martedì 19 luglio 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 23 e il 27 Luglio

Il cantante ribelle Mick Jagger

Sibaldi sottolinea come questo sia l’Angelo della magia; nella radice del Nome Nithihayah c’è infatti il concetto: “Io faccio cooperare le cose materiali e l’invisibile “. Compito dei suoi protetti è dunque scoprire le misteriose connessioni tra il visibile e l’invisibile e i modi migliori per adoperarle. Ma i suoi nati non sono stregoni né sacerdoti, né si fanno ammaliare dai guru: loro mettono al centro lo scoprire; non hanno bisogno di maestri né di gerarchie ufficiali che, per mantenere un controllo sull’utilizzo delle forze invisibili, diano regole e investiture precise ai loro adepti. I Nithihayah appartengono piuttosto alla categoria ingiustamente infamata delle «streghe», cioè coloro che imparano da sé: che cercano e non smettono mai di trovare sul confine sottile dell’invisibile. Non per niente in diverse lingue i termini per indicare le streghe celano il significato della «sapienza»: come witch, in inglese, e ved’ma, in russo, entrambe derivate dall’antichissima radice indoeuropea wid, «conoscere». Si tratta insomma di personalità libere e coraggiose, indifferenti alle paure superstiziose, ai tabù, al gelatinoso conformismo della maggioranza; e, al tempo stesso, di mentalità pratiche, che non si accontentano cioè di un sapere fine a se stesso, ma cercano applicazione concreta per tutto ciò che scoprono nell’astratto. E tali appunto sono, per loro natura, e devono imparare a essere i Nithihayah. Tutto ciò, certo, li rende temibili per tutti i conservatori: coloro che vorrebbero far restare il mondo così com’è; e i Nithihayah devono superare molte difficoltà per diventare se stessi. La solitudine, soprattutto: la gente li trova strani, quando parlano di quel che a loro veramente interessa; si vedono perciò costretti a coltivare la loro sapienza in segreto, in margine alla società. Se sono colti – come il Nithihayah C.G. Jung – vengono ritenuti eretici dai loro colleghi; se sono più modesti, li si prende facilmente per pazzi, e li si compatisce o li si deride, perlomeno all’inizio. A ciò si aggiungono le loro resistenze interiori: la lotta che devono combattere in se stessi contro ciò che hanno imparato nelle scuole (luoghi razionali, dai quali i mondi spirituali sono rigorosamente esclusi) e nelle chiese (dove le «streghe» sono da sempre malviste). Ostacoli vengono anche dalle aspettative dei genitori, che spesso ambiscono, per i loro figli, soprattutto a uno stipendio fisso e alla pensione; e dai rapporti sentimentali, che altrettanto spesso impongono richieste in contraddizione con la loro eccezionale vocazione. Anche per queste ragioni le «streghe» sanno che la prima condizione per giungere alla magia è la saggezza. I conflitti interiori ed esteriori, le malinconie, le crisi di identità dei Nithihayah principianti vengono superati quando, con saggezza appunto, essi arrivano a porsi al di sopra di tutto quello che, nel mondo altrui, li potrebbe trattenere. Devono sviluppare una superiore, benevola, equilibrata comprensione del loro prossimo: allora divengono sufficientemente limpidi, e trovano in sé abbastanza energia per cominciare a scoprire davvero. Non tutti ci riescono – e pochi ci arrivano prima di una certa età. Fino a che non arrivano a tanto, si sentono anime in cerca, alle quali qualcosa impedisce di trovare: I can’t get no satisfaction, canta appunto il Nithihayah Mick Jagger. Possono anche aver successo in qualche tipica professione da cercatori: come atleti, per esempio, dediti sempre alla ricerca ossessiva di un primato; o sinceri idealisti, utopisti (Luigi Berlinguer, Ermanno Olmi) o persone di mondo, assetati di riconoscimenti, di successi mondani (George Bernard Shaw, Giosuè Carducci, Jacqueline Kennedy): ma non amano nulla di ciò che raggiungono, sono perennemente insoddisfatti e sprezzanti verso quello status quo da cui cercano approvazione, e la loro ansiosissima paura di perdere una qualche posizione che si siano conquistati nasconde la voglia segreta di liberarsene, per cercare altrove.
Quando va male, è alto il rischio che le loro vane ricerche li portino verso le droghe, o anche a vampate di cupo disprezzo e di odio per ciò che li delude, oppure per chi, intorno a loro, sembra aver trovato in quel mondo la sua strada. A volte possono sviluppare malsani e intensi interessi per la magia nera e il terribile veleno che porta all’anima, e coltivare oscure manipolazioni della mente altrui.
Un Nithihayah che si perda in simili paludi non ha, naturalmente, nessuna possibilità di giungere alla magia autentica: la sola via possibile è nella saggezza, e in quel coraggio di scoprirsi «streghe» che significa accettare se stessi come diversi: inconciliabili con i più – proprio come Jung, quando nel 1911 ruppe con la Società di Psicanalisi di Freud, dopo un famoso alterco sull’esoterismo. Non appena smettono di cercare nell’Aldiqua, trovano nell’Aldilà: e fanno un ottimo affare. Si sa che la fortuna aiuta gli audaci: e i Nithihayah non solo si sentono, nell’Aldilà, aiutati e guidati nelle loro scoperte (e lo sono davvero), ma traggono da quelle altre dimensioni grande energia, proprio come se invisibili alleati si incaricassero di scortarli e proteggerli sempre. Celeberrimo è l’esempio del Nithihayah Alexandre Dumas, con il suo incontenibile, inspiegabile vigore – e nelle sue opere sono ben evidenti i segni delle sue conoscenze esoteriche.
Nithaiah ama la pace e il silenzio; dona dunque amore per la saggezza, la pace e la solitudine, comprensione del disegno cosmico, trasmissione dell'energia. Concede tensione alla verità e alla ricerca spirituale. Inoltre facilita le persone alla ricerca di un buon alloggio in cui coltivare se stessi nella pace.


                                                 Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 12 luglio 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 17 e il 22 Luglio


Il leader pacifista Nelson Mandela
Solo quando si accorgono della loro incredibile anima da Robin Hood, gli Hahewuyah cominciano veramente a vivere: e ciò può avvenire relativamente presto, come fu per l’Hahewuyah Ernest Hemingway, che a diciannove anni si sentiva un Robin fra le trincee del Piave, e a venti venne decorato al valore; oppure (ed è il caso più frequente) dopo i quaranta o ancora oltre. Ma all’età i protetti di questo Trono non attribuiscono alcun valore: in qualunque anno della loro vita si risveglino a se stessi si scoprono vigorosi, ottimisti, impazienti e traboccanti di futuro come il più disobbediente dei bambini. E subito fanno della disobbedienza un’arte, una missione addirittura: portano nel mondoun principio di libertà assoluta (anzisentono di essere nati per questo), indifferente a qualsiasi legge o consuetudine. Ne danno l’esempio, la predicano anche con grande piacere, e si impegnano a convertire i loro amici alla scoperta dei grandi tesori che il filo spinato del senso di colpa proibisce ai più. Gli Hahewuyah conoscono varchi speciali in quel confine terribile. Sanno che il senso di colpa è il più contagioso dei disturbi della personalità e che ogni individuo civilizzato se ne porta appresso quantità enormi: ma sanno anche di averne il vaccino, di essere anzi il vaccino loro stessi. Perciò sono tanto spesso esplosivi, esibizionisti: non è egocentrismo ma altruismo, è l’urgenza di questi medicine-men di fare pubblicità a se stessi, alle virtù risanatrici della loro presenza. Il loro messaggio è semplicissimo: sentirsi in colpa per un’azione commessa è una viltà, è solo una scusa per non crescere. Non è il passato che determina la tua vita, ma il futuro: tu sei più grande di te (di ciò che credi di essere), accorgitene! dimostralo a te stesso! Te lo impediscono soltanto le convinzioni altrui, ciò che gli altri credono di sapere di te, e di se stessi: ma anche loro sono più grandi di quel che sanno, e dunque impara a non lasciartene frenare. Tutto qui. All’atto pratico, ciò significa addestrarsi a perdonare se stessi innanzitutto, e gli altri di conseguenza: non chiedere conto, non imporsi né imporre punizioni o risarcimenti, non legarsi ai propri rancori, non fermarsi a contare e a sorvegliare i propri nemici, riconciliarsi non appena è possibile, e se è impossibile, dimenticarsene. L’enorme risparmio energetico che ne deriva per la nostra psiche si trasforma immediatamente in vitalità, creatività, potenza d’immaginazione e disponibilità alla gioia. Gli Hahewuyah risvegliati giurano che questa superiorità verso il passato è anche il culmine della sincerità verso se stessi e l’unico modo di essere veramente sinceri con gli altri. Gli si potrebbe obiettare che una società ha comunque bisogno di leggi e di tutori dell’ordine sia interiori, sia esteriori; ma vi risponderebbero che una società ha bisogno di uomini liberi e sani, e che ognuno ha soprattutto bisogno di se stesso. È un’opinione condivisibile? A loro non importa il vostro parere, pensano soltanto che sia utile e urgente, e proseguono dritti per la loro strada, lasciando che il loro fascino, il loro coraggio, le loro opere parlino per loro. Alessandro Magno era un Hahewuyah, e così Petrarca, che pur essendo un ecclesiastico non si fece alcun problema a dedicare un palpitante Canzoniere alla signorina Laura de Sade; sono Hahewuyah provocatori celebri ed eroici come Nelson Mandela, Beppe Grillo e Marcuse, che trasse anche dal suo Angelo (lo sapesse o no) il suo capolavoro, Ragione e rivoluzione; e anche Cesare Zavattini, con la sua anarchia surreale, provocatoria e gioiosa (si pensi a Miracolo a Milano), e quella specie di Robin Hood dell’entertainment che è Robin Williams. Quale professione si trovino a esercitare gli Hahewuyah in contesti più tranquilli dei precedenti, non ha – neppure questo – alcuna importanza per loro. Sicuramente qualsiasi carica direttiva li fa sentire più a loro agio, e nelle pubbliche relazioni sono perfetti, ma non si lasciano condizionare dalle regole dell’impiego: ovunque troveranno il modo di diventare leader, di crearsi un palcoscenico dal quale impressionare chi li circonda. Inoltre, hanno una grazia tutta particolare nel licenziarsi, appena un posto viene loro a noia, e non mancano mai della grinta per trovare poco dopo qualcosa di meglio. Sanno usare le circostanze, invece di venirne usati – e anche in questo non fanno che ribadire i punti essenziali del loro personale Vangelo. Di difetti ne hanno moltissimi: ma in genere li portano con eleganza – e poi, più che di difetti veri e propri, si tratta di «deformazioni professionali» derivate dalla loro unica vera professione che è, appunto, quella di profetico agitatore della libertà individuale. Proprio in quanto tali, gli Hahewuyah sono spesso agitatissimi e iperattivi (se si mettono calmi hanno la sensazione di star perdendo tempo), eccentrici (per opporsi alle esistenze troppo quadrate che vedono intorno), emotivamente immaturi (bambini, come già detto). Solo se eccedono in tale immaturità ne possono risentire: nell’immaginarsi troppo «capibanda», e perciò responsabili delle persone che cominciano a credere in loro; nell’idealizzare qualcuno attribuendogli troppi pregi, come appunto fanno a volte i bambini con i loro idoli; o nell’innamorarsi della propria perenne curiosità e ansia di novità, fino a perdere la capacità di concentrarsi seriamente su qualcosa. Ma lo slancio con cui sanno superare ogni volta il loro passato li mette rapidamente al riparo dalle delusioni e dai problemi che potrebbero derivare dall’infantilismo: se li lasciano alle spalle («Ho sbagliato, e allora?») e proseguono nella loro opera di conversione universale, sempre segretamente protetti e guidati da superiori volontà, come avviene quando si sa di agire per il bene degli altri.
Haheuiah dona amore per la verità e per le scienze esatte; infonde sincerità, fedeltà, senso dell'onore e della responsabilità; carattere amabile, tolleranza, equilibrio degli slanci, rettitudine, discrezione, sollecitudine. Concede liberazione, protezione dai furti, dagli animali nocivi, come pure da tutte le situazioni pericolose e penose quali essere esiliati, prigionieri, fuggiaschi, condannati. Ispira tolleranza ed è un angelo "tollerante": infatti fa sì che gli errori siano perdonati o aiuta a non ripeterli. Secondo la Tradizione possono ricorrere a lui anche i colpevoli per chiedere che le loro colpe non vengano scoperte: saranno aiutati purché il loro pentimento sia davvero sincero. Come ricorda Sibaldi, infatti, la radice di questo Nome esprime il concetto: Io trovo sempre l’equilibrio tra la libertà e i divieti.
L'angelo dell'abisso a lui contrario si chiama Oramamé e rappresenta l'esilio e le persecuzioni. Ispira invidia, cattive disposizioni verso gli altri e causa pericolosità, violenza, abuso di tutto, crimini, prigionia.


                                         Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 12 e il 16 Luglio


L'indimenticabile Franca Rame
Milahe’el, secondo la simbologia nella radice mem-lamed-he del suo Nome, si presenta dicendo: "io comprendo tutto ciò che cresce nelle anime". Secondo Sibaldi tutti i nati di questo angelo sono forti, concreti e impazienti, e si direbbero nati apposta per avverare desideri, non importa quanto grandi o apparentemente impossibili. Perché milah, in ebraico, significa «parola», ed ’El, la Potenza divina, diede forma all’universo proprio con il Verbo. Così potrebbe essere anche per i Milahe’el: basterebbe che dicessero, che chiarissero a se stessi la meta verso cui dirigere il loro slancio, e la via si aprirebbe, semplice e netta, con mille circostanze a favore e l’appoggio di molti. Ma loro raramente osano; anzi, spesso fanno il contrario: succede che sia qualcun altro a dire a loro la parola magica, a indicare lo scopo, ed essi obbediscono come a un incantesimo, mettendo tutti i loro poteri al suo servizio. Può essere un genitore, un fidanzato, un coniuge o un figlio, che sappia quel che vuole; può trattarsi di qualcosa che va, nel modo più evidente, contro gli interessi e le aspirazioni dei poveri Milahe’el. Ma molto spesso loro non potranno farci nulla: eseguiranno, continuando a piegarsi anche per decenni e a far lievitare a dismisura la vanità di chi è riuscito a imbrigliarli con un comando. Bravi maggiordomi, fidi gregari, famose mogli o «spalle» di grandi star (da Ginger Rogers a Franca Rame); oppure devoti epigoni di qualche genio, come il Milahe’el Andrea del Sarto lo fu di Leonardo; e poi, naturalmente, impiegati, militari e massaie esemplari: destini del genere sono trappole in cui ogni Milahe’el rischia di cadere dimenticandosi di sé, lasciando che nel suo cuore si infiltri una paura, un panico addirittura – ben presto incurabile – della libertà e della responsabilità personale. Le ragioni profonde di queste dipendenze sono delicatissime. Vi è innanzitutto il senso di vertigine che i Milahe’el provano dinanzi alla loro stessa energia creatrice, specie quando si accorgono che nessuno intorno a loro ne ha altrettanta; vi è il timore che nascano, negli altri, invidie e ostilità; vi è anche – molto segreta! – una punta di disprezzo per la vita banale, superficiale, di cui la stragrande maggioranza della gente si accontenta: «Perché brillare in un mondo simile?» pensano oscuramente i Milahe’el, e tale disprezzo può diventare a sua volta un sentimento aggressivo, di cui un animo nobile come il loro non può non vergognarsi. Così preferiscono non guardare in se stessi, non indagare i propri desideri: e dei loro doni da genio della lampada si approfitterà allora il primo che capita e che vuole. Per proteggersi da tale rischio, d’altra parte, i Milahe’el devono imparare non già a custodirsi meglio ma, paradossalmente, a estendere il più possibile il carattere generoso del loro potere realizzatore. Il primo passo consiste nel ribaltare quel loro pessimismo snob e nell’intenderlo come una sfida. Se il piccolo mondo in cui vivono li opprime, si impegnino ad ampliarlo, ad approfondirlo, andando alla ricerca di ciò che si nasconde nell’animo della gente (molta gente, quanta più gente è possibile!). Si accorgeranno ben presto che quanto più conoscono i profondi desideri degli altri, tanto più facile diviene per loro individuare i propri; e che quanto più numerose saranno le persone di cui vogliono esplorare i cuori, tanto più grandi saranno anche i desideri che troveranno in se stessi. Invece di lasciarsi utilizzare da un unico, furbo tiranno in casa o nel lavoro, si trovino intere comunità alle quali servire: una scuola, un quartiere, una cittadinanza, e diverranno appieno quei giganti che sono, al cospetto di tutti. Possono essere ottimi insegnanti, sociologi, operatori sociali d’ogni tipo, e soprattutto politici: non per nulla cade proprio il 14 luglio l’anniversario della presa della Bastiglia (fu anche quella una maniera di realizzare i desideri di molti), e il 15 nacque Francesca Cabrini, la santa che alla fine dell’Ottocento organizzò l’assistenza agli emigrati italiani in America. Hanno una buona Energia Yod, e sarebbero perciò medici eccellenti (dietologi e psicologi soprattutto), capaci di individuare le frustrazioni, le carenze, i bisogni negati che stanno all’origine delle malattie. Anche in arte i Milahe’el più geniali sono soprattutto esploratori delle profondità dell’animo – come Rembrandt e Ingmar Bergman. Li guaterà sempre, sì, il rischio dello scoraggiamento, delle brusche cadute d’umore, ogni volta che la loro tendenza al pessimismo riprenderà il sopravvento: ma per chi dispone di tali forze e poteri, non c’è lato oscuro della vita che non possa rivelarsi un nuovo campo d’azione, una prigione da assalire e distruggere, una notte in cui illuminare le strade.
Qualità di Melahel e ostacoli dall'energia "avversaria"
Melahel dona volontà di guarigione: verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo; dunque spirito ecologico, capacità di cura, protettività; amore per le piante, desiderio di guarire, buone relazioni umane. Dona anche obiettività, concisione, precisione, speranza, grande capacità di adattamento.
L'angelo dell'abisso a lui contrario si chiama Joumiel e rappresenta il rischio di incidenti, specie con le armi. Causa  bisogno di inquinare, di sporcare e distruggere; porta malattie alla vegetazione e agli uomini, nonché la "peste", intesa anche come depressione.


                                         Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 5 luglio 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 7 e l'11 Luglio

Il pittore Giorgio De Chirico

Dice Sibaldi che Yod-yod-yod è una delle formule rabbiniche supreme che indicavano l’indescrivibilità di Dio: la lettera yod, in geroglifico, significa infatti sia «manifestarsi», sia «scorgere», e l’Altissimo è Colui che eccede nell’una e nell’altra cosa: si manifesta infatti al di là di tutto ciò che già si è manifestato, avvolgendo ogni orizzonte che la nostra vista interiore possa sperare di cogliere. Nella radice yod-yod-yod di Yeyay’el si cela dunque il concetto "io vedo il modo in cui gli altri guardano, e guardo oltre". I protetti di questo Trono ricevono una scintilla di questo eccesso fin dalla nascita e hanno il compito di adoperarla e farla fruttare nel mondo umano. Mostrare, e mostrarsi: ecco ciò che ci si attende da loro. Quando lo intuiscono si accorgono che la vita offre loro occasioni in abbondanza, modi ed energie per realizzare capolavori di vario genere, in tutti i campi che riguardino il destare, richiamare, dirigere ed educare l’attenzione. I limiti che devono imparare a superare sono due soltanto: la tentazione dello specchio e la vertigine, due rischi che li apparentano strettamente ai protetti dell’Angelo Damabiyah di febbraio. Negli specchi, nell’eccesso di autoanalisi, nel narcisismo, gli Yeyay’el possono rimanere bloccati a lungo, ipnotizzati dalla loro immagine (che spesso, in effetti, è bellissima) e dall’inesauribile ricchezza di dettagli che i loro occhi riescono a cogliervi. Nel vedere sono infatti autentici genî; scoprire, interpretare, risalire da un’espressione del volto ai più riposti segreti della personalità e dell’anima: tutto ciò dà loro un piacere incomparabile, e nulla può essere più dolce, per loro, del gustare questo piacere per sé soli, lasciandosi portare dal morbido vortice che si forma quando le loro tre yod guardano se stesse. Uno specchio può allora divenire un mondo intero: lo Yeyay’el Marcel Proust ne ha fornito una magnifica dimostrazione negli otto volumi della Recherche, tutti dedicati a ciò che il protagonista vede del proprio vedere. Ma ovviamente non tutti sono Proust e può avvenire che l’autofascinazione porti qualche Yeyay’el a una gran perdita di tempo, solamente.
L’altro loro limite è la vertigine, cioè quello sgomento da cui pressoché tutti gli Yeyay’el si lasciano prendere quando, volgendosi via dallo specchio, permettono al loro potente sguardo di esplorare il mondo intorno, e di vedere il vedere altrui. Il piacere che ne provano è ancor più forte, il gusto della scoperta è addirittura travolgente: in brevissimo tempo sanno individuare i confini dell’immagine che gli altri hanno del reale e del possibile, e li superano, si avventurano verso il nuovo… e ne avvertono il panico. Moltissimi Yeyay’el vacillano, a questo punto: abbandonano, fuggono, naufragano magari, quasi temendo che se osassero proseguire si dissolverebbero. È il loro modo di percepire il terrore del successo – e anche qui si hanno esempi illustri: da Giovanni Calvino, che nella sua teologia ebbe a un tratto assoluto bisogno di immaginare una predestinazione, per limitare la libertà del volere umano, e che nella prassi divenne, a Ginevra, un severissimo persecutore del libero pensiero; fino a Modigliani, che alle soglie del successo naufragò amaramente. Bisogna dunque che gli Yeyay’el si armino contro queste lorQualità di Yeiayel e ostacoli dall'energia "avversaria"o Scilla e Cariddi: Narciso e il brivido dell’altura. Rischiano, se no, una sorte casalinga o impiegatizia, assurda per loro, che sono nati per rivelare nuovi modi di vedere il mondo. Rischiano di incappare in padroni ottusi (padroni, sì, da cui lasciarsi plagiare) o di collezionare parassiti, che li tengano in porto, arenati in un conservatorismo timoroso, superstizioso, soffocante. In questo modo, gli Yeyay’el finiscono con il recitare per tutta la vita la parte del sognatore che sospira tra sé, ma nelle sue azioni non osa mai scostarsi dall’immagine che gli altri hanno di lui, come se fosse suo dovere rassicurarli ed evitare che si facciano domande sul suo conto. Sarebbero conquistatori, invece: hanno un fascino e un’intensità di sentimenti che attendono soltanto il loro permesso per dispiegarsi come vele. E perché il permesso arrivi dal loro cuore, hanno bisogno di una fiducia in se stessi d’un genere tutto particolare: non tanto nelle proprie qualità di cui abbiano giù avuto qualche prova, ma in ciò che di se stessi non sanno o non capiscono ancora. Mettersi in gioco lasciandosi guidare dall’ispirazione, dalla passione, dall’intuizione fulminea: come una vela dal vento, davvero. Quanto a ciò srearebbe per loro un buon maestro Forrest Gump, che non per nulla portò a un successo mondiale lo Yeyay’el Tom Hanks. O qualche decennio prima, e in toni meno surreali, Yul Brynner, che iniziò la sua splendida carriera come trapezista in un circo: gli occhi di tutti puntati su di lui, e il rischio… Ecco, si allenino a questo, gli Yeyay’el, e la velocità, l’originalità, l’audacia della loro mente saranno le loro magnifiche alleate. Gli occhi puntati: Armani è nato l’11. Vedere e far vedere: Pissarro e De Chirico nacquero il 10. E inventare, scoprire, far scoprire: come biologi o pubblicitari, creativi o impresari, divulgatori, giornalisti, scienziati, o magari esperti finanziari (J.D. Rockefeller fu bravissimo a vedere e a far vedere ai suoi soci possibilità di investimenti di capitale), gli Yeyay’el avranno carriere magnifiche, purché imparino a non esitare al pensiero che, appena si metteranno in azione, sarà probabilissimo che cambino il mondo.
Yeiayel dona imparzialità, capacità di mantenere un segreto, umiltà, dignità, nobiltà di sentimenti, idee liberali e filantropiche, rispetto da parte degli altri. Dispensa particolare capacità di sopportare il dolore e di riprendersi dalle malattie. Concede anche fortuna nei viaggi, nelle spedizioni e nel commercio. Protezione dagli imprevisti e dai rovesci economici.


                                                  Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi