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| La famosa portnostar italiana Moana Pozzi |
Sibaldi osserva che nei giorni del Serafino Kahethe’el nacque il duca di Wellington: quello che a Waterloo assestò il colpo definitivo alle ambizioni imperiali di Napoleone e si dedicò poi serenamente all’amministrazione delle colonie indiane; sotto quest'angelo nacquero anche Edward Gibbon, l’autore della monumentale Storia del declino e della caduta dell’impero romano e Saddam Hussein, che volle un impero e finì per distruggersi, pressando troppo i popoli dell’Iraq con il suo pesante regime. E per quanto diversissimi tra loro, sia il duca, sia lo storico, sia il dittatore rappresentano altrettanti aspetti del principale talento dei Kahethe’el, che è quello di saper criticare spietatamente i sogni – i propri o quelli altrui, per loro non fa differenza. Come fossero tutti quanti lettori appassionati di Gibbon, anche i più idealisti tra i protetti di questo Serafino hanno la tendenza, l’ansia anzi, di individuare in qualsiasi ideale i sintomi della sua fatale decadenza, e di potersi impedire così di crederci. Come Wellington, provano un senso di sollievo più o meno dissimulato ogni volta che qualche idolo ormai invecchiato cade, che qualche sogno che ha fatto il suo tempo si infrange: «Lo sapevo, io» dicono annuendo, e si sentono saggi e in pace con se stessi. Ma questa severa attitudine rischia di eccedere nel tener d’occhio e frenare il proprio animo (e quello degli altri), spegnendo all'origine sogni e speranze. Molti invece osano, assecondano le proprie ambizioni, specie nella loro giovinezza, e appaiono affascinanti, brillanti, belli anche nel fisico, pieni di fiducia nel loro prossimo e ricambiati da eguale fiducia, complimentati, e tanto radiosi da dissolvere ogni forza ostile, visibile o invisibile, che possa trovarsi nel loro raggio d’azione. Ma attenzione: controllino bene che in loro stessi non sia in agguato una controparte interiore che segretamente scommette contro di loro, in attesa della sconfitta e di poter dire «Lo sapevo, io»... Invece questi non sono certo esiti fatali del loro destino: si muovano per tempo per impedire a se stessi di preparare tranelli. E' bene che i Kahethe’el prendano assolutamente sul serio tale loro lato nascosto e se ne tutelino. Non devono diventare gli oppressori di se stessi. Tutte le volte, per esempio, che si scoprono in flagrante a cullare il pensiero di una piccolissima felicità domestica, di un posto di lavoro sicuro e subordinato, di vacanze banali, e sospirano pensando a come se ne staranno tranquilli in pensione, sappiano che il loro lato peggiore sta agendo a loro danno, restringendo la loro visuale, inclinandoli a quelle poche pretese il cui unico pregio kaeteliano è di somigliare pochissimo a desideri propriamente detti. Quelli che cedono a queste inclinazioni svilupperanno un conformismo irritabile, pieno di sarcasmi rancorosi o di quella particolarissima ipocrisia che è tipica delle persone che si sono imposte di non sperare e non gioire mai. E se si considera che i Kahethe’el amano esercitare un certo potere su chi li circonda, e sono generalmente dotati di un buon talento comunicativo, è facile capire quali ombre possano rischiare di irradiare sugli animi altrui. Eppure, spesso non possono farci nulla: quella strana modestia si impossessa di loro come una nevrosi, facendoli sentire meschini, insignificanti, e costringendoli, davvero, ad annientare tutti i traguardi che potrebbero invece facilmente raggiungere.
Non per niente nel geroglifico del Nome del loro angelo si nasconde il messaggio 'io domino i profondi desideri dell’anima'.
Come affrontare ed esorcizzare questo demone? Come sempre si deve fare con le proprie zone d’ombra: ascoltandole, intendendone la profonda ragione, che è in realtà nobilissima. Come altri protetti dai Serafini, i Kahethe’el si trovano fin dalla nascita in quel punto chiave della crescita spirituale in cui l’io comincia a detestare tutto ciò che è egoistico. Il loro animo sta per librarsi ad altre altezze, è alla soglia di un nuovo modo di essere, più aperto, generoso, luminoso, e li indispettisce, li offende addirittura, ogni tratto dell’io ordinario che sappia badare soltanto al proprio vantaggio, alla propria piccola affermazione. I sogni di felicità che i Kahethe’el si sentono spinti a censurare e a schiacciare sono in realtà quelli dell’io limitato, poco evoluto: se ne accorgano, e non cedano alla tentazione di fare di ogni erba un fascio, rifiutando ogni sogno a priori. Se si rendono conto che può esserci qualcosa di nuovo in cui valga la pena di credere, possono divenire splendidi strumenti dell’evoluzione umana, con la loro capacità di annientare tutto ciò che non sia altrettanto nuovo e valido e pretenda soltanto di esserlo. Tra i Kahethe’el illuminati si contano critici geniali delle vanità della loro epoca, come il polemicissimo Karl Kraus, tanto temuto nella Germania prehitleriana; o critici della filosofia, come Ludwig Wittgenstein, tanto rigoroso, nel suo pensiero da dar torto persino a se stesso: ripudiò infatti nella seconda parte della vita quel che aveva teorizzato nella prima; e felicissimi, wellingtoniani distruttori di miti esagerati o scaduti (...). Come educatori, benefattori e promotori, poi, i Kahethe’el possono essere splendidi, se sanno prendere a modello la fata che annichila le sorellastre di Cenerentola aiutando a far emergere in lei quelle doti che le altre avevano cercato di soffocare. E' questo, appunto, quel che ogni Kahethe’el deve fare anche per se stesso, per la propria Cenerentola interiore: tentarla costruttivamente, senza temere l’ascesa alle più alte sfere della scoperta di sé.
Le qualità sviluppate da Cahetel sono risveglio spirituale, pollice verde, amore per la natura, gli animali e per i lavori della terra; immaginazione, modestia, riconoscenza; dona mentalità fortemente pratica, propensa agli affari e al lavoro, successo in qualsiasi tipo d'attività che produce sostentamento per gli uomini; potere di allontanare gli spiriti malvagi e le energie negative.
Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

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