venerdì 29 gennaio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 26 al 30 Gennaio

La natura di questo angelo non è automaticamente idilliaca, è anzi soggetta anche a profondi conflitti. Dice Sibaldi che la radice di questo Nome (yod-he-he: Io guardo soltanto verso l’invisibile) descrive un’ascesi radicale e senza limiti: e in ciò consiste infatti il compito degli Yahehe’el, e anche la principale causa dei loro conflitti terreni. Sono, o meglio sarebbero perfettamente equipaggiati per salire sempre più su, come astronauti, nelle diafane regioni dello spirito. Dispongono, per loro natura, di una larga saggezza che li trattiene dal partecipare e persino dall’interessarsi alle tensioni, alle lotte, agli affanni quotidiani della restante umanità; guardano tutto e tutti dall’alto – nel senso migliore del termine – e la loro vista è per di più talmente buona, che anche se volessero non potrebbero spiegare al loro prossimo tutto ciò che vedono in lui, intorno a lui e nel suo futuro; non li trattiene dunque neppure il bisogno di voltarsi a insegnare, a riferire… e nemmeno l’ostacolo più ovvio e tenace di chi vuol salire: le passioni del cuore o del corpo. Il principio femminile e il principio maschile della personalità degli Yahehe’el si trovano infatti fin dalla nascita in perfetto equilibrio, e non richiedono alcuna compensazione né da un sesso né dall’altro (potrebbero intendersi bene, quanto a questo, soltanto con i protetti degli altri due Angeli ermafroditi, Yezale’el, dei Cherubini, e Miyhe’el delle Virtù), dimodoché anche la loro capacità d’amare può volgersi intera e libera verso nuovi livelli del sublime. In altre epoche, con una tempra simile, gli Yahehe’el avrebbero facilmente trovato qualcuno che li indirizzasse alla carriera monastica, e in breve tempo, nel silenzio e nella contemplazione, si sarebbero accorti di essere fatti apposta per la santità. Ma oggi è molto dura, per loro. Le principali religioni, nel loro sforzo di avvicinarsi il più possibile al mondo profano, hanno decisamente trascurato i propri aspetti spirituali ed esoterici: nessuna apprezza più l’ascesi (la tollerano, semmai), e anche il mondo, di conseguenza, ha smesso di apprezzarla – così che questi eterei Yahehe’el si ritrovano abbandonati a se stessi, incompresi e incomprensibili, e costretti a scendere a compromessi con le esigenze materiali. I loro compromessi non riescono quasi mai, e se riescono è peggio ancora. Capita, per esempio, che uno Yahehe’el, per non sentirsi troppo diverso dagli altri, si fidanzi e si sposi: il coniuge ne sarà sicuramente innamorato (come non innamorarsi di un’anima tanto equilibrata, alta, irraggiungibile?) la famiglia sarà allietata da qualche bambino, ma a meno che sia il coniuge sia i figli siano nati nei suoi stessi giorni, lo Yahehe’el avrà sempre l’opprimente, segreta sensazione di vivere in un equivoco, di aver finto e di dover fingere. L’immagine che dà di se stesso in famiglia non è dunque la sua vera, non è lui che i suoi amano, ma solo una persona che non esiste, inventata, recitata… E vivere con questo fardello sul cuore è tutt’altro che piacevole. Lo stesso avverrà nel lavoro: anche se facesse l’insegnante – che tra tutte le professioni è forse quella meno inadatta a lui – gli sembrerebbe sempre di essere complice di un mondo a lui estraneo, di dover preparare i suoi allievi a una vita che lui, per sé, non desidererebbe mai; e si porrebbe problemi di coscienza che nessun suo collega neppure si sogna. Per non parlare poi del tempo libero, delle conversazioni e dei divertimenti degli altri, in mezzo ai quali uno Yahehe’el tace e per lo più sogna tra sé e sé, sentendosi come un palloncino legato a terra da un filo lunghissimo e sottile, che di nascosto sta tentando sempre di allentare, o spezzare. Mozart era di quest’Angelo, e solo i suoi biografi più ottusi presentano il suo disinteresse per le faccende normali come un sintomo di caoticità interiore: era, al contrario, uno Yahehe’el rigoroso e perfettamente coerente con se stesso; semplicemente non gli importava nulla del mondo e non aveva voglia di fingere. Componeva. E così anche Lewis Carroll, che scriveva i suoi libri per la piccola Alice e viveva, felice, in un universo tutto suo, fatto di esseri fantastici e di matematica. E Anton Cechov, che sembrava guardare la vita degli altri da un’interiorità infinita, come le nuvole o le stelle potrebbero guardare, e sorrideva con altrettanta infinita comprensione ai suoi lettori, che (ne era certo) non lo avrebbero compreso mai, se non cominciando a sentirsi un po’ palloncini legati a un filo, anche loro. L’unica cosa che potrebbe rafforzare quel filo sarebbe un legame – d’amicizia magari – con una persona saggia: con una piccola Alice, appunto, che li capisca, o con qualcuno che li faccia sentire protetti, e che occupandosi dei problemi quotidiani permetta loro di sognare in pace di tanto in tanto: come fu per Mozart suo padre Leopold. Allora, così garantiti, può anche avvenire che prendano gusto a vedere la terra dall’alto, e non più per l’altezza stessa ma per il panorama che la terra offre da lassù: e che si divertano, anche, a scendere un po’, per poi subito risalire, e poi scendere ancora, a sperimentare questa o quell’occupazione o abitudine dei terragni. Rarissimo è il caso che in uno Yahehe’el si sviluppi invece un elemento di ostilità verso chi è più in basso: ma quando ciò avviene possono diventare temibili, e trarre piacere da una crudeltà fredda, imperturbabile, fiabesca quasi, se si pensa a certi tetri personaggi di fiaba; così avvenne a Ceausescu. Ma sono davvero casi che potrebbero contarsi sulla punta delle dita: il riserbo yaheliano vela, di solito, soltanto sapienza e immensa nostalgia dell’eterno.

                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 19 gennaio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 20 al 25 Gennaio



                             Umabe'el



Umabel è l’Angelo dei rabbini, o maestri della legge: di quegli individui, cioè, per loro natura irresistibilmente connessi a qualche supremo senso della misura (nella tradizione ebraica «la Legge»), che provano profonda felicità nel trasmettere le utilissime informazioni che questa connessione fornisce loro. Infatti: Umabe'el: waw-mem-beth/io mi attengo alle norme interiori. Cosa è opportuno, cosa è sconveniente, giusto o deleterio: questo è ciò che gli Umabe’el sanno – e sanno dire – sempre. Il loro problema fondamentale è il coraggio: non è facile, infatti, indicare a un altro i suoi errori e prendersi il diritto di correggerlo e di guidarlo. Agli Umabe’el verrebbe spontaneo: senza alcuna presunzione, dolcemente e candidamente lascerebbero parlare quella loro sapienza al solo scopo di facilitarvi la vita. Ma come non temere che li si prenda per ficcanaso e rompiscatole, e che li si inviti a farsi i fatti loro? Il solo pensiero di una reazione del genere toglie purtroppo ogni forza a molti Umabe’el, sia perché nel farsi i fatti loro non brillano di certo (il loro talento rabbinico vale soltanto nell’interesse altrui; nella propria vita sono puntualmente caotici, ora indecisi, ora impulsivi, spesso inconcludenti), sia perché il loro animo è tenero, e bisognoso di molto affetto, e l’ultima cosa che desiderano è di contrariare il prossimo. Perciò spesso tacciono, per scoprire poi puntualmente che avrebbero fatto molto meglio a parlare: non solo perché i loro pareri sono sempre saggi e importanti, ma perché a vederlo dall’esterno, quel loro sforzo di trattenersi risulta quasi sempre antipatico: «Mmh! Quel tipo mi nasconde qualcosa!» pensano di loro, ed è vero, sì, ma non viene in mente a nessuno che gli Umabe’el si impongano di tacere per modestia e ipersensibilità.
Devono osare, e seguire impavidamente le loro ispirazioni morali. Che si tratti della nuova fidanzata di un loro amico o di un suo nuovo posto di lavoro, gli Umabe’el devono dire quel che ne pensano, anche a costo di ferire qualcuno: saranno ferite salutari. Il loro compito nel mondo è testimoniare che esiste quella Legge, quel limpido universale Criterio applicabile praticamente: gli Umabe’el sono come bussole che in ogni circostanza indichino i punti cardinali, permettendo così alla gente di orientarsi. E poco male se ciò finirà con il farli sentire su un piedistallo – dato che quel piedistallo è stato costruito proprio per loro, perché dirigano il traffico delle opinioni e delle scelte umane. Quanto poi al fatto che chi sta su un piedistallo abbia bisogno di molta gente intorno per non sentirsi solo, è anche questa una circostanza a cui gli Umabe’el faranno bene ad adeguarsi presto. La loro fame d’amore (qualunque cosa possano pensarne prima di aver scoperto se stessi) è infatti talmente grande da non potersi accontentare delle diete normali: se agli altri basta avere qualche amico, agli Umabe’el ne occorrono a decine; se alla maggior parte degli altri basta un partner, per gli Umabe’el non c’è relazione in cui non si sentano presto soffocare. Il loro ideale di vita sarebbe una casa dalle porte sempre aperte, una piazza in cui tutti si avvicinino a loro per chiedere consigli: questo soltanto può soddisfarli; e il loro piedistallo diverrebbe una forma d’amore per l’umanità intera – e sarebbero indubbiamente ricambiati – se il mondo sapesse che quella Legge esiste e che gli Umabe’el sono i suoi premurosi profeti. È capitato, talvolta, che riuscissero a farlo sapere almeno un po’. Francesco Bacone, ai primi del Seicento, fece da bussola nella filosofia, progettando una teoria della conoscenza e una classificazione di tutte le scienze; Thomas Erskine, due secoli dopo, fu tra i primi americani a lottare per l’abolizione dello schiavismo; David Wark Griffith adoperò il cinema (con un piedistallo fatto di suntuosi colossal) per predicare la tolleranza e la passione per l’indipendenza. Ma è molto più frequente imbattersi in Umabe’el pessimisti, profeti inascoltati e divenuti amari o disperati dopo aver cercato invano un partner che a loro bastasse: come il burrascoso lord Byron, o Virginia Woolf, o certi personaggi di Humphrey Bogart (nel bar di Casablanca, per esempio), o Giorgio Gaber. Colpa del mondo? O colpa loro, convintisi – ciascuno per i suoi motivi – che il mondo fosse troppo scettico per poter ascoltare un maestro di vita? Vera o no, è utile per ogni Umabe’el preferire comunque la seconda ipotesi, e confidare. Di professioni adeguate al loro compito non ne mancano: dallo psicologo all’estetista (che anche lei, come i bravi psicologi, tiene a lungo le persone davanti a uno specchio), dal barman al consulente famigliare, al parroco, al poeta, al farmacista e via dicendo. E da ciascuno di questi piedistalli l’Umabe’el può cominciare a predicare, per sentirsi in pace con la propria coscienza e con l’universo intero.
                                                
                                         Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

venerdì 15 gennaio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 16 al 20 Gennaio

Scopri che angelo sei: i nati dal 16 al 20 Gennaio


Il dono di guarire e la capacità di metterlo a frutto richiedono sempre precise condizioni per realizzarsi positivamente. In questo caso comportano la necessità di essere determinati a raggiungere uno scopo. La parola ebraica «Metsar» significa «istmo»: dice Sibaldi che in effetti la mente dei Mitzrael, o Metsara’el, richiama un’istmo fra due mari, che congiunge i due continenti dell’infanzia e dell’età adulta, mettendo, tra i due, i mari del sogno e della follia. E' compito di ogni protetto di questo Arcangelo scoprire quell’istmo e farlo scoprire: è bellissimo, infatti, meravigliosamente panoramico; ma è anche tortuoso, ha scogliere a precipizio e voragini, e quei due mari psichici sono tutt’altro che calmi. Avviene perciò che parecchi Metsara’el scivolino giù in acqua da una parte o dall’altra, oppure ritornino indietro, nella loro infanzia, in vere e proprie regressioni dalle quali anche gli aspetti più quotidiani della vita sociale appaiono come irraggiungibili terre straniere. Secondo Sibaldi a questi soggetti sono medici nati (anche in senso figurato: la loro energia terapeutica può manifestarsi anche come artisti, o attori..), cioè devono curare: devono scegliere tra il curare le malattie del prossimo oppure l’ammalarsi divenendo inclini essi stessi a disturbi psichici: va da sé che la scelta giusta sia il curare altri, ma è indispensabile che i Metsara’el la preparino e la consolidino con tutta una serie di qualità non facili da sviluppare: grande determinazione, equilibrio, creatività, oltre che naturalmente altruismo. La loro principale dote terapeutica consiste infatti in un alto grado di ipersensibilità, che li rende impareggiabili nelle diagnosi e nell’intuizione in genere, ma implica sempre rischi di vulnerabilità. Devono perciò imparare a proteggersi. Indubbiamente un Metsara’el sta bene solo quando si preoccupa più del prossimo che di se stesso, ma deve puntare la sua attenzione sul benessere, su ciò che di bello c’è o può esservi negli altri, e non lasciarsi condizionare dalle loro morbosità, dalle loro opinioni o dalle tante brutture con cui avrà a che fare esplorando animi e vite: per evitare di farsene sopraffare. Allo stesso modo potrà percepire intensamente, nel mondo circostante, gli aspetti luminosi e quelli orrendi, ma dovrà stare attento a non farsi travolgere da questi ultimi, per non cadere in fobie o manie di persecuzione. Il Metsara’el Federico Fellini, ad esempio, alle ferite della bruttezza riuscì a opporre per tutta la vita – a volte con sforzo immenso – geniale dolcezza, ironia e amore dell’umanità. Che, d’altra parte, i Metsara’el siano per natura candidati alla genialità è cosa evidente, e lo sanno benissimo anch’essi: si accorgono spesso di cogliere, come al di là dei loro pensieri, realtà spirituali più alte, armonie segrete, che a volte sembrano nostalgie, altre volte ispirazioni ansiose di prendere forma. Sentono, allora, di essere davvero sull’istmo tra quelle dimensioni superiori e la realtà in cui vivono – ma possono spaventarsene, fuggire e magari smarrirsi sulla via del ritorno. Il Metsara’el Vittorio Alfieri usava legarsi alla sedia, davanti allo scrittoio, per resistere allo sgomento quand’era ispirato; il Metsara’el Benjamin Franklin, appassionato di elettricità, passò alla storia anche per aver inventato, guarda caso, il parafulmine: un istmo metallico, cioè, tra le energie del cielo e la terra. I soggetti che invece non impareranno a canalizzare le loro percezioni, e a dominarne l’intensità, potranno perdere la capacità di concentrazione e soffrire di ossessioni. La maggior fortuna, per loro, è che qualcuno li esorti fin da adolescenti a prendersi estremamente sul serio: un genitore, un mentore, un fidanzato paziente, che sappia amare e comprendere le debolezze e i talenti della loro componente infantile e convincerli che, nonostante le apparenze, il mondo ha estremo bisogno di loro. Quel loro bambino interiore va incoraggiato, con tutta la sua curiosità, la sua sete di bellezza e bontà per sé e per tutti.
                                                 Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 5 gennaio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 6 al 10 Gennaio

Yeyale’el/yod-yod-lamed: 

"È la mia vista superiore a condurmi in alto". «A me gli occhi!» dice in un certo senso la radice di questo Nome. La lettera yod è infatti il geroglifico dell’attenzione, della mano che indica e dello sguardo che le obbedisce, e gli Yeyale’el sono maestri nel dirigere e nell’attrarre gli sguardi del prossimo. Sono anche dotati di una massiccia Energia Yod, che deve assolutamente prorompere da loro in forma terapeutica o in forma d’arte teatrale. Nel primo caso, saranno perciò spinti all’oculistica, alla neurologia (o alla psicologia, magari, che permette anch’essa di vedere meglio le cose). Nel secondo, basterà che salgano su un palcoscenico per accorgersi che nulla può dar loro più gioia del captare ed entusiasmare l’attenzione dei molti: e ben lo dimostrano molti Yeyale’el ipnotizzatori del pubblico, da Elvis Presley a Modugno, da Celentano a David Bowie e a Paolo Conte. Oppure sono loro stessi a vedere al di là del possibile, forti della loro doppia yod: come Bernadette Soubirous, che contemplò più volte Maria Vergine in persona, o l’astrofisico Stephen Hawking, studioso dei black holes che segnano i confini del nostro universo.
Seguono poi, nel vasto repertorio di potenzialità degli Yeyale’el, le varie professioni legate al mostrare, al rivelare, allo smascherare: critici d’arte e galleristi, tecnici delle luci, vetrinisti, pubblicitari, acconciatori, truccatori, costumisti, chirurghi estetici, confessori, illustratori (fu uno Yeyale’el il più celebre della categoria: Gustave Doré), commissari di polizia, giudici istruttori, detective, specialisti nelle intercettazioni, o viceversa prestigiatori, falsari e ogni genere di ingannatori che semplicemente hanno deciso di adoperare il potere del loro Arcangelo per far sembrare reale ciò che non è – e che inevitabilmente crollano non appena, nei loro raggiri, il voler nascondere qualcosa prevalga su quel tanto di creatività che occorre per far passare per vere le bugie. Esemplare, a tale riguardo, fu il caso di Richard Nixon, che riuscì, sì, nell’intento di farsi credere quel leader di spicco che non era, ma cadde per non essere riuscito a tener segreto il suo abuso di spionaggio interno. In generale, a scanso di guai, ai protetti da Yelalel bisogna consigliare una franchezza estrema verso gli altri, e una costante ricerca di limpidezza interiore, anche a costo di puntare su semplificazioni che a chiunque altro potrebbero apparire eccessive: rimarranno meravigliati nel constatare come la più elementare voglia di vederci chiaro basti a risolvere a loro vantaggio anche i problemi più complicati – come se d’un tratto si destassero in loro e anche attorno a loro potenti forze amiche. Se ne accorgono presto, in genere, e queste forze li appassionano, stimolando il loro coraggio e spingendoli a un’iperattività che sanno gestire benissimo. È raro che si esauriscano, anche quando si lasciano prendere talmente da qualche impresa da non essere più capaci di riposarsi. Unica condizione perché il loro vigore continui ad aumentare è l’estroversione: dal contatto con gli altri – con quanta più gente possibile – sembrano attingere slancio, proprio come Anteo dal contatto con la terra; e non perché assorbano energia altrui, ma al contrario: perché ne hanno talmente tanta in se stessi, che se non potessero condividerla con altri ne sarebbero soffocati, schiacciati. La sorte degli Yeyale’el che commettono l’errore di isolarsi è, infatti, davvero pesante. L’Energia Yod che non utilizzano si volge ben presto contro di loro, dissestandoli nel fisico o – quando sono più fortunati – nell’umore. Si sentono allora facilmente sconfitti dal destino, sventurati, abbandonati; il loro animo diventa terreno di saccheggio per le micidiali quattro R di cui già altre volte abbiamo parlato: il Rimorso, il Rancore, la Rabbia, il Rimpianto, che negli Yeyale’el possono crescere fino all’ossessività.
Anche le due yod del Nome dell’Angelo non li perdonano di averle lasciate inattive: se questo accade la loro mente comincia a ingannare se stessa e a ingigantire paure e incubi con cui dà forma a un mondo illusorio che per i poveri Yeyale’el solitari diventa più reale di qualsiasi altra cosa. Elvis Presley dovette sperimentare qualcosa del genere, nei suoi ultimi, disastrosi anni. È inutile, a quel punto, cercare di far breccia in quel loro guscio angoscioso: sono e rimangono sempre loro i maestri sia della verità sia dell’apparenza, e ogni tentativo di dissuaderli, di aiutarli a vedere meglio, non potrà che risultare dilettantesco dinanzi alla loro sconfinata abilità naturale in questo campo. L’unico rimedio potrebbe consistere nell’aiutarli a tornare in mezzo alla gente e nel lasciare che ritrovino il gusto di comunicare, di far credere agli altri invece che soltanto a se stessi. Ma, ripeto, ci vorrebbe perlomeno un altro Yeyale’el per poterli persuadere…
                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi