martedì 31 maggio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 6 al 10 Giugno

L'imprenditore Roul Gardini

Sibaldi osserva che Haqamah, in ebraico, significa «fondazione di un grande edificio»; dunque gli antichi vedevano in questo Cherubino la forza che pone le fondamenta di costruzioni ambiziose. E così prosegue: per intenderlo ancor meglio, occorre riflettere su ciò che l’edilizia monumentale rappresentava ai tempi delle piramidi: un’immensa fatica di molti, lavoro forzato ed estrema tensione degli architetti, che dovevano trasformare tonnellate di pietra in un’opera d’arte. Concorda con questa immagine la strana idea dell’Haqamiyah Pietro I di far costruire un’intera metropoli, Pietroburgo, in un luogo occupato fino ad allora solo da paludi. In quella città, lo zar Pietro vedeva davvero se stesso, il proprio sforzo per domare e disciplinare la Russia intera e trasformarla da regno medievale in uno stato moderno, vincendo la resistenza di tutte le sue classi sociali – opprimendole anche, pur di raggiungere il suo scopo. E anche questo suo intento gigantesco era perfettamente haqamiano. Cent’anni dopo la tecnologia fornì un altro simbolo eloquentissimo del Nome di quest’Angelo: la macchina a vapore, che l’Haqamiyah Stephenson realizzò nel 1814. Anche lì un’energia venne forzata, concentrata, compressa all’interno della caldaia fino a raggiungere una tremenda pressione: e mise in moto le ruote segnando l’inizio di un’epoca nuova, come spesso avviene con le invenzioni in cui si riflette ciò che l’inventore ha intuito, consapevolmente o no, del proprio destino angelico. Nella vita di tutti gli Haqamiyah la compressione, le circostanze opprimenti, sono infatti elementi tanto inevitabili, quanto (se sanno usarli) preziosi: proprio perché permettono alle loro vaste energie di concentrarsi, di precisarsi e di divenire straordinariamente efficaci. La compressione può venire esercitata, più o meno tremendamente, dalla famiglia, dall’ambiente in cui vivono o magari da un’intera società refrattaria e ostile a ciò che hanno da dire di nuovo. Ma è compito degli Haqamiyah reagire interiorizzando la compressione stessa, imponendosi una disciplina e una concentrazione estrema, e trovando quella giusta valvola di sfogo attraverso la quale imprimere una spinta proprio alle circostanze che li opprimono dall’esterno, e in tal modo metterle in moto e cambiarle. (...)
L’abilità che si richiede agli Haqamiyah è essenzialmente quella di sapersi scegliere i propri oppressori. La realtà circostante ne offrirà loro in abbondanza: sta a loro non accontentarsi dei primi che capitano e trovarsene qualcuno più degno e clamoroso, che stimoli la loro autocompressione ad aumentare in proporzione. Ne verranno lunghe ma entusiasmanti fatiche, e grandi cose. Evitino dunque di abbracciare le professioni tranquille, che consistono di procedure fisse: generano un’oppressione troppo lieve, e un Haqamiyah operaio, notaio o bancario non saprebbe assolutamente come impiegare la propria energia e si sentirebbe disperatamente fuori luogo. Vanno scartate, per lo stesso motivo, anche quelle che impongono una ragionevole subordinazione a personalità altrui: segretario, traduttore, assistente e via dicendo; troppo facile! Quale che sia la percentuale di rischio, sarà invece opportuno puntare su attività che richiedano decisioni, progetti, idee coraggiose, costanza e, naturalmente, un altissimo grado di responsabilità personale, e dunque una tensione tale da obbligare periodicamente gli Haqamiyah a far appello a tutte le proprie risorse. Quanto al settore da preferire, la scelta può essere vastissima: il talento haqamiano è onnivoro; e potranno anche cedere alla tentazione, tipica del segno dei Gemelli, di trovarsi più di un lavoro, oppure un lavoro completamente diverso ogni volta – purché garantisca loro uno stress ai limiti del sopportabile. Infinitamente più insopportabile si rivelerebbe per loro il non aver osato, il non aver creduto in se stessi e nelle proprie capacità di resistenza. La modestia e la pavidità non fanno che incattivirli e avvelenarli.
L'esito della pavidità, dunque, per gli Hekamiah sarà sempre infelice: o aggressività verso gli altri, o verso se stessi, o entrambi: l'effetto sarà sempre depressivo. Se sono troppo nobili per dare ad altri la colpa delle proprie esitazioni, se la prendono ferocemente con se stessi; in altre parole volgono la loro potente energia contro se stessa, e l'autocompressione produce allora malattie: cominciano a spianare, scavare, abbattere il loro stesso corpo o la mente, come se quelli fossero divenuti l’ostacolo di cui l’anima vuole liberarsi, cadendo in grave pericolo (vedi gli Haqamiyah Robert Schumann, Judy Garland, Raul Gardini). Ma la soluzione è sempre nelle loro mani: essi devono solo sapere, e tenere bene a mente con assoluta certezza, che qualsiasi circostanza, esteriore o interiore, intralci il loro cammino, essi ne possono fare un dispositivo per aumentare lo slancio e precisarne la direzione. Non per niente, questo dice il geroglifico del loro angelo: il mio spirito domina ciò che lo ostacola. Prima regola, tenere a mente che il loro compito è legato a quanto possono fare per la propria famiglia e il mondo; il dovere di amarsi è anche verso di loro.
Le qualità sviluppate da Hekamiah sono franchezza, coraggio, spiccato senso dell'onore e del dovere; carattere forte, capace di consigliare e di farsi ascoltare; intuizione e saggezza, conciliazione, spirito di servizio, fedeltà alla propria parola, amore universale. Concede trionfo sul nemico, sui traditori, sugli oppressori e piena riuscita in virtù di un comportamento improntato a onestà e rettitudine.


                                                 Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dall' 1 al 5 Giugno

L'incantevole Marilyn Monroe

Infatti, come dice Sibaldi, gli Hariy’el scoprono ben presto che nella loro vita vale una legge strana e spietata: ciò che a loro importa di più non va per il verso giusto. Possono, per esempio, decidere che nulla è più importante del successo professionale, e dedicarvisi anima e corpo: e non funzionerà; incontreranno continui, fastidiosi intralci che ai loro colleghi non capitano mai. Oppure potranno sacrificare tutto alla felicità domestica: e in casa avranno amarezze. O metteranno al primo posto un ideale sociale o politico: e una serie di sconfitte li scoraggerà. A quel punto oseranno magari buttare tutto all’aria per imparare a godere soltanto della propria libertà individuale: ma presto dovranno lasciar perdere, perché anche da quel versante verranno guai. È proprio come se fossero al centro di una bussola incantata, e non possano avviarsi verso uno dei quattro punti cardinali, senza che gli altri tre facciano di tutto per trattenerli. Certi Hariy’el si arrendono: smettono di volere e di osare, e rimangono fermi, oppure si lasciano portare dal caso, un po’ di qua, un po’ di là, senza più aspettarsi nulla di preciso. Altri invece intuiscono, saggiamente, che la bussola dell’esistenza si aspetta da loro qualcosa di speciale, e che dietro a quei loro impacci si nasconde un enigma da risolvere. Non è difficile, in realtà! La giusta via degli Hariy’el consiste nel sovrastare tutte quante le direzioni: nel non dare a nessuna maggior valore che alle altre, e nel crescere invece in tutte contemporaneamente, ripartendo in quote uguali le proprie energie tra il lavoro, la famiglia, l’impegno per un ideale e la scoperta della propria libertà individuale. Armonia è la loro parola magica, l’universalità è la caratteristica essenziale del loro genio: e appena se ne accorgono, ne vengono ricompensati con un fiorire di soddisfazioni in tutti i 360 gradi dell’orizzonte. Naturalmente dovranno scegliersi professioni adeguate, il più possibile panoramiche anch’esse: dirigenti, amministratori, organizzatori, supervisori. Se li attrae l’erudizione, ricorderanno sempre con gioia il periodo dell’università (il poter spaziare in tanti campi dello scibile, curiosando di facoltà in facoltà) e abbracceranno con successo discipline ampie, come la storia, la filosofia, la linguistica o la matematica, trovandosi pienamente a loro agio nell’ambiente accademico. Se li appassiona la psicologia, sapranno dedicarsi con vigore e generosità ai problemi di chiunque, senza mai smettere di imparare dall’osservazione. Se prevarrà in loro il talento artistico si segnaleranno per la versatilità: nella continua ricerca di forme espressive nuove. Se invece dovessero essere d’indole più pigra (benché sia raro, per loro), una professione legata in qualche modo ai viaggi potrà fare al caso: per il gusto, se non altro, di vedere sempre nuovi paesaggi fuori dai finestrini, possibilmente dall’alto. Ma attenzione: questa superiore altezza deve essere anche la prospettiva con cui guardare anche ai valori, mettendo a frutto un equilibrio che ben pochi sanno raggiungere e mantenere meglio di loro: non sposino mai cause, non prendano posizione nelle contese, non scendano a dar torto o ragione agli uni o agli altri, ma in ogni circostanza apprezzino e facciano apprezzare i pregi dell’equanimità, della larghezza di vedute, della dialettica che a ogni tesi sa contrapporre un’antitesi altrettanto valida. Mantenersi distaccati è necessario anche perché la contropartita delle loro qualità può indurli a percepire se stessi come molto, troppo al di sopra del resto dell’umanità. Può avvenire allora che tutti e quattro i punti cardinali vengano loro a noia, e che ogni cosa al mondo perda sapore. Non sopporteranno a lungo una simile situazione; cercheranno stimoli più forti – e finiranno con lo sbilanciarsi in quella che forse è la direzione per loro più pericolosa: l’affermazione della libertà personale. Famosi Hariy’el rovinati da eccessi di questo genere furono Cagliostro e De Sade; un'altra figura Hariy’el particolarmente tragica fu Marylin Monroe, che fu consumata letteralmente da una continua ricerca senza esito, in un'aura di felicità solamente apparente. Un errore da non fare, poi, è provare ad applicare anche agli altri le specialissime regole di vita che valgono per loro, attendendosi la stessa versatilità e multilateralità. Saranno delusi, perché la loro visione è di difficile comprensione: il loro punto di vista è troppo vasto e sottile, la loro mente troppo agile nel balzare da un punto all’altro dell’orizzonte; e quanto al pretendere che altri abbiano la stessa varietà d’interessi e di impegni, meglio lasciar stare". Meglio adottare un saggio equilibrio anche nel pretendere attenzione e comprensione, accettando di poter dare a ciascuno solo ciò egli sa accogliere, e che - allo stesso modo - da ciascuno si può prendere solo quanto egli è in grado di donare.
La saggezza ottenuta con il sostegno del loro angelo darà agli Ariel quello che è promesso nel geroglifico del nome: io do forma concreta a un’immensa energia vitale. In questo modo essi raggiungeranno la realizzazione e potranno portare a termine il loro compito in questa vita, riversando gioia nel mondo.
Le qualità sviluppate da Ariel sono bontà, pace, comprensione, tolleranza. Ispira bisogno di disintossicarsi, consapevolezza del benessere fisico, una vita pura e dignitosa, scoperte scientifiche e conseguimenti in campo artistico.


                                                  Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 17 maggio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 26 al 31 Maggio

Il sommo poeta Dante Alighieri

Dice Sibaldi che il senso di giustizia domina burrascosamente la vita dei Mebahe’el. La radice mem-beth-he cela il concetto devo comprendere come dare ordine alla vita: e appunto nel loro senso della giustizia potranno trovare un orientamento e una chiave. Questa sensibilità infatti, apre loro magnifiche carriere quando hanno il coraggio di lasciarsene guidare, ma li punisce con durezza se viene repressa. Guai, dunque, se rimangono indifferenti quando vedono dei soprusi, o se loro stessi accettano di subirne senza reagire: le loro migliori energie li abbandonano rapidamente, il loro umore crolla, la loro attenzione si appanna, l’infelicità comincia a prendere forme sempre più concrete nelle loro giornate. Ottimi, invece, sono i periodi in cui seguono la loro vocazione più profonda: che è quella di comprendere che cosa sia veramente giusto o sbagliato nel mondo, e perché.
A loro, infatti, la questione appare sicuramente irrisolta: nelle leggi delle nazioni, i Mebahe’el vedono soltanto un’esigenza di giustizia ancora imperfetta, e che è urgente perfezionare. Inutile, perciò, che cerchino di placare il loro bisogno d’intervenire nei guai altrui facendo appello all’ordine costituito, o men che meno abbracciando una carriera nelle forze dell’ordine. Contrasterebbe con tale scelta anche il loro carattere esuberante, individualista, battagliero: esigono di essere al centro dell’attenzione, e non solo non sopporterebbero a lungo un superiore, ma nulla dà loro maggiore soddisfazione del proclamare una qualche nuova idea di libertà, che sorpassi tutti i codici civili in uso. Se si ripercorre il catalogo dei dannati e dei beati nella Divina Commedia, con tutti quei castighi e quelle ricompense che potevano venire in mente soltanto a un eretico ribelle, si capisce perché a Dante Alighieri alcuni abbiano assegnato proprio il 30 maggio, come probabile data di nascita. E si intuisce, d’altra parte, quale slancio dovette attingere il Mebahe’el J.F. Kennedy dal pronunciare certi suoi slogan e frasi famosissime, come «Ich bin ein Berliner», con cui toglieva, in nome di una giustizia più alta, la condanna che dopo la Seconda guerra mondiale pesava sul capo dei tedeschi. Seguire il proprio Angelo, si sa, porta sempre nella direzione giusta e più luminosa: e anche per questo fu proprio il ruolo di giustiziere freelance a determinare il successo dei Mebahe’el John Wayne e Clint Eastwood. Certo, questo talento etico mebaheliano è tutt’altro che lieve. È una perenne sfida, che se da un lato richiede necessariamente di venir alimentata da potenti dosi di fiducia in se stessi, di determinazione e anche di sfrontatezza, dall’altro tende ad assorbire tutta la loro attenzione: dimodoché ai Mebahe’el che vogliano seguire la loro vocazione rimane solitamente ben poco tempo da dedicare alla famiglia. E qui cominciano i rischi più insidiosi: la solitudine non li spaventa ma, se non sanno accorgersene per tempo, la mancanza di profondi rapporti d’affetto può danneggiare il loro senso della realtà. Il loro Ego può gonfiarsi fino a farli sentire personalità eroiche, eccezionali e perciò incomprese; la loro passione per la giustizia diventa allora rancore e disprezzo per la gente, e perciò si chiudono in se stessi, si deprimono. In alcuni Mebahe’el questa chiusura assume le forme di un perenne brontolio, con accessi di collera; in altri è una profonda, segreta insoddisfazione da Noè dilettanti, che sognano cinicamente un’arca solo per loro e il diluvio tutt’intorno. In altri ancora può produrre una sorta di corto circuito nel loro senso di giustizia, e trasformarli d’un tratto in oppressori e truffatori, o in individui vili, come se si traviassero apposta per punire un mondo che a loro non piace: così dovette accadere alla Mebahe’el Mary Tudor, soprannominata Maria la Sanguinaria, che regnò feroce in Inghilterra verso la metà del Cinquecento. Ma, in questi casi, andrebbero talmente contro le energie del loro Angelo da incorrere – come appunto accadde alla regina Mary – in guai e infelicità disastrose. Il miglior antidoto a questi eccessi del loro Ego va cercato nella considerevole riserva di umorismo di cui tutti i Mebahe’el sono provvisti. Se ancora non lo sanno, lo scoprano: non solo vi troveranno armi efficacissime contro la mediocrità morale dei loro contemporanei, ma anche il modo di non prendersi tanto dolorosamente sul serio, e di individuare, anche, più agevolmente, ciò che in loro stessi contrasta con i loro ideali di giustizia – e a cui, nella foga di correggere gli altri, a volte non danno il necessario peso. I Mebahe’el più raffinati possono specializzarsi nell’ironia: come Ian Fleming, il cui famosissimo agente 007 (un giustiziere anche lui) presenta aspetti deliziosamente comici, del tutto sconosciuti, prima di lui, al genere del romanzo di spionaggio. I più impetuosi, invece, si ritrovano in una comicità rumorosa e ingenua, come lo splendido Bob Hope. Ma se proprio vogliono essere geniali, imparino a impregnare d’umorismo ogni loro azione, divertendosi a sorprendere gli interlocutori con l’inventiva tipica del segno dei Gemelli, come se fossero sempre su un palcoscenico: e allora trionferanno indimenticabilmente.
Qualità di Mebahel e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Mebahel sono sono onestà, giustizia, verità del cuore, trasparenza; leggerezza, senso artistico, senso dell'humour. Dona protezione e liberazione di prigionieri, liberazione da ogni forma di oppressione, intesa non solo in senso fisico, poiché la sua influenza si estende anche ai vincoli che spesso tengono prigioniero lo spirito di un individuo: l'aiuto di questo Angelo può sciogliere la tensione dovuta a complessi, ossessioni e manie. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Tamiel e rappresenta l'ingiustizia e la prigionia. Causa confusione mentale, ossessioni di tipo depressivo, aggressive o autoesioniste. Domina negativamente i processi, causa bugie, instabilità, inganno, corruzione, falsa testimonianza.


                                                 Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 21 al 25 Maggio

Il cantautore pacifista Bob Dylan

Sibaldi vede, nella radice yod-zain-lamed del Nome Yezale’el, il concetto: Il mio sguardo mira in alto, e lo spiega così: tutti sanno, credo, che un maschio è un individuo che dispone di scarsa energia femminile, e ha bisogno di donne per compensare questa carenza; e una donna è un individuo che dispone di scarsa energia maschile, e può compensare tale carenza frequentando maschi; è altrettanto risaputo che in un omosessuale o in una lesbica questi valori appaiono invece invertiti, e la compensazione può perciò avvenire soltanto grazie a chi appartenga al loro stesso sesso. Ma pochissimi sono al corrente del fatto che gli Yezale’el non rientrino in nessuna di queste categorie: il loro principale problema è dato infatti dalla compresenza, in ciascuno di loro, di caratteristiche psicologiche femminili e maschili, perfettamente equilibrate, che costituiscono un’identità a sé stante, misteriosamente autosufficiente sul piano sessuale. Non che la cosa sia problematica di per sé, al contrario: appena trovano il coraggio di riconoscere questa loro esclusività, gli Yezale’el si accorgono anche dei molti vantaggi che essa comporta, del doppio punto di vista e soprattutto della doppia energia che dona loro. Ma quel coraggio è molto difficile da conquistare. Troppo grande, troppo perfetto è quell’equilibrio, in un mondo che anche nella sessualità è ovunque squilibrato. E gli Yezale’el ne sono allarmati: si sentono diversi dai loro coetanei che sognano l’anima gemella, o almeno un buon corpo altrui a cui aderire e adeguarsi. Neppure durante l’adolescenza gli Yezale’el avvertono bisogni del genere, e temono si tratti di una loro carenza, non sospettano che sia invece il contrario: che, cioè, essi abbiano già in se stessi ciò che gli altri stanno cercando intorno. E come potrebbero? Non si parla di loro in nessun corso di educazione sessuale, non esiste nemmeno il termine nel dizionario, per indicare la loro natura. Perciò provano a uniformarsi, per non sentirsi esclusi. Fingono flirt e passioni, ma non ne deriva che infelicità; le loro emozioni, così sforzate, si bloccano inevitabilmente, gli amori che riescono a collezionare sono ansiosi e deludenti; il loro corpo finisce con l’esprimerne il disagio con vari disturbi psicosomatici, e anche il loro modo di vestire diventa sgradevole: artificioso o sciatto. Non si piacciono, non vogliono piacersi, e si convincono di non poter piacere agli altri. Oppure (e questo è forse peggio ancora) riescono a fingere a lungo anche dinanzi a se stessi, finché al posto del loro io rimane soltanto un ruolo da difendere, e quel ruolo è un mosaico di pose e compulsioni che somigliano molto a una prigione. Quanto dura questo supplizio? Fino ai trenta, ai quaranta. Per sempre, a volte: ci sono Yezale’el che nemmeno davanti ai più duri insegnamenti del loro destino si accorgono di quanto sarebbe semplice e ovvio trasformare ogni cosa. Basterebbe accettarsi. E non è affatto difficile. In pratica, non occorre altro che domandare al proprio cuore, riguardo a una qualsiasi cosa, «Mi piace questo?» e aspettare che la risposta prenda forma, senza ricorrere a frasi prese in prestito da altri. Quell’attesa è splendida. In essa gli Yezale’el cominciano a percepire davvero, nel loro corpo, le loro due anime, e nella loro mente una vastità in grado di accoglierle entrambe. E poi ancora: «Mi piace quest’altra cosa? E quest’altra?» e di risposta in risposta il mondo comincia ad apparire loro completamente nuovo. La prigione di prima si dissolve, pian piano, e quel che segue è quasi travolgente. Le vecchie preoccupazioni del sesso e dei sentimenti rimangono indietro, situazioni che fino ad allora apparivano disastrose tornano alla mente soltanto come ricordi remoti, superati: lontanissima da quelli, comincia a manifestarsi invece un’incontenibile energia, una voglia di nuovi obiettivi, alti, ambiziosi, soprattutto nella professione. Gli Yezale’el scoprono allora di avere grandi e molteplici talenti, in particolare creativi e finanziari, e in più un gran desiderio di mostrarsi, o di mostrare le loro opere o di aiutare altri a mostrarsi. Hanno anche la sorte dalla loro parte: come per tutti coloro che si trovano in una fase di crescita, ha inizio anche per loro il «Chiedete e vi sarà dato» di cui parlano le Scritture. Desiderano (imparano a desiderare!) e ogni loro autentico desiderio si materializza tanto puntualmente, da spingerli spesso a qualche forma di curiosità esoterica – per cercare di capire come una simile magia sia diventata tutt’a un tratto possibile. Diventano così imprenditori, artisti, terapeuti, organizzatori: ma per loro l’importante, ripeto, è che li si veda; hanno qualcosa da comunicare, sentono di aver compiuto scoperte che anche per gli altri saranno preziose e cercano di esprimerle con tutto il proprio essere. Ed è una missione, davvero: esplorare direzioni nuove dell’evoluzione umana, grazie a un diverso modo di intendere il principio femminile e maschile. Conoscere amare gli altri (e di conseguenza se stessi) al di là dell’impulso sessuale: ed è forse poco? Le turbe, gli equivoci, le lotte di potere che derivano dal sesso non sono forse tra le principali cause di diseguaglianza, di insincerità e di dolore nell’umanità? Pochissimi Yezale’el, certo, arrivano a comprendere appieno questo loro compito, ma molti lo sfiorano in vario modo – e sfiorarlo è già sufficiente, spesso, per destare in loro enormi energie. Così fu per Richard Wagner, per esempio, con la sua epica della purezza; o per la regina Vittoria, che impose a un’intera epoca un’avversione molto yezalieliana per la sessualità; o per Bob Dylan, che viceversa si trovò perfettamente a suo agio in una generazione ansiosa di liberarsi dai tabù sessuali, cioè di togliere alla sessualità il suo valore determinante nei rapporti sociali e nella morale. Ed era Yezale’el anche Arthur Conan Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, il castissimo detective altrettanto abile nello smascherare che nel mascherarsi: yezalieliano dunque anche lui, con quella sua capacità di straniare sia gli altri sia se stesso dagli abiti, dai ruoli che bisogna imporsi in società. Non è detto, d’altronde, che agli Yezale’el sia precluso l’amore-passione: lo trovano, puntualmente, quando hanno cominciato a scoprirsi, ed è una magnifica unione di anime – meglio se con un altro Yezale’el ridestato o con i Miyhe’el del 18-22 novembre, la cui sensibilità è del tutto affine alla loro.
Le qualità sviluppate da Yezalel sono fedeltà coniugale, lealtà, rettitudine, amicizia, buona memoria, volontà ferma, immaginazione, unità e senso dell'unione. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Atriel e rappresenta le difficoltà coniugali: ispira lontananza fra le persone, inganno, incoerenza, disarmonia, incomprensioni, contrapposizioni, divorzi, rotture delle amicizie e dei rapporti societari.


                                    Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 10 maggio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 16 al 20 Maggio

Il magistrato antimafia Giovanni Falcone


Nella radice he-he-ayin del Nome c’è il significato ’la grande energia della mia anima lotta contro gli inganni’. Dice Sibaldi che le doppie, nell’alfabeto della Kabbalah, significano eccesso di energia, un’esuberanza che può essere un bene o un male a seconda della strada che prenderà. Una direzione che nel Nome di questo Cherubino non sarà facile prendere: la doppia he, e dunque un’eccezionale potenza spirituale – si trova dinanzi un ayin, il geroglifico che indica anche ciò che è pesante, ottuso, incerto come le nebbie e il fango di una palude. La grande maggioranza degli Haha‘iyah sa o sente di avere, nella vita, il compito di disperdere perlomeno questi effluvi dell’ayin, di lottare per la chiarezza, la verità, la luce. Non è raro che ne siano sconfortati e finiscano per difendersene chiudendosi in se stessi: allora le loro belle energie in eccesso si irrigidiscono in forme strane, dolorose, anche, come crampi. Così avviene a tutti quegli Haha‘iyah che nella prima parte della vita sono magnifici nel desiderare la bellezza e la felicità ma che successivamente si costringono a una vita in stato d’assedio, in un apparente tentativo di conservare ciò che sono riusciti a ottenere, e in realtà soffrendo di una segreta incapacità di goderne, come avari che per timore della miseria non osano più sfiorare il loro capitale. Si direbbe, a quel punto, che il mondo sembri loro un posto troppo infido – troppo ayin – per potervisi rilassare; o che addirittura gli inganni si nascondano dentro loro stessi, tanto che, a forza di domandarsi «Ma sarà vero ciò che provo? non sparirà d’un tratto tutto ciò che ho?» possono avvicinarsi pericolosamente all’ossessione. Che dire, per esempio, di quei tanti Haha‘iyah innamorati, che per dubbi di questo genere rimangono sempre al di qua della dichiarazione? O di quelli che avvertendo in sé un talento per l’arte (e spesso ne hanno) diventano talmente critici verso se stessi da paralizzarsi vanificandolo? Il guaio maggiore è che un’energia vasta come la loro non può accontentarsi di restare inattiva, o anche soltanto sulla difensiva; se ristagna troppo, è facile che si volga contro se stessa e produca malessere: malattie complicate, disturbi del comportamento, o magari circostanze capricciosamente avverse, dato che le nostre energie spirituali hanno una notevole influenza anche sul destino, oltre che sulla mente e sul corpo.
È essenziale dunque che gli Haha‘iyah si sforzino di opporsi sempre, con forza e fiduciosamente, a quelle paludi che altrimenti li imprigionerebbero. Fece bene l’Haha‘iayh Giovanni Paolo II a mantenersi iperattivo fino alla fine: agiva, così, a vantaggio non soltanto della sua Chiesa, ma anche del proprio benessere interiore. E anche Andrej Sacharov, Malcolm X, Bertrand Russell e il giudice Giovanni Falcone: tutti Haha‘iyah pienamente convinti sia di agire per la luce, sia di non aver tempo, con tutto il buio che c’è in giro, per fermarsi a recingere e difendere il terreno guadagnato. Così anche Balzac, che nei suoi novanta romanzi (duemila e più personaggi) parve voler analizzare tutti i possibili aspetti dell’ayin nella società francese; e Frank Capra, con l’inesauribile e invincibile ottimismo dei suoi film: La vita è meravigliosa, È arrivata la felicità, L’eterna illusione, A Pocketful of Miracles (che in Italia divenne Angeli con la pistola)… titoli-slogan da autentico Haha‘iyah militante, che viene giustamente premiato di aver messo tutto l’eccesso delle sue he a disposizione del prossimo. Certo, con il veemente, impaziente impulso di quelle he, non ci si potrà attendere da questi illuminatori una mente meticolosa, sensibile alle sfumature e ai tanti chiaroscuri della verità. Per loro sarà tutto «sì» o «no», bene o male, volumi compatti, slanci diritti e precisi – e, finché staranno andando all’assalto, tutto ciò giocherà certamente a loro favore, perché il bene sarà ai loro occhi ben più netto e maiuscolo del male. Brilleranno, così, in tutte quelle professioni che si fondino sulla speranza in un mondo migliore: dal sacerdote all’artista, dall’architetto al medico, dall’estetista al politico idealista che trascina le folle.
Appena rallentano, invece, capiterà il contrario: l’incertezza, i dubbi, la sospettosità che, come dicevo, spinge gli Haha‘iyah pessimisti a fermarsi a ogni piè sospinto per verificare più e più volte il passo precedente, farà apparire il male circostante molto più significativo del bene, fino a far loro odiare gran parte dell’umanità, e sognare qualcuno che le imponga la ragione con la forza. Qualcosa del genere dovette avvenire a Khomeini, anch’egli nato sotto questo angelo: che da rivoluzionario oppositore del regime dello Shah si trasformò, negli ultimi, lunghi anni della sua vita, in un cupo oppressore. Non credeva, probabilmente, di fare il male del suo popolo; solo, il popolo aveva cominciato ad apparirgli tutt’a un tratto come l’ayin recalcitrante contro l’ideale – la doppia he – che lui aveva individuato: il pugno di ferro divenne inevitabile. Gli Haha‘iyah evitino di cadere in un simile equivoco nella loro vita quotidiana, nella professione o in famiglia: imparino a considerarlo come una vera propria malattia spirituale, a riconoscerne i primissimi sintomi e a prevenirlo, con un tenace allenamento all’ottimismo. Potrebbero per esempio pensare e convincersi che qualcosa, in loro, porti fortuna agli altri, se loro stessi lo vogliono: come una bacchetta magica che agisca a comando. Funziona, come metodo per consolidare il loro umore; e, con un po’ di pratica, può anche diventare vero.
Le qualità sviluppate da Hahaiyah sono comprensione, amore e saggezza interiore, discrezione, verità, sensibilità e felicità. Dona temperamento discreto, contenuto e portato all'introspezione. Proprio perché l’angelo concede questi doni, la sua energia opposta può condurre ai difetti e alle difficoltà opposti a queste qualità.


                                      Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 11 al 15 Maggio

La show girl e stilista: Valeria Marini

Questo Angelo (che è l'unico ad avere un "angelo gemello"), forma una sorta di coppia con il La’awiyah dei Troni che presiede ai nati tra l’11 e il 16 giugno. Avendo lo stesso nome di Dio, essi hanno anche funzioni simili. Sono entrambi "Angeli della soglia", benché il primo tra i poderosi Cherubini, il secondo tra i leggeri e amorevoli Troni.
Sibaldi associa questa coppia di angeli ai Dioscuri: la coppia di gemelli celesti dei «divini fanciulli» Castore e Polluce cui Egizi e Greci attribuivano lo stesso compito che hanno i due La’awiyah ebraici: cioè la costruzione e la custodia di ponti tra il visibile e l’invisibile (...) Sempre vicini, benché il primo fosse mortale e dunque più vicino alla terra, e il secondo immortale e tutto celeste; per gli egizi erano i due figli del Dio supremo Ra: S’u, il dolce signore dell’aria, e Tefnut, simile a una fiamma che può d’un tratto divampare e sgomentare. Il La’awiyah di maggio si direbbe più affine a Tefnut: la lettera aleph, nel suo Nome, esprime soprattutto forza inesauribile, mentre nel La’wiyah di giugno l’aleph è piuttosto un’immagine dell’intensità e profondità degli affetti. Ma i due La’awiyah in qualche modo si integrano a vicenda: i protetti di entrambi hanno accesso agli stessi doni, così come entrambi condividono i rischi che tali doni comportano. Sempre Sibaldi dice che primo compito dei La’awiyah è capire che il loro io può abitare la comune realtà solo in parte: essi sono, sempre, anche altrove; la loro mente, i loro talenti e le loro aspirazioni appartengono in larga misura, appunto, all’Aldilà, a quel versante dell’universo, cioè, in cui tempo e spazio hanno altre leggi, e l’intuizione corre più rapida e fa scoprire cose strane. A un certo punto della loro vita i La’awiyah potranno, per esempio, accorgersi tutt’a un tratto di sapere cose che non hanno mai imparato, o di ricordare avvenimenti che non hanno vissuto. Perciò sarà essenziale per loro fare attenzione a non cadere in credenze superstiziose, né in resistenze ateistiche altrettanto rigide, con cui molti si difendono dai misteri. Per la loro realizzazione i Lauviah devono accettare questa meravigliosa dote, che se non coltivata lascia la loro esistenza monca, senza scopo e senza gioia, con la perenne impressione di essere in ritardo, di essere attesi da qualche parte, da qualcuno che, chissà perché, non si fa mai vivo. (...) rimpiangono così situazioni e figure perdute per sempre. Ma non è vero: credono di sognare e rimpiangere, e sono solo maschere della loro esitazione. Non appena superano, invece, quella soglia tra "Aldiqua" e "Aldilà", nella loro vita irrompe l’abbondanza, e in ogni senso. Può avvenire in molti modi, non necessariamente per teologia o medianità: per alcuni quel superamento assume forme più concrete, magari un trasferimento all’estero, la passione per l’archeologia o per la psicologia del profondo. Varcato uno qualsiasi dei confini che per loro ha sempre un travolgente valore simbolico, i La’awiyah cominciano non soltanto a sentirsi liberi e interi, ma si ritrovano proprietari di splendide qualità pratiche, indispensabili per ottenere successo e per goderne: versatilità, intuito, fascino, grande voglia di lottare per affermarsi, allegria, coraggio e in particolar modo un’espansività, una luminosa capacità di provare amore per la gente e di comunicarlo apertamente. Quando invece non osano, quelle che sarebbero state le loro ottime qualità si manifestano sottoforma di opprimenti difetti che incarnano l'esatto contrario delle loro potenzialità. Un rischio scongiurato da tutti i La’awiyah che decidono di affrontare il Mistero e diventare dei ricercatori: quando questo avviene, in qualunque modo lo facciano, purché al servizio di una buona causa, la loro vita comincia davvero a splendere e a irradiare la sua luce sugli altri.
Qualità di Lauviah e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Lauviah 1 sono resistenza, entusiasmo, altruismo, perseveranza; voglia di riuscire e utilizzo dei propri privilegi al servizio dei bisognosi. Le attività che favorisce sono azioni intraprese al servizio dell'Umanità, sia nel campo lavorativo che nel volontariato.

                                                 
                                  Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

mercoledì 4 maggio 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 6 al 10 Maggio

Il filosofo Sigmund Froid

Questo Cherubino occupa un posto speciale tra i numerosi Angeli che elargisono la rara Energia Yod (o "energia curativa" - una potente forza ambivalente che potremmo definire tipica dei medici e delle persone di spettacolo). Infatti colpisce "l’abbondanza, l’irruenza addirittura, con cui quella duplice energia si manifesta nei protetti da questo Angelo, quando essi accettano di usarla. Tra i medici, fu un ’Aladiyah il più famoso professore del XX secolo: Sigmund Freud. Nello spettacolo, gli ’Aladiyah sono una fitta e luminosissima costellazione: Rodolfo Valentino, Gary Cooper, Fred Astaire, Fernandel, Orson Welles, Rossellini, Scola, Glenda Jackson… oltre a ipnotici e non meno famosi showman della scena politica, da Robespierre a Eva Perón. Importantissima in questo Nome angelico è, evidentemente, la lettera daleth, il geroglifico della generosità: a garantire la loro ascesa è, infatti, proprio la capacità di donare, di donarsi, di aprire tutto di sé agli altri, sia che si tratti dei recessi della propria psiche (come fu per Freud e Welles), sia del proprio cuore (Evita in Argentina), sia di quella profonda dolcezza che riempiva il temperamento di Valentino, Cooper, Astaire, Fernandel, e che da loro fluiva inesauribile nell’anima del pubblico. Darsi, e trovare in se stessi che cosa dare, è veramente il loro compito e il loro insegnamento: e anche, naturalmente, individuare gli ostacoli a tale generosità, e il modo di eliminarli. Quanto a individuare ostacoli negli altri, gli ’Aladiyah sono particolarmente bravi – ed è qui, soprattutto, che le loro doti terapeutiche e quelle teatrali mostrano la loro origine comune: come sappiamo, medici o attori, gli ’Aladiyah si sentono guidati a comprendere con straordinaria precisione le ragioni dei comportamenti altrui, e a risalire attraverso quelle alle cause dei conflitti e degli errori che, bloccando la vitalità, danneggiano la salute e lo spirito. Poi, curando o recitando, aiutano i loro pazienti o il loro pubblico a vedere indimenticabilmente quelle cause. Il che è già cominciare a guarire; un conflitto interiore, un blocco, quando ci viene mostrato cessa già di essere tale: si scorgono possibilità migliori e più grandi, al di là di esso, e ciò permette di liberarsene. Gli ’Aladiyah possiedono dalla nascita il segreto operativo di tale liberazione psicologica. La loro felicità è nell’accorgersene, adoperandolo per il loro prossimo. Quando lo adoperano invece per se stessi, fanno più fatica. Curiosamente, ci mettono sempre molto tempo a capire che il loro ostacolo personale è uno solo, e semplicissimo: banale egoismo – l’accontentarsi cioè di quel che già si è, o di ciò che già si ha in un qualunque momento della vita, e il volerlo tenere per sé. Il loro impulso a crescere e a far crescere è come un fiume in piena: se lo si vuol fermare, provoca disastri. Guai, per esempio, a quegli ’Aladiyah che si innamorino dell’importanza che credono di aver conquistato: in breve tempo diventano sorprendentemente ottusi, cupi, insicuri; finiscono per cacciarsi loro stessi in inestricabili grovigli di conflitti ed errori; oppure si abbandonano a un senso di inutilità e di angoscia che li spingerà inevitabilmente allo spreco delle proprie ricchezze. Per prevenire tutto ciò, va consigliato loro un modo di cautelarsi che per chiunque altro sarebbe paradossale: cercare, possibilmente come partner, una persona che ritengano molto superiore a se stessi e dedicarle il meglio di ciò che hanno o fanno, in totale adesione. In una parola, stabilire una dipendenza. Suona orribile, certo: ma nel loro caso è il sistema più semplice e sicuro per dare e fare di più, per mantenere attiva, insomma, la loro daleth, la generosità. E solo a tale condizione, anche nella vita pubblica il loro talento continuerà a farli splendere e salire. Gli ’Aladiyah sanno bene d’altra parte di avere la tendenza a dipendere da qualcuno: fin dall’adolescenza la loro intensa affettività li spinge a sognare il grande amore come la cosa più importante della vita, e nessuno è più bravo di loro nello sgomentare un amante con eccessi di premure e di tenerezze. Gli amanti mediocri fuggono: poco male! L’’Aladiyah affinerà il modo di selezionarli. Con il tempo, ancor più che un compagno, comincerà a cercare anche un superiore da ammirare e al quale, di nuovo, dedicarsi interamente, diventando un fedele e appassionato esecutore; poi magari vorrà un maestro spirituale a cui obbedire in tutto. Ma solo fino a che non comincerà a scoprire (il che avviene agli ’Aladiyah più evoluti) quel magnifico Eroe che in realtà esiste dentro di lui, e di cui tutte le persone che aveva adorato fino ad allora erano solo proiezioni. La riuscita degli ’Aladiyah – in ogni campo della loro esistenza – è commisurata appunto a questi diversi gradi di dipendenza e al livello delle persone da cui decidono di dipendere: è del tutto normale, cioè, che gli ’Aladiyah dicano «Quando stavo con il tale… » o «Quando credevo nel tal’altro…» per indicare le tappe della propria evoluzione interiore. Tanto più utile è che coltivino il più possibile il loro buon gusto, la loro cultura. Ciò che nell’ambiente in cui vivono è brutto o banale ha infatti il potere non soltanto di deprimerli, ma di influire pesantemente sulla scelta delle persone da idolatrare e del modo, anche, in cui idolatrarle: se, per esempio, la realtà circostante ha frustrato da troppo tempo la sua esigenza di bellezza esteriore e interiore, un ’Aladiyah può facilmente individuare, come suo ideale o guru, una persona di poco conto, e illudersi che sia splendida, e lasciarsene plagiare, nel generoso tentativo di adeguarsi al suo livello, pur di dare qualcosa di sé a qualcuno; oppure la banalità può intossicarlo a tal punto da fargli venerare semplicemente i personaggi alla moda, perdendosi così nel gruppo, nella massa, e finendo per dipendere soltanto da quest’ultima. Il peggio, in questi casi, è che l’intontimento, il conformismo e i cattivi modelli gli faranno perdere la voglia di essere se stesso, e di agire così come la sua Energia Yod esige da lui". Questo è il tragico rischio insito nel prezioso dono dell'energia curativa Yod, che - appunto - è ambivalente: come un coltello affilato, va tenuta per il manico, se presa dal lato sbagliato ferirà profondamente e senza avvisare, colpendo direttamente chi la possiede. Infatti, anche l'Aladiah di cui stiamo parlando: "non verrà perdonato. Sappiamo che quell’Energia si vendica spietatamente quando non la si utilizza: comincerà con l’ipocondria e proseguirà producendo quelle stesse malattie del corpo o dell’anima che l’’Aladiyah, se l’avesse usata, avrebbe potuto guarire". Questo Angelo suggerisce un segreto semplice: hai in mano un grande potere, stai attento a come lo usi. Se agirai in modo inconsapevole potrai mettere in moto forze distruttrici che potranno sfuggirti di mano, colpire gravemente te come il mondo intorno. Se però imparerai a usarle, potrai avere totale successo e aiutare il mondo, arrivare davvero lontano. Un po' come avere in mano una Ferrari potentissima: diventeremo Schumaker o andremo a schiantarci contro un muro dopo aver investito qualcuno? dipende... ci rendiamo conto della velocità e dell'impatto che può raggiungere? abbiamo la pazienza di imparare a guidare? Il libretto di istruzioni è nel geroglifico del tuo Angelo, che cela il concetto: "Il mio potere cresce nel dare". Insomma, se vuoi usare bene il tuo potere, e guadagnare da esso, in primo luogo devi dare: fiducia a te stesso, tutto te stesso agli altri.
Le qualità sviluppate da Aladiah sono bontà, simpatia, aiuto reciproco, compassione, dignità, rispetto. Proprio perché concede questi doni, quanto più l'individuo non asseconda la propria natura angelica, tanto più potrà presentare difetti opposti a queste qualità.

                                                     
                                         Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi