martedì 2 febbraio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 5 al 9 Febbraio

lo scrittore Dickens

Mehiy, in ebraico, significa «colpo», «gesto deciso» che separa, allontana, o che viceversa avvicina d’un tratto – da cui mehiy’ath, «l’applauso», il battere i palmi l’uno contro l’altro. E certamente i Mehiy’el sono persone bisognose del plauso della gente. Si segnalano anche per i loro periodici colpi di testa, per l’impulsività nell’unire e nel dividere, nel trarre conclusioni, nel dare giudizi. Tale inclinazione deriva loro da un pessimo rapporto tra la mente e l’istinto. Bravissimi nel ragionare, nel distinguere, nell’orientarsi all’interno di schemi precisi, temono invece tutto ciò che proviene dal profondo e che si muove, laggiù, in vaste correnti che a loro appaiono soltanto misteriose, imprevedibili: vogliono, vorrebbero imporre un controllo razionale anche agli impulsi del cuore e del resto del corpo; hanno o vogliono avere la sensazione di esserci riusciti, e puntualmente l’istinto prende invece il sopravvento quando meno se lo aspettano, o talvolta addirittura senza che se ne accorgano. Non sono rari, infatti, i casi di Mehiy’el che si impegnano a convincere chiunque, e anche se stessi, dell’assoluta logicità di qualche loro comportamento che, considerato con un minimo di obiettività, risulta invece assai irrazionale. Somigliano allora a bambini che dicono le bugie, con l’unica differenza che i bambini sanno di dirle e loro no: soltanto il loro cuore lo sa, ma allora più che mai lo mettono a tacere. Quanto poi al bisogno d’approvazione, va da sé che sia determinato dall’insicurezza, dai dubbi che i Mehiy’el sopprimono (bruscamente, di nuovo) in se stessi: e diventa perciò un bisogno di vedere approvata l’immagine che vogliono dare di sè, e non la loro personalità autentica – il che, comunque vada, li lascia sempre profondamente insoddisfatti, e con un sempre più inappagato bisogno di conferme.
Nella letteratura, e ancor più nel cinema, questo tipo di personalità ha avuto enorme fortuna, proprio grazie ad alcuni Mehiy’el applauditissimi che seppero intuire quelle loro particolarità e prenderne la distanza necessaria a raffigurarle ironicamente: Charles Dickens ne 'Il circolo Pickwick'; Jack Lemmon in 'A qualcuno iace caldo', 'L’appartamento', 'Irma la dolce'; François Truffaut nei film dolceamari dedicati al personaggio quanto mai mehieliano di Antoine Doinel (I quattrocento colpi, Baci rubati) e in 'L’uomo che amava le donne'. Nella realtà, quel conflitto tra ragione e istinto rischia di avere conseguenze assai meno dolci o divertenti. Dall’istintualità non traiamo soltanto l’energia delle nostre passioni, ma anche il gusto e il significato di esse; è istintivo ridere, gioire, sperare, aver paura e vincere la paura, prendere sul serio e giocare; e quando tutto ciò è troppo a lungo sottoposto a controllo, comincia a indebolirsi il senso stesso dell’esistenza, e si aprono nella coscienza varchi di panico davvero temibili. Qualcosa del genere dovette causare la triste fine del Mehiy’el James Dean, e determina in tanti suoi fratelli d’Angelo crisi professionali e familiari angosciose". Sibaldi richiama anche una tragica, e simbolica, vicenda accaduta al Mehiy’el Charles Lindbergh: quando nel 1927 trasvolò per primo l’Atlantico (30 ore di perfetto controllo sul corpo e sulla mente ai comandi del suo aereo, sopra un oceano minaccioso), il suo bambino fu rapito per denaro e durante il rapimento morì: "come era avvenuto per Dedalo e Icaro, allo slancio tecnologico, iperrazionale di un uomo verso il cielo faceva seguito un tremendo colpo (mehiy!) vibrato ai suoi affetti più profondi. Nei Mehiy’el ciò che l’iperrazionalità mette davvero e sempre in pericolo è il bambino interiore: è questo che rischiano di perdere, quanto più si sentono ai comandi del piccolo velivolo della loro mente. Proprio perciò, probabilmente, due dei Mehiy’el illuminati citati qui, Dickens e Truffaut, seppero trovare il modo e il sentimento per dedicare tanta della loro opera ai bambini – da 'Oliver Twist' a 'Gli anni in tasca', 'La bottega dell’antiquario', 'Il ragazzo selvaggio' –, schivando così la peggior minaccia d’infelicità che incombe sui protetti di questo Arcangelo. Provvedano a fare altrettanto – negli affetti, nella giocosità, nel tempo libero – i Mehiy’el che il destino porta in alto. Salire per loro non è difficile, devono solo badare a chi e alla parte di loro che rimane a terra. L’ascesa professionale l’avranno, garantita, in qualsiasi professione intellettuale: nell’editoria, nell’ingegneria, in ogni lavoro in cui si tratti di mostrare originalità rimanendo tuttavia ligi a regole, alla tradizione o alle leggi (grandi cuochi, avvocati, notai eccetera). Ottima, poi, sarebbe l’idea di dedicarsi a una qualche attività politica, in cui, com’è noto, non guasta una certa propensione a dire o a mascherare bugie (e quanto a eventuali, autodistruttive irruzioni dell’istintualità repressa, un buono staff di collaboratori potrebbe occuparsi di prevenirle). Sono molti i Mehiy’el politici per passione o per professione (...); se poi dovesse capitare un Mehiy’el politico che difendesse i diritti dei minori, non si potrebbe che ringraziare la Provvidenza e ammirarne il sicurissimo successo. Quanto alle bugie, nulla impedisce che i Mehiy’el più creativi le trasfigurino fino a farne capolavori d’invenzione, specialmente se il loro bambino interiore li aiuterà in tale intento. Precedente illustrissimo: Jules Verne, il quale tra l’altro, oltre a proiettarsi in cielo, in 'Dalla terra alla luna', ebbe l’idea di scendere giù, fin nel profondo, in 'Viaggio al centro della terra', come per ricordare a se stesso e a tutti la necessità di equilibrare l’alto e il basso nella loro personalità, nella loro psiche".
Le qualità sviluppate da Mehiel sono grande forza creatrice morale, emozionale e fisica, purificazione interiore, pensieri e sentimenti equilibrati. Capacità logiche e comunicative. Dona persuasività con la parola, talento e gratificazione nell’ambito delle lettere e dell’insegnamento. Protegge tutte le attività e professioni connesse ai libri e all'editoria, e alla comunicazione. Protegge dalla rabbia dei nemici e (un po' anacronistico oggi...) dagli animali feroci.

                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

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