martedì 16 febbraio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 25 al 29 Febbraio

Lo scrittore Victor Hugo

Secondo Sibaldi c'è anche la chiave per una "vita facile": purché rispettino un’unica, semplicissima condizione, gli Habuwyah si possono tranquillamente assicurare uno dei primi posti tra i favoriti della sorte. Basti dire che pochi sanno guadagnare e spendere meglio di loro. Nessuno è più bravo nel gioire di un proprio successo, e nel lasciarselo in brevissimo tempo alle spalle per cercarne di nuovi e più grandi. E poi l’impeto, e l’intuito, per non dire l’ispirazione, e – soprattutto – la curiosità e il coraggio di sostenere idee nuove sono, negli Habuwyah, massicci talenti innati che richiedono soltanto di essere messi in atto per fruttare abbondantemente e a lungo.
Per di più, questi beniamini del cielo cadono sempre in piedi, e non c’è sconfitta che li scoraggi; si ha addirittura l’impressione che nel loro vocabolario questa parola non esista affatto: quando qualcosa non va per il verso giusto, la intendono limpidamente e disinvoltamente come un suggerimento di invisibili potenze amiche, per migliorare la strategia. Divengono così vere forze della natura, indifferenti, superiori all’approvazione altrui. Nemmeno gli affetti possono rallentarli o distrarli: nella casa vedono soprattutto un luogo dove concentrarsi e recuperare energie; un amico è – deve essere – per loro soprattutto un buon interlocutore, meglio se affascinato dai loro ragionamenti. Se famigliari e aspiranti amici si adattano a tali esigenze, bene; se no, agli Habuwyah non potrebbe importare di meno: il loro tempo è troppo importante perché lo perdano a rimpiangere qualche affetto perduto, e le loro fortune appaiono loro anche più significative se possono dedicarsi totalmente a costruirsele. L’unica condizione indispensabile, dalla quale dipende tutta questa splendida compattezza e attività, è che adoperino generosamente la specialissima Energia “terapeutica”, di cui sono dotati più di chiunque altro. Nella maggior parte dei casi, ciò significa che un Habuwyah potrà aspettarsi magnifiche realizzazioni in qualsiasi attività direttamente o indirettamente connessa con la medicina, o comunque sia con la riparazione di danni e guasti. Chirurghi o meccanici, farmacisti o restauratori, biochimici, veterinari o specialisti nella ristrutturazione di aziende: non importa chi o che cosa curino, ma è essenziale che per diverse ore al giorno e per almeno cinque giorni alla settimana si accorgano della profonda compassione che i dispiaceri altrui suscitano nel loro animo, e non resistano all’impulso di trasformarli in altrettante sfide da vincere a ogni costo. In casi meno frequenti, e anch’essi regolarmente coronati da successo, gli Habuwyah sono guidati dal destino a carriere teatrali o cinematografiche, come Goldoni o Caruso, Rossini ed Elizabeth Taylor. Oppure a carriere politiche, nelle quali invece di un palcoscenico si offra loro un podio; invece di copioni, discorsi da pronunciare con passione; e invece di danni a singoli individui o a cose, malattie di intere nazioni da diagnosticare e curare. Così avvenne per lo Habuwyah Yitshak Rabin. Ma attenzione! Occorre sempre ripeterlo a chi dispone di Energia Yod – e agli Habuwyah soprattutto, i quali non dispongono, né necessitano di alcuna altra dote: se non curano, non riparano, non recitano o non si assumono la responsabilità del bene dei loro concittadini, le conseguenze possono essere disastrose. L’Energia “terapeutica” è notoriamente inquieta e terribile. Chi la possiede e la reprime, irradia malessere o si ammala con grande facilità, o nel migliore dei casi ha la sensazione di vivere molto al di sotto delle proprie possibilità, come se si limitasse egli stesso da ogni parte per esserci ed esprimersi il meno possibile, come se temesse (e del tutto a ragione) che dalle sue azioni o dai suoi desideri possa derivare qualche guaio. Ma, fortunatamente, nei protetti di questo Angelo ciò avviene di rado: un Habuwyah che non abbia subito traumi gravissimi tende a trovare sempre, nel suo lavoro, il modo per rimediare a qualcosa che non va. Se, per esempio, è uno scrittore, come Hugo o Steinbeck, sarà attratto da mali sociali e gioirà nel denunciarli, sconfinando volentieri nell’attività pubblica. Se è un filosofo, come Rudolf Steiner, si prenderà cura delle convinzioni e degli orientamenti culturali della sua epoca proprio come un epidemiologo si occuperebbe di un Paese in cui imperversi una malattia: riterrebbe suo dovere curare, riattivare, rieducare, prescrivere diete e regole di vita sana, e avrebbe inoltre la tendenza - per la quale Steiner, appunto, andava celebre - a sviluppare le proprie teorie parlandone da un palco, in pubbliche conferenze, in modo che anche la funzione teatrale della sua Energia Yod trovi applicazione. Mentre gli Habuwyah che per mancanza di fiducia in se stessi non sono riusciti a consacrarsi alla propria vocazione e a farne un lavoro, dovranno assolutamente contare sul tempo libero per rimediare: dedicarsi al volontariato, alla beneficenza o a un appassionato amore per le piante o per gli animali. Oppure potranno sposare un medico, un attore, un politico: e perlomeno contribuiranno, con la propria Energia “terapeutica”, al successo del coniuge.
Qualità di Habuhiah e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Habuhiah sono dolcezza, profondità; protezione dalle malattie e capacità di portare salute e guarigione; successo in tutto ciò che attiene all'ambiente e al mondo agricolo (campi, foreste, eccetera). Ricchezza interiore. Spirito socievole e gentile; generosità e saggezza. Abbondanza di raccolti (materiali e spirituali); amore per tutto quello che è connesso alla natura.

                                                Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 20 al 24 Febbraio

Il filosofo Schopenhauer

Dice Sibaldi che a causa di questa "visuale" gli Eyael hanno assoluta necessità di una sommità sulla quale svettare in solitudione: il loro sguardo deve poter spaziare libero su tutto l’orizzonte, a tu per tu con il cielo. Da lassù i guai, i pensieri, i progetti di tutti (anche i loro stessi) appaiono talmente piccoli da sorriderne; e solo le altre vette, lontane, sembrano meritare attenzione. George Washington scolpito sul picco del Monte Rushmore: ecco un ’Ay‘a’el perfettamente realizzato, immortalato nell’espressione e nel luogo a lui più congeniali. O anche Copernico, che medita sul sistema solare voltando le spalle alla terra che non lo capisce; o Chopin che, lontano dalla Polonia, cesella metafisici valzer, vertiginosamente inadatti a chi voglia ballare: anche questi furono ’Ay‘a’el fedelissimi alla consegna. Ma altrettanto profonda, in tutti gli ’Ay‘a’el, è l’esigenza di scendere e comunicare, agli altri mortali, almeno un po’ di ciò che si impara là in cima. Senza grande entusiasmo, è vero, e soprattutto senza aspettarsi gran che dalla valle, ma un loro senso del dovere sociale non li lascerebbe in pace se tentassero di fare soltanto i solitari.. E tutta la loro sorte dipende dall’equilibrio che riescono a stabilire tra queste direzioni dell’animo. Non è facile, e molti non reggono. A valle si sentono invischiati, soffocati, incompresi: in parte lo sono davvero; in parte architettano loro stessi, senza accorgersene, situazioni che li deludano e che giustifichino il loro ritorno sulle amate vette, via dalla gente che non merita. Dispongono, a tale scopo, di un loro repertorio di tecniche infallibili: possono per esempio eccedere nell’idealismo, e misurare tutti quanti (anche i famigliari) con un metro troppo severo; oppure esagerano nella generosità, per poi potersi sentire mal ripagati; o anche, nei casi più drammatici, riescono a boicottare le loro stesse realizzazioni, a mandare in rovina un’opera notevole o una carriera – appunto perché li faceva sentire troppo imprigionati nel mondo consueto. La loro congenita incapacità di ascoltare le critiche li asseconda perfettamente, in tale specie di perversioni. Fu per questa via che l’imbronciato, sdegnosissimo ’Ay‘a’el Arthur Schopenhauer arrivò a teorizzare la ragionevolezza del suicidio come metodo per sottrarsi alle illusioni e alle inerzie del mondo. E nel brusco finale di carriera dell’’Ay‘a’el Bettino Craxi ebbe una parte notevole, io credo, anche un irresistibile impulso alla fuga, da ’Ay‘a’el esasperato. Anche la sua scelta della Tunisia come luogo d’esilio è, quanto a questo, significativa: non è necessario che una vetta sia proprio in montagna, a volte basta che sia semplicemente a distanza, e che guardando verso l’orizzonte si veda lontano – come là in Tunisia, tra i deserti e il mare. Frequenti, purtroppo, tra gli ’Ay‘a’el di minore respiro sono anche altre «vette» più facilmente raggiungibili: alcol, droga. Peter Fonda era nato il 23 febbraio: e i motociclisti del suo film Easy Rider erano molto ayaelici, i loro chopper erano modelli tecnologici di vette semoventi, con lo scintillio, come di nevi, dei tubi cromati, e tutt’intorno le sconfinate highways; è triste, ma in perfetta coerenza con il suo Angelo, il fatto che poi Peter non abbia più fatto nulla: come se più di tanto non fosse necessario, per uno che ama stare da solo. Oltre ai narcotici e agli eccitanti, gli ’Ay‘a’el possono scegliere come forma di isolamento dal mondo anche la depressione: Johnny Cash, per esempio, uno dei massimi cantanti country statunitensi, riuscì a collezionare tutte e tre le varietà di guai; fu una reazione, si disse, ai traumi dell’adolescenza e a un amore infelice: ma è altrettanto probabile che fosse semplicemente fretta e approssimazione nel trovare sollievo ai bisogni che il suo Angelo gli aveva assegnato. Un po’ di equilibrio, ripeto, un po’ di pazienza: è tutto lì il segreto perché la vita sorrida a questi eremiti a metà. Un buon punto di equilibrio può essere, per loro, una qualsiasi forma di podio: il palcoscenico d’un teatro, un ufficio da dirigente, o una cattedra – universitaria possibilmente, poiché gli ordini di scuole inferiori impegnano troppo; e meglio di tutto in filosofia: l’’Ay‘a’el Benedetto Croce vi si trovò comodissimo, per decenni. Anche un pulpito può fare al caso, tanto più che raramente gli ’Ay‘a’el sono tagliati per il matrimonio e la paternità; o una passione costante per qualche mistica illustre e raffinata; o anche soltanto un’automobile un po’ più ricercata, che li faccia sentire speciali nel traffico urbano o nell’irrimediabile banalità di un’autostrada. In mancanza d’altro, anche un senso imperterrito della propria dignità può bastare – purché, certo, sia garantito un weekend contemplativo, dovunque sia ma lontano e in silenzio.
Qualità di Eyael e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Eyael sono la capacità di trovare il buono in ogni cosa, generosità di sentimenti, consolazione, gusto per l’elevazione e l’evoluzione spirituale; saggezza, erudizione, illuminazione divina, comprensione dell’aspetto sconosciuto dell’Opera di Dio, cambiamenti, longevità.
        
                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 9 febbraio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 15 al 19 Febbraio

Il cantautore genovese Fabrizio De Andrè

Nella radice del Nome si cela il concetto: "Io comprendo la realtà e le sue forze": e infatti, anche secondo Sibaldi i protetti di quest’Angelo si trovano sempre un po’ più in là di dove si pensa che siano. I loro pensieri non soltanto corrono veloci, ma a qualunque conclusione decidano di fermarsi, si accorgono di averla già superata. Perfino i loro sentimenti hanno la strana proprietà di diventare l’oggetto di se stessi: quando un Manaqe’el ama, è attratto e intenerito dal proprio amore tanto quanto lo è dalla persona amata; se detesta qualcuno, detesta ancor di più il fatto di detestarlo. E allo stesso modo, se osserva se stesso, osserva soprattutto il proprio osservare; se analizza gli altri, analizza al tempo stesso le proprie analisi, e così via: come se avesse incorporata una cabina di regia, che trasforma ogni attimo della realtà in un’inquadratura. Questo suo specialissimo grado di consapevolezza non ha, tuttavia, l’effetto di renderlo artificioso: proverà sì, spesso, la sensazione di star recitando, ma come reciterebbe un grande attore che metta tutto di sé nel proprio personaggio. D’altra parte, grande motivo di meraviglia è, fin dall’infanzia dei Manaqe’el, l’accorgersi di come la maggioranza degli altri, grandi e piccoli, non sappiano di recitare anch’essi nella vita, e non si fermino ogni tanto a cercare il regista per discutere un po’ il copione. Durante l’adolescenza il Manaqe’el cerca invano di rivolgersi agli altri dietro le loro quinte; e durante la giovinezza impara (ed è solitamente un periodo triste) a rassegnarsi all’evidenza: il mondo è uno spettacolo che gli attori potrebbero cambiare in ogni istante, se i loro ruoli e gli scenari non li incatenassero – e li incatenano solo e appunto perché essi pensano siano veri. Poi, dal modo in cui il Manaqe’el reagisce a questa sconsolante scoperta, vengono a dipendere tutte le scelte della sua vita. Alcuni Manaqe’el tentano, ancora per un po’, di destare il prossimo da quell’incantesimo teatrale. Fu così per Galileo, che con il suo libro Sidereus nuntius (Il messaggero delle stelle, titolo molto manaqeliano) tentò di diffondere nell’intormentita Italia della Controriforma le nuove immagini delle quinte del sistema solare; ne ebbe molti guai e, processato dall’Inquisizione, preferì lasciar perdere: giustamente, non gli andò a genio la prospettiva di venir bruciato come eretico sul palcoscenico dell’oscurantismo, solo per permettere ad altri di recitare il personaggio del boia. Altri Manaqe’el scelgono l’arte, o la psicologia: si dedicano allora allo studio appassionato delle maschere e dei volti, alla ricerca di quella verità dell’anima di cui, da bambini, avevano visto ovunque la mancanza; e possono riuscire ottimamente in questo compito: ad esempio quando – come avvenne a Fabrizio De André – li anima la compassione verso chi è a un passo dallo scoprire quella verità, ma non trova il coraggio di compierlo. Qualche Manaqe’el cerca ancora più lontano: invece della coscienza e del cielo indaga l’Aldilà, i territori ignoti della psiche – e viene aiutato in ciò da certi doni particolari, talenti di veggenza e medianità, del tutto simili a quelli degli Angeli della Soglia, i due La’awiyah di maggio e giugno. Il suo scopo, anche allora, sarà certamente quello galileiano di offrire punti d’osservazione nuovi e più vasti, di scostare vecchie certezze come si scosterebbe un fondale dipinto. Ma più numerosi sono i Manaqe’el che, come Galileo da vecchio, lasciano i contemporanei al loro destino: il malessere altrui continuerà a rattristarli sempre, ma imparano a ripararsi dal rammarico con robuste corazze, fatte di lucido realismo e di ironia. Sviluppano allora le altre qualità caratteristiche del loro Angelo: l’oculatezza nello scegliersi amici e colleghi, la nettezza dei giudizi, l’autonomia di pensiero, la chiarezza interiore (è pressoché impossibile trovare un Manaqe’el che non vada d’accordo con se stesso) e l’abilità nell’intuire le esigenze altrui, specialmente quelle di chi comanda, e di adeguarvisi senza eccessivo sforzo. Tutto ciò potrà garantire loro un’esistenza eccellente e un buon successo economico, specie se a un certo punto decideranno di lavorare in proprio – così da non dover sottostare sempre a copioni altrui. Ma rimarrà nel cuore un senso di insoddisfazione, un’inquietudine molto simile a un rimorso, al pensiero di non aver detto e non aver fatto abbastanza per scuotere il prossimo dal torpore. A volte tale inquietudine esplode, nei Manaqe’el, in vampate di collera: celeberrime quelle del campione di tennis McEnroe; altre volte si cristallizza in un’espressione perennemente imbronciata, come nel cardinale Carlo Maria Martini; altre volte ancora, degenera in periodi di solitudine e malinconia. Allora è la creatività a salvarli: nulla li ritempra come il piacere della velocità mentale con cui si plasmano storie e forme per l’arte, e mondi interi in cui ambientarle – non importa se più brutti o più belli del nostro, ma perlomeno esplicitamente immaginari, mentre il nostro è solo implicitamente tale. Meglio ancora se nelle loro opere compariranno vicende di persone oppresse, infelici, che cerchino e magari trovino protezione, salvezza o riscatto dalle dense illusioni della loro realtà. Il sogno segreto dei Manaqe’el sarebbe quello di salvare davvero persone simili nella vita quotidiana, di proteggerle, educarle, guidarle; se lo realizzassero, ne trarrebbero immensa gioia e serenità. Ma per arrivarci dovrebbero rimediare alle vecchie delusioni della loro infanzia e adolescenza, allo sdegno che ha suscitato in loro la cortezza delle menti e degli animi altrui; e l’amarezza che ne è scaturita è di solito troppo profonda, nei Manaqe’el, perché la si possa colmare.
Qualità di Manakel e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Manakel sono apertura e benevolenza verso gli alri, buon carattere, stabilità; senso di Giustizia, capacità di discernere fra il Bene e il Male.

                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 10 al 14 Febbraio

Il presidente americano Abramo Linkoln

Nella radice del nome c'è il concetto: "Ciò che posso dare è chiuso in casa". La persona Damabiah è spesso come una bellissima nave ferma al molo: potrebbe salpare, anzi dovrebbe, e al più presto, perché non c’è nulla qui intorno che le possa servire, mentre al di là dell’orizzonte troverà terre nuove e ricchezze. Ma per qualche strano incantesimo la nave rimane qui: il capitano ha terrore dei naufragi e, neanche a farlo apposta, tutte le volte che la nave si è avventurata al largo c’è stato qualcosa che non andava, ed è dovuta tornare precipitosamente. I mesi, gli anni passano. La nave rischia di diventare un monumento alle occasioni perdute, un monito a chiunque la veda: «Non fate come me!» E l’equipaggio vive di piccoli lavori nei docks e negli uffici del porto. Somiglia a un incubo, sì. E i Damabiyah lo conoscono bene, proprio come i loro quasi gemelli, gli Yeyay’el dei Troni. Sia gli uni sia gli altri devono o hanno dovuto superare quell’incantesimo, per scoprire le loro autentiche qualità e possibilità immense. E che cosa fa più paura: uscire dal porto e abbandonare tutto ciò a cui si era fatta l’abitudine, oppure reggere all’emozione che suscitano il mare profondo, l’orizzonte piatto, la notte senza luci umane intorno? Per i Damabiyah, questa scelta diventa facilmente motivo di panico. Ma la profondità e l’immensità che tanto li terrorizzano sono, naturalmente, in loro stessi: il mare è soltanto l’immagine delle loro potenzialità e della potenza dei loro sentimenti – che sentono essere sconfinate – e del loro meraviglioso desiderio di libertà, che, non appena vi pensano, sembra accelelerare in loro come l’inerzia di chi stia precipitando. Non osano fidarsene, e non per viltà, si badi, ma per una specialissima forma di avarizia. Il fatto è che non vogliano spendersi. Amano troppo se stessi: le acque del porto sono per i Damabiyah come lo specchio d’acqua in cui si contemplava Narciso. In alto mare e in altri continenti – negli occhi di altra gente, nel cuore di qualcun altro – troverebbero magari molte cose interessantissime, ma dovrebbero rinunciare a quelle infinite sfumature di tenerezza che provano a casa loro, quando contemplano i propri occhi, il proprio cuore, nella loro cornice consueta: le abitudini, la famigliola, gli amici… «Chi si volta indietro non è degno del Regno dei cieli», ammoniva Gesù. I Damabiyah lo sanno, e sospirano in porto.
Abilissimi nel costruirsi appositamente lacci e ricatti, possono elencarvi mille motivi per non partire. Incostanza, voglia di raccoglimento, ripugnanza per la praticità, stravaganze, volubilità, insufficiente approvazione e incoraggiamento da parte di parenti o maestri, manie, superstizioni, rancori, sensi di colpa, doveri, affetti, crediti, debiti, promesse… Ma sono soltanto pretesti. E c’è di peggio: per impedirsi di uscire in mare ricorrono anche ai plagi, proprio come gli Yeyay’el, e sono altrettanto bravi nello scegliersi partner che li incatenino. Mobilitano al contempo tutta la loro agilissima, cavillosa e testarda intelligenza, per non lasciarsi aprire gli occhi da nessuno sul danno che stanno facendo a se stessi.
In compenso, durante la loro vita in porto possono diventare ottimi arredatori, cultori della tradizione ed esperti di tutti i meandri dell’anima domestica o addomesticata. Tra i più celebri Damabiyah non salpati si annoverano Boris Pasternak, che nel Dottor Zivago narra appunto di un eroe che non seppe salire sulle navi che gli offriva il destino; Georges Simenon, con la sua splendida galleria di crimini fatti in casa, di case-trappole mortali, di vite vissute e distrutte tra i muri; Edison, che guarda caso inventò proprio l’oggetto che sarebbe divenuto più indispensabile nelle case di tutto il mondo, la lampadina elettrica, e varie altre apparecchiature celebri come il fonografo, il telegrafo duplex e il microtelefono, che hanno reso i nostri porti personali un po’ più ameni e hanno permesso di comunicare con il resto del mondo senza doverne per forza uscire. I Damabiyah, invece, che sono riusciti a spezzare la propria linea d’ombra e a prendere il largo, mostrano spesso la tendenza a distruggere qualche simbolo di prigionia, di immobilismo, come per celebrare meglio la propria vittoria sulla parte di se stessi che avrebbe voluto restare: così, il Damabiyah Abramo Lincoln, che scatenò una guerra civile per abolire la schiavitù; o Brecht, che per tutta la vita lottò contro gli aspetti damabiani della società capitalistica; e soprattutto Darwin, che per elaborare le sue teorie decise di salpare (guarda caso!) per un viaggio attorno al mondo, e in cinque anni di navigazione escogitò per l’appunto la dottrina dell’evoluzione, cioè dell’universale necessità di non fermarsi a quel che già si ha e si è. Lincolniani, brechtiani e darwiniani, a quel che ho potuto constatare, sono in un modo o nell’altro tutti i Damabiyah che abbiano saputo scoprire la profondità delle passioni e l’odio dei limiti: che ci siano riusciti rompendo con la famiglia, o divorziando, o licenziandosi da un lavoro che li abbruttiva, una volta spiegate le vele si fanno un dovere di predicare su grande o su piccola scala la liberazione da qualcosa. Sono magnifici insegnanti, godono nell’essere esempi, hanno la vocazione del Principe Azzurro: e il mondo è talmente pieno di Belle Addormentate.
Qualità di Damabiah e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Damabiah sono saggezza e diplomazia, anelito alla conoscenza; tendenza all'approfondimento. Spontaneità e vivacità di spirito, intuizione dei Mondi Superiori, amore e rispetto per l’Acqua.

                                         Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 2 febbraio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 5 al 9 Febbraio

lo scrittore Dickens

Mehiy, in ebraico, significa «colpo», «gesto deciso» che separa, allontana, o che viceversa avvicina d’un tratto – da cui mehiy’ath, «l’applauso», il battere i palmi l’uno contro l’altro. E certamente i Mehiy’el sono persone bisognose del plauso della gente. Si segnalano anche per i loro periodici colpi di testa, per l’impulsività nell’unire e nel dividere, nel trarre conclusioni, nel dare giudizi. Tale inclinazione deriva loro da un pessimo rapporto tra la mente e l’istinto. Bravissimi nel ragionare, nel distinguere, nell’orientarsi all’interno di schemi precisi, temono invece tutto ciò che proviene dal profondo e che si muove, laggiù, in vaste correnti che a loro appaiono soltanto misteriose, imprevedibili: vogliono, vorrebbero imporre un controllo razionale anche agli impulsi del cuore e del resto del corpo; hanno o vogliono avere la sensazione di esserci riusciti, e puntualmente l’istinto prende invece il sopravvento quando meno se lo aspettano, o talvolta addirittura senza che se ne accorgano. Non sono rari, infatti, i casi di Mehiy’el che si impegnano a convincere chiunque, e anche se stessi, dell’assoluta logicità di qualche loro comportamento che, considerato con un minimo di obiettività, risulta invece assai irrazionale. Somigliano allora a bambini che dicono le bugie, con l’unica differenza che i bambini sanno di dirle e loro no: soltanto il loro cuore lo sa, ma allora più che mai lo mettono a tacere. Quanto poi al bisogno d’approvazione, va da sé che sia determinato dall’insicurezza, dai dubbi che i Mehiy’el sopprimono (bruscamente, di nuovo) in se stessi: e diventa perciò un bisogno di vedere approvata l’immagine che vogliono dare di sè, e non la loro personalità autentica – il che, comunque vada, li lascia sempre profondamente insoddisfatti, e con un sempre più inappagato bisogno di conferme.
Nella letteratura, e ancor più nel cinema, questo tipo di personalità ha avuto enorme fortuna, proprio grazie ad alcuni Mehiy’el applauditissimi che seppero intuire quelle loro particolarità e prenderne la distanza necessaria a raffigurarle ironicamente: Charles Dickens ne 'Il circolo Pickwick'; Jack Lemmon in 'A qualcuno iace caldo', 'L’appartamento', 'Irma la dolce'; François Truffaut nei film dolceamari dedicati al personaggio quanto mai mehieliano di Antoine Doinel (I quattrocento colpi, Baci rubati) e in 'L’uomo che amava le donne'. Nella realtà, quel conflitto tra ragione e istinto rischia di avere conseguenze assai meno dolci o divertenti. Dall’istintualità non traiamo soltanto l’energia delle nostre passioni, ma anche il gusto e il significato di esse; è istintivo ridere, gioire, sperare, aver paura e vincere la paura, prendere sul serio e giocare; e quando tutto ciò è troppo a lungo sottoposto a controllo, comincia a indebolirsi il senso stesso dell’esistenza, e si aprono nella coscienza varchi di panico davvero temibili. Qualcosa del genere dovette causare la triste fine del Mehiy’el James Dean, e determina in tanti suoi fratelli d’Angelo crisi professionali e familiari angosciose". Sibaldi richiama anche una tragica, e simbolica, vicenda accaduta al Mehiy’el Charles Lindbergh: quando nel 1927 trasvolò per primo l’Atlantico (30 ore di perfetto controllo sul corpo e sulla mente ai comandi del suo aereo, sopra un oceano minaccioso), il suo bambino fu rapito per denaro e durante il rapimento morì: "come era avvenuto per Dedalo e Icaro, allo slancio tecnologico, iperrazionale di un uomo verso il cielo faceva seguito un tremendo colpo (mehiy!) vibrato ai suoi affetti più profondi. Nei Mehiy’el ciò che l’iperrazionalità mette davvero e sempre in pericolo è il bambino interiore: è questo che rischiano di perdere, quanto più si sentono ai comandi del piccolo velivolo della loro mente. Proprio perciò, probabilmente, due dei Mehiy’el illuminati citati qui, Dickens e Truffaut, seppero trovare il modo e il sentimento per dedicare tanta della loro opera ai bambini – da 'Oliver Twist' a 'Gli anni in tasca', 'La bottega dell’antiquario', 'Il ragazzo selvaggio' –, schivando così la peggior minaccia d’infelicità che incombe sui protetti di questo Arcangelo. Provvedano a fare altrettanto – negli affetti, nella giocosità, nel tempo libero – i Mehiy’el che il destino porta in alto. Salire per loro non è difficile, devono solo badare a chi e alla parte di loro che rimane a terra. L’ascesa professionale l’avranno, garantita, in qualsiasi professione intellettuale: nell’editoria, nell’ingegneria, in ogni lavoro in cui si tratti di mostrare originalità rimanendo tuttavia ligi a regole, alla tradizione o alle leggi (grandi cuochi, avvocati, notai eccetera). Ottima, poi, sarebbe l’idea di dedicarsi a una qualche attività politica, in cui, com’è noto, non guasta una certa propensione a dire o a mascherare bugie (e quanto a eventuali, autodistruttive irruzioni dell’istintualità repressa, un buono staff di collaboratori potrebbe occuparsi di prevenirle). Sono molti i Mehiy’el politici per passione o per professione (...); se poi dovesse capitare un Mehiy’el politico che difendesse i diritti dei minori, non si potrebbe che ringraziare la Provvidenza e ammirarne il sicurissimo successo. Quanto alle bugie, nulla impedisce che i Mehiy’el più creativi le trasfigurino fino a farne capolavori d’invenzione, specialmente se il loro bambino interiore li aiuterà in tale intento. Precedente illustrissimo: Jules Verne, il quale tra l’altro, oltre a proiettarsi in cielo, in 'Dalla terra alla luna', ebbe l’idea di scendere giù, fin nel profondo, in 'Viaggio al centro della terra', come per ricordare a se stesso e a tutti la necessità di equilibrare l’alto e il basso nella loro personalità, nella loro psiche".
Le qualità sviluppate da Mehiel sono grande forza creatrice morale, emozionale e fisica, purificazione interiore, pensieri e sentimenti equilibrati. Capacità logiche e comunicative. Dona persuasività con la parola, talento e gratificazione nell’ambito delle lettere e dell’insegnamento. Protegge tutte le attività e professioni connesse ai libri e all'editoria, e alla comunicazione. Protegge dalla rabbia dei nemici e (un po' anacronistico oggi...) dagli animali feroci.

                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 31 Gennaio al 4 Febbraio

Il politico Roosvelt

Vasto, esigente, impetuoso, l’Arcangelo ‘Anawe’el impone talenti talmente impegnativi, che la maggior parte dei suoi protetti ne rimane sgomenta e addirittura paralizzata a lungo. Da un lato, gli ‘Anawe’el si scoprono fin dall’infanzia animati da intensa spiritualità, alti ideali di purezza, bontà, abnegazione, dal desiderio di una felicità libera e profonda per sé e per tutti; dall’altro, si accorgono sempre più chiaramente di desiderare (e di saper accumulare) la ricchezza materiale (guardata con sospetto da tutte le nostre grandi religioni, vista come incompatibile con le elevate aspirazioni spirituali dell’individuo). Ma non solo: crescendo gli ‘Anawe’el avvertono in sé anche una tumultuosa aggressività, una vera e propria carica di violenza guerriera, e al tempo stesso un’indubbia Energia “terapeutica”: il bisogno cioè di capire, curare, interpretare i mali altrui. Infine, a complicare ulteriormente la situazione, si aggiunge una prepotente vocazione, se non proprio al potere, perlomeno al ruolo di leader, di personaggio pubblico, che impedisce loro di tenersi per sé le proprie contraddizioni: «Risolvile!» sembra ordinare loro l’Arcangelo che li protegge «e mostra alla gente come si possa uscire da un simile labirinto!». A lungo molti ‘Anawe’el tentano di cavarsela reprimendosi, mantenendo cioè le loro forze al più basso livello possibile, che riduca allo stato di latenza almeno una parte di quei loro talenti. Ma è come cercare di nascondere tigri e leoni nell’armadio. Fremono, tumultuano. Quei talenti repressi producono in loro disturbi d’ogni genere, fisici o psichici; danneggiano, anche, le scelte principali della vita – nella professione, nei sentimenti – come se non volessero permettere agli ‘Anawe’el nessuna vera realizzazione, fino a che non avranno fatto i conti con tutti i compiti che sono stati loro affidati. Fare quei conti è molto difficile, sì, ma non impossibile. Si tratta di accettare l’idea d’una vita strapiena ed entusiasmante: il conflitto tra la spiritualità e l’amore per la ricchezza, per esempio, si può risolvere lasciando che l’abilità finanziaria agisca (e metterla in moto è per gli ‘Anawe’el una gioia indicibile), ma per accumulare capitali non per sé stessi, quanto per qualche impresa utile a molti. E se l’Energia “terapeutica” avrà preso la forma della vocazione per la medicina, l‘Anawe’el creerà cliniche, ospedali o finanzierà coraggiosamente le proprie ricerche; se invece avrà preso la forma d’una vocazione teatrale, l’‘Anawe’el diverrà una star estremamente combattiva, che come tale potrà favorire iniziative benefiche o sostenere forti e luminosi ideali. Quanto all’aggressività guerriera può tornare utile anch’essa, come impeto per estendere sempre di più la propria sfera d’azione: per superare ostacoli e infondere vigore nei propri collaboratori. È un programma troppo ambizioso? Sì, per un io che tema di mettersi in gioco e che si preoccupi di se stesso – della propria purezza, bontà e mitezza – più che del benessere del suo prossimo. Qui infatti è la chiave: ciò che può frenare o complicare le immense possibilità degli ‘Anawe’el è il suo egoismo, che rimane tale anche quando si maschera di modestia o umiltà. Una volta che siano riusciti a eliminarlo alla radice, nulla e nessuno li fermerà più. Ma tengano presente, gli ‘Anawe’el, che non verrà loro perdonato nessun compromesso. Come sappiamo, ogni Angelo trasforma in rischi o difetti le qualità che i suoi protetti hanno avuto in sorte e che non usano: e l’Arcangelo ‘Anawe’el non solo non fa eccezione, anzi, si segnala per speciale durezza. L’‘Anawe’el Franz Schubert, per esempio, volle vivere ritirato, dedito soltanto alla sua dolcissima musica, e più volte gli capitò, tutt’a un tratto, di abbandonarsi a eccessi di violenza, quando in qualche locale pubblico qualcosa gli dava ai nervi. Il presidente americano Roosevelt (‘Anawe’el anche lui) usò magnificamente i suoi talenti di leader, di economista, di promotore di ideali e di stratega, salvando l’America dalla Grande Depressione e contribuendo a salvare il mondo dal nazismo: ma trascurò la sua Energia “terapeutica” e fu poliomielitico. Clark Gable fece capolavori con la sua Energia “terapeutica” nel cinema, impiegò la propria aggressività come carburante per la conquista del successo, affascinò le folle, accumulò moltissimo denaro, ma trascurò la componente altruista e fu tormentato per decenni da un’avarizia ossessiva nevrotica, ossessiva. Un ‘Anawe’el felice fu invece Rabelais, che fece proprio di tutto: dapprima francescano, poi medico, poi curato (ovvero ricco leader locale, alla sua epoca) e al tempo stesso maestro di pensiero del Rinascimento francese, e narratore, guarda caso, di storie di titani irruenti, come Pantagruel e suo padre Gargantua.
Conviene dunque rimboccarsi le maniche e non intimidirsi dinanzi a nessun lato di se stessi. Ai giorni nostri, ciò che più frena gli ‘Anawe’el è probabilmente il timore che nutrono verso gli elementi aggressivi del loro carattere (e che appaiono loro tanto più agghiaccianti quanto più li reprimono); ma sarebbe relativamente semplice placarli: sfogandoli per esempio in qualche arte marziale, o nel tiro con l’arco. E semplicemente rendendo omaggio in tal modo, un paio di volte a settimana, a quel loro animal spirit, otterrebbero l’effetto di rischiarare l’orizzonte delle proprie profonde esigenze e vocazioni: perché non provare? Poi si potrebbe proseguire risvegliando l’Energia Yod, e poi approvando e cominciando a mettere all’opera la propria voglia di ricchezze, e poi tutto il resto verrà certamente da sé.
Le qualità sviluppate da Anauel sono sensibilità, generosità, amore universale, tolleranza, capacità di offrire mutuo soccorso; logica e capacità comunicative; spiccate capacità commerciali. La preghiera all'angelo dona protezione dagli incidenti e guarigione nelle malattie, pace, guadagni materiali.

                                                 Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi