abitare, in qualità di proprietario terriero, in un’isola  dell’arcipelago di Samoa, e divenne ben presto un leader politico e spirituale per i nativi. Altri viaggi a loro congeniali sono quelli nell’invisibile, nella mistica, nella magia soprattutto, sempre in cerca di superiori conoscenze ma, ancor di più, di poteri da adoperare per la loro personale affermazione, assolutamente realistica, nel mondo terreno.

Le qualità sviluppate da Asaliah sono carattere piacevole, portato alla giustizia e alla vita contemplativa. Animo nobile, amore per la giustizia e la verità, capacità di elevarsi. Profondità di pensiero. Dona giudizi positivi, carattere affabile, inclinazione per lo studio e per la conoscenza; elevazione dell'anima, interesse per le discipline eoteriche ed entusiasmo per la verità divina; lungimiranza, probità, capacità di tornare sui propri passi.


                                                 Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi