martedì 28 giugno 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 2 e il 6 Luglio



Dali Lama

Sibaldi relaziona l'influenza di questo angelo alla scelta del 4 luglio come data per la festa dell’Indipendenza americana; un'ipotesi molto possibile, considerato che l’esoterismo era all'epoca molto diffuso tra gli intellettuali negli Stati Uniti. E Nelka’el è in effetti l’Angelo dei liberatori, o di chi attende di essere liberato da una qualche costrizione. Tra i suoi protetti ci sono Garibaldi, l’attuale Dalai Lama e Jaruzelski, che negli anni Ottanta, dopo esser stato strumento del potere sovietico in Polonia, guidò il Paese verso la democrazia. (...) Ne tenga conto ogni nato di questo Angelo Trono: quali che siano le condizioni in cui si troverà a vivere, la sua riuscita personale e il senso stesso della sua esistenza dipenderanno pressoché totalmente dal coraggio con cui saprà scorgere intorno a sé una tirannia alla quale opporsi. In una lotta di liberazione emergeranno sempre le sue doti più autentiche e preziose, sia che si tratti di battersi in politica, o contro chi nella vita d’ogni giorno voglia plagiare qualcun altro, o magari anche contro ossessioni, manie, assuefazioni, nel difficile silenzio della propria mente. E viceversa: non vi saranno, per i Nelka’el, lunghi periodi sereni o situazioni privilegiate in cui non cominci a serpeggiare nel loro animo una sensazione di inutilità, di vuoto, e in cui ben presto non si impadronisca di loro una crescente angoscia – la quale offrirà quell’occasione di lotta che il destino sembrava voler loro risparmiare. E qui attenzione- perché sempre le qualità dell'Angelo, se non coltivate, si possono manifestare nel loro esatto contrario: sotto ispirazione, appunto, del suo doppio negativo, il cosiddetto Angelo contrario o dell'abisso. Sibaldi sottolinea così i rischi per i Nelkhael: è assai probabile che questa angoscia assuma forme proiettive: che cioè i Nelka’el siano portati, poniamo, a rendere invivibile una loro relazione sentimentale o un loro rapporto di lavoro, unicamente per poter soffrire abbastanza da risvegliare in sè stessi lo slancio del liberatore. È possibile che in tal modo diventino essi stessi oppressori, manipolatori di chi vive accanto a loro, e risultino perciò individui insopportabili, prima agli altri, e poi anche a se stessi... E infine i rimedi: meglio dunque che provvedano per tempo, e sviluppino quel che occorre per non imprigionarsi da sé: una vigile coscienza morale, un solido repertorio di ideali, un temperamento adeguatamente altruista, nonché autorevolezza, spirito polemico, fascino, ironia e tutto il rimanente armamentario del buon combattente per la libertà. Da evitare per loro, in genere, il lavoro dipendente: troppo alto è il rischio che i superiori siano vissuti come despoti, o i sottoposti una masnada di parassiti. Nelle ordinarie vicende della carriera sarebbero inclini a scorgere macchinazioni di colleghi; nella busta paga, la prova evidente di qualche condizione di sfruttamento. In un lavoro autonomo, almeno, non potrebbero prendersela che con se stessi. Perfetta una professione che richieda capacità d’attacco e difesa: come l’avvocato o l’investigatore; o una qualsiasi attività di ricercatore, sempre in guerra per assediare microbi e conquistare sovvenzioni; l’allenatore di arti marziali o meglio ancora il giornalista d’assalto o il politico (vedi in Italia M. Santoro e Veltroni), giacché sentirsi protagonisti nelle battaglie li nutre, li placa, anche se non per molto. Prima o poi, qualunque sia il successo che riescono a raggiungere, li riafferra un senso di insoddisfazione, un cattivo umore che si manifesta, in molti di loro, in una caratteristica espressione imbronciata o vaga, o si vela dietro un sorriso finto. Soffrono profondamente quando sono così, combattono, nel chiuso del loro cuore, contro stati d’ansia che nessuna terapia riesce a debellare – e che infatti non richiederebbero affatto terapie, ma soltanto una liberazione più vasta, più alta, d’ordine non sociale o psicologico, ma spirituale. In effetti la visione dal punto di vista angelico non è la stessa della psicanalisi: tanto più l'angelo della persona è caratterizzato da una spinta all'elevazione, tanto più nella vita terrena i loro protetti possono sentirsi costretti e insoddisfatti senza venire a capo della matassa. Per questo vi è nei Nelka’el (e questo è il loro principale segreto, benché spesso si rifiutino di ammetterlo) una profonda aspirazione mistica ad estendere i territori della propria anima. Solo se se ne accorgono – proprio come avvenne a Herman Hesse – riescono finalmente a trovare l’equilibrio, l’armonia e anche il vero significato di tutte le loro battaglie terrene, piccole o grandi: conseguenze e rifrazioni, tutte quante, di quella loro brama di assoluto. Riuscirebbero anche a vincerle più facilmente, allora. Non per nulla Garibaldi era stato, oltre che generale, anche capo di importanti logge massoniche, riformatore di rituali, profondo conoscitore dei testi dell’Ordine; e da tutto ciò trasse quello slancio inesauribile che gli permise di battersi per la libertà su scala intercontinentale". Non per niente nel geroglifico di questo Angelo c'è chiaro il messaggio: "le mie azioni sono grandi quando mi oppongo ai tiranni". Ma i suoi protetti sono avvisati: l'azione sul piano materiale deve attingere forza alla sua vera fonte, cioè al piano spirituale.
Nelchael dona carattere forte e sereno, interesse per tutto, fascino del sapere, espressione armoniosa, amore per l'insegnamento, per la bellezza, l'arte, la poesia, la letteratura ed ogni tipo di studio, attitudine per la matematica e la geometria. Potere contro la calunnia e la diffamazione.



                                                Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

venerdì 24 giugno 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 27 al primo Luglio

Ritratto dello scrittore Giacomo Leopardi


La mia bocca, ispirata, rivela grandi altezze. Peh in ebraico può indicare «la bocca», ma anche «il viso che si volge»; inoltre la lettera peh è anche il geroglifico della bellezza sensibile e, per estensione, della sensualità. Nell’esperienza personale dei Pehaliyah questi 4 concetti si concretizzano uno dopo l’altro (se va bene) nell’ordine inverso a questo, dando forma a un percorso evolutivo semplice da descrivere ma assai impegnativo, invece, da affrontare in tutte le sue fasi. La prima è appunto la sensualità: l’intensa, ansiosa energia erotica che i Pehaliyah avvertono precocemente in se stessi, assume ben presto proporzioni preoccupanti nella loro vita interiore. Li confonde, li intralcia; ha l’effetto di far apparire secondaria e forzata qualsiasi attività non direttamente collegata al sesso. Per quanto possano essere vigorosi, estroversi, bisognosi di affetto e conquistatori, è impossibile che i Pehaliyah non avvertano fin da giovanissimi il bisogno di reprimere tanta voracità, e che tale repressione non cominci ad addensare nel loro animo sensi di colpa e d’angoscia molto più acuti di quelli che provano i loro coetanei alle prese con le prime vampe del desiderio. Questo turbamento può perfino dar luogo a una vocazione alla castità, addirittura al sacerdozio, come per cercar riparo da tentazioni diaboliche. La seconda fase ha inizio quando i Pehaliyah si rendono conto che la castità è per loro difficilissima. Alcuni provano davvero a imporsela, per il gusto di lottare contro se stessi: ma se si dedicano alla mistica o a qualche sport faticoso l’unico risultato sarà diventare rapidamente nevrotici. Altri tentano di vivere una normale vita sessuale con un partner; altri eccedono: ma né l’una né l’altra cosa portano sollievo. Il sesso rimane per loro una fissazione – come in certi romanzi del Pehaliyah Alberto Bevilacqua, o come per il Pehaliyah Mike Tyson. Per apparire «normali» e riuscire a nascondere questo fatto (magari anche a se stessi), devono imporsi una perenne finzione, che assorbe molte risorse della loro intelligenza: e purtroppo la maggior parte dei Pehaliyah si fermano qui, imprigionati in un involucro di atteggiamenti forzati, di infiniti scrupoli e perfezionismo; diventano irritabili, avari, invidiosi, rancorosi, sempre tristi o sarcastici, e sempre sfuggenti, come se anche il semplice bisogno di confidenza fosse ai loro occhi qualcosa di pericoloso.
C’è invece chi prosegue: la successiva fase della loro crescita personale è, dicevamo, «il viso che si volge», come chi ascolti un’intuizione. Intuiscono infatti (tutt’a un tratto, talvolta) che  l’impossibilità di soddisfare appieno la loro principale pulsione può essere non il problema, ma la soluzione: che forse il loro senso d’angoscia deriva dall’errore di credere che soltanto l’atto sessuale possa (e debba) esaurire tutta l’energia che avvertono dentro di sé. Quest’energia, indiscutibilmente radicata nella sessualità, può infatti esprimersi in molti altri modi. Può sublimarsi e trasformarsi, come l’energia cinetica dell’acqua si trasforma in energia rotativa dalla turbina di una centrale elettrica, senza che, nel passaggio, si perda nulla della sua potenza. Tale sublimazione e trasformazione è la fase della «bocca»: avviene cioè innanzitutto nel dire, nel comunicare, ed è qui infatti che i Pehaliyah più evoluti diventano grandi maestri. Occorre soltanto che qualche circostanza esterna li aiuti (la semplice intenzione non basta ad avviare il processo di sublimazione): che una qualsiasi circostanza si opponga, cioè, all’utilizzo esclusivamente sessuale del loro vigore. Può essere un amore infelice o difficile, o una professione che li costringa a viaggiare, o che richieda loro un periodo d’impegno totale… Lì la loro vita comincia a cambiare e a illuminarsi in modi nuovi, tanto più alti quanto maggiore è la quantità di energia sessuale che verrà frenata e incanalata verso un differente utilizzo. All’inizio di questo cambiamento essi acquistano notevole capacità di convincere chiunque abbia a che fare con loro: è come se il loro potere di seduzione, già grande prima, aumentasse quanto più si emancipa da uno scopo sessuale. allo stesso modo si sublima la loro capacità di penetrazione psicologica, che adesso diventa una saggezza, una sapienza talmente profonda da far loro cogliere perfettamente gli stati d’animo e i pensieri degli interlocutori. E i Pehaliyah che vanno ancora oltre, arrivano a sublimare anche il loro fascino naturale, che si trasforma in autentico carisma di leader, qualunque sia il loro campo d’azione. Gli esempi non mancano, da Pirandello a Oriana Fallaci, a Lady Diana: dotati tutti di forte passionalità e tutti –per una ragione o per l’altra – costretti dalle circostanze a limitarla e a sublimarla altrove, per diventare uno un gigante della drammaturgia (peh: la voce e il volto dei personaggi a teatro!), l’altra una delle più grandi intervistatrici del secolo scorso, l’altra ancora un idolo delle folle. C’è anche da chiedersi se il Pehaliyah Leopardi avrebbe mai scritto A Silvia e L’infinito se quella sublimazione non si fosse già avviata in lui; o se la burrascosa, frustrante vita coniugale del Pehaliyah Enrico VIII (cinque matrimoni infelici e una moglie fatta decapitare) abbia agito fino a fargli scindere l’Inghilterra dal cattolicesimo per fondare una Chiesa nuova. I Pehaliyah non ancora giunti alla terza fase potrebbero naturalmente dubitare che valga la pena di rinunciare ai propri sogni d’amore per inseguire il successo in altri campi. Ma quei sogni, ripeto, sono troppo vasti, e destinati perciò a rimanere, per loro, sempre un miraggio; e d’altra parte non si tratta affatto di negarsi il piacere, ma solamente di constatare la sproporzione tra il bisogno che se ne ha e quel che un qualsiasi partner può offrire. È un modo di far buon viso – un buon peh – a cattivo gioco, traendone vantaggi eccezionali ed evitando illusioni.
Pahaliah dona risveglio spirituale, condotta irreprensibile, grande forza morale, coraggio e resistenza. Favorisce le carriere religiose dando vittoria sull'ateismo e ottenendo conversioni, dona senso religioso e sensibilità per i principi di diritto naturale, facoltà di approfondimento dei problemi di ordine spirituale.
L'angelo dell'abisso a lui contrario si chiama Aséal e rappresenta la lussuria; causa libertinaggio, ribellione, empietà, mancanza di coraggio, debolezza morale.


                                                Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 14 giugno 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 22 al 26 Giugno

L'indipendentista Giuseppe Mazzini


Dice Sibaldi che la radice di questo Nome nasconde il concetto Io supero un confine dopo l’altro. Dunque lo slancio che imprime ai suoi protetti va nell’unica direzione di traguardi sempre nuovi, come se la loro mente e la loro anima si scoprissero rinchiuse in una sfera, e la sentissero a un tratto troppo stretta, e la varcassero, solo per scoprire poco dopo un’altra sfera che li imprigiona, poi un’altra e un’altra ancora, e così via all’infinito, esplorando e lasciandosi alle spalle sfere via via sempre più grandi ed emozionanti. Questo li accomuna a due angeli che hanno quasi lo stesso nome (i Lauviah di metà maggio e metà giugno), ma assai più forte è l’impeto, l’ansia addirittura, anche, con cui i Lewuwiyah obbediscono alla loro perenne claustrofobia – o, viceversa, nella profondità dell’angoscia in cui precipitano quando, per una qualche ragione, vogliono o devono fermarsi. Abbiamo così, tra i Lewuwiyah, due perfetti romantici come Giuseppe Mazzini e Silvio Pellico, che apparentemente furono l’uno l’opposto dell’altro: il primo, estroverso, per tutta la vita non fece che estendere la sua carismatica lotta per l’indipendenza e la repubblica – in Italia dapprima e poi, di esilio in esilio, nell’Europa intera – senza retrocedere dinanzi a nessuna sconfitta o catastrofe; l’altro, durante gli anni che trascorse nella fortezza dello Spielberg, scrisse quel capolavoro di introversione che lo rese celebre, "leuviano" perfino nel titolo: "Le mie prigioni". In realtà la differenza, nello slancio dei due, riguardò soltanto il modo in cui lo attuarono: per uno si trattò di denunciare l’illibertà dei popoli, per l’altro, la detenzione di chi lottava per liberarli". Altri celebri Leuviah sono Richard Bach, con il suo "Il gabbiano Jonathan Livingston", che è un vero inno alla libertà, e con molti altri romanzi ("Un ponte sull’eternità", Nessun luogo è lontano, Un dono d’ali, Straniero alla terra, Via dal nido); ed Erich Maria Remarque, che descrive disperata nostalgia della libertà in "Niente di nuovo sul fronte occidentale.
Avendo paura di tutto ciò che è ristretto, i protetti da questo angelo amano i campi che richiedono un costante autosuperamento, e tra tutti il migliore per loro è quello dell’arte. Ciò che può dar loro felicità infatti è trovare sempre nuove idee, nuove forme e aspetti nuovi di sé e del mondo circostante, liberamente e senza rigidi orari di lavoro. Meglio ancora se, scrivendo, dipingendo o usando la macchina da presa, individueranno temi e storie d’insubordinazione, di fuga, o tragedie e tragicommedie di uomini intrappolati, come in certi film del Lewuwiyah Billy Wilder (L’asso nella manica, Viale del tramonto, L’appartamento, A qualcuno piace caldo). E' meglio imparare a narrare storie simili che doverle vivere! I Lewuwiyah che non hanno il coraggio e la perseveranza di diventare artisti, cadono nella tentazione di sentirsi, nella propria esistenza quotidiana, protagonisti di vicende eroiche: per lo più irrealizzati e incompresi, naturalmente, e sempre sofferenti per il divario fra il tran tran e le loro aspirazioni, iniziano a fantasticare, inoltrandosi sempre di più in certi loro mondi silenziosi e segreti, morbosi, maniacali talvolta, malinconici sempre, e attraversati da lampi di cocente invidia per il tale o il tal’altro, che hanno osato più di loro. E aggiunge ancora che la loro necessità di superare confini li potrà portare, piacevolmente, anche verso l’esoterismo, che per loro diverrà soprattutto una nuova fonte di enigmi da scoprire e risolvere: come nel caso del Lewuwiyah Colin Wilson, il famoso scrittore inglese che ai grandi misteri insoluti della storia e delle leggende ha dedicato più di cento volumi, e che esordì, nel 1956, con un saggio intitolato (guarda caso!) The Outsider. Anche alla filosofia possono scoprirsi portati, purché la intendano come inesauribile ricerca, come lotta contro i limiti del conoscibile e del pensiero. Tra i Lewuwiyah filosofi il più rappresentativo è certamente Gian Battista Vico, che ipotizzò un’evoluzione ciclica, un infinito superamento, cioè, delle fasi che l’umanità raggiunge via via, attraverso i secoli. Il rischio è che, seguendo la propria vocazione, il Lewuwiyah veda ridursi rapidamente il numero dei conoscenti disposti ad ascoltarlo: tutto preso dalla sua creatività e dalle sue sfide, potrà intendersi soltanto con interlocutori del suo stampo. Ma anche in quel caso non si deve scoraggiare, piuttosto considerare la solitudine una conseguenza della sua eccezionalità, da cui trarre ancora maggior vigore per comunicare con il vasto pubblico, attraverso il linguaggio a lui più consono, che è quello delle forme. Se invece, giorno dopo giorno, si sforzasse di adeguarsi a limiti e mediocrità sarebbe costretto a comprimersi e a fingere. Il consiglio ai Leuviah, dunque, è: liberatevi dalle costrizioni e accettate di essere speciali, non siete fatti per essere normali cittadini. Siate voi stessi, nel vostro modo di operare scegliete l’arte: qualsiasi sacrificio, in essa, sarà meglio dei compromessi di una vita piatta e noiosa.
Leuviah dona serenità interiore, amabilità e buon umore; capacità di aiutare gli altri con il buon esempio. Carattere modesto e socievole, dotato di pazienza nei confronti delle avversità. Propensione per l'arte. Buona memoria, intelligenza aperta ed universale, sottile intuito che consente di captare il significato dell'esistenza, gioia e moralità.
L'angelo dell'abisso a lui contrario si chiama Ramiel e rappresenta le avversità e i ricordi inutili, che tolgono spazio a ciò che è essenziale. Ispira arroganza, dispiacere, disperazione, noia e pessimismo; dissolutezza e mancanza di fiducia nella divina provvidenza. Causa gravi perdite e mortificazioni, sregolatezza, grandi afflizioni.


                                            Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 7 giugno 2016

Scopri che angelo sei: i nati dall'16 al 21 Giugno

L'irriverente Beatles Paul McCartney


Sibaldi introduce così il suo quadro su Caliel: "gli inventori di Superman conoscevano l’angelologia? Tutto farebbe supporre di sì. La prima strip apparve sul periodico Action Comics proprio nel giugno del 1943, e il vero nome del supereroe è, guarda caso, Calel (precisamente: Kal-El). Non può essere una coincidenza, tanto più che le caratteristiche fondamentali dei Kaliy’el corrispondono appieno a quelle di Calel-Superman". Questo angelo sarebbe dunque il diretto ispiratore, e non casualmente, del personaggio di Superman - il che già dice molto sulle sue caratteristiche.
In effetti il bimbo Kal-EL, catapultato fortunosamente dal padre Jor-El sulla Terra dal remoto (e perduto) pianeta Krypton, troverà qui un destino da angelo custode dei perseguitati da ingiustizie e violenze.
E appunto Sibaldi argomenta che, proprio come il giovane supereroe, anche i Kaliy’el si sentono, fin da adolescenti, individui assolutamente speciali e anche indiscutibilmente superiori: veri e propri ET. Ma non si sognano di vantarsene: il loro animo è fondamentalmente gentile, dolce, addirittura mite, così come Calel (futuro Nembo-Kid / Superman) quando veste i panni del timido Clark Kent. Inoltre, come Calel-Superman-Kent, anche i nati sotto questo angelo sono molto generosi: nulla dà loro tanto piacere quanto l’aiutare altri in difficoltà. Hanno anche un irreprimibile senso di giustizia: una gran voglia di sfidare le persone malvage o false, e anche una loro personale esigenza di candore. Qualsiasi loro atto o pensiero che contrasti con la loro coscienza li manda in crisi fino ad annientarli; per questo imparano presto a schivarne il rischio - esattamente come fa Superman con la kryptonite verde.
Perfino il gesto con cui Kent si strappa la camicia prima di decollare è caratteristico dei Kaliy’el. o meglio del loro bisogno di liberatori atti improvvisi: la prevedibilità li opprime, il lavoro dipendente li intossica, i ruoli, anche quelli famigliari (figli, coniugi eccetera), possono immobilizzarli soltanto temporaneamente. Devono davvero spiccare il volo ogni tanto, in tutti i settori della loro vita. Non è raro perciò che abbiano diversificati interessi e perfino che accumulino numerose professioni, oppure che ne scelgano una in cui, oltre a poter intervenire a favore di altri, possano dar prova della loro esuberante versatilità, della loro capacità di reinventarsi ogni giorno le proprie mansioni. Medici e psicologi di pronto intervento, infermieri in situazioni di emergenza, avvocati audaci, spericolati tutori dell’ordine o intellettuali sulle barricate sono ipotesi di lavoro ineressanti e ragionevoli per questi Supermen. Ottima per loro è anche la via della creatività, purché abbastanza rivoluzionaria da far apparire antiquato l'esistente e da produrre essa stessa situazioni di emergenza estetica: con la stessa disinvoltura con cui riescono a salvare qualcuno da momenti difficili, i Kaliy’el sanno infatti creare anche occasioni di shock, di rottura, quando lo ritengono necessario. Fu così per i Kaliy’el Igor’ Stravinskij, Paul McCartney e Dean Martin, la cui arte esprimeva un’esuberanza talmente ironica, sorniona e felice di sé, da suscitare in chiunque il dubbio di aver finora osato troppo poco nella propria vita.  In filosofia lo vediamo nel Kaliy’el Jean-Paul Sartre, che nel suo esistenzialismo insisteva sull’«assoluta libertà di scelta» di cui ognuno deve saper disporre, e sul dovere di impegnarsi attivamente per la giustizia sociale; finché, quando nel 1964 gli venne assegnato il premio Nobel, lo rifiutò scioccando l’Accademia di Stoccolma per il gusto ribelle di rammentare al mondo che, quando tutti ritengono importante venire ingabbiati in qualche ruolo, è utile far sospettare che non lo sia poi tanto. Brillanti e originali, persuasivi, combattivi e al tempo stesso affascinanti e giocosi, quando si danno obiettivi precisi i Kaliy’el non faticano a raggiungere il successo. Semmai corrono il rischio, sul piano professionale, di dimenticare i loro ideali di altruismo e giustizia. Questo significa, nel loro caso, tradire la loro propria natura con pessime conseguenze: anticonformismo, senso di superiorità e candore possono sommarsi in modo distruttivo, dando luogo ad avventurieri inconcludenti, per i quali più nulla "vale pena", perfino cinici più o meno scandalosi che finiscono per annoiare se stessi e poi gli altri. E' la situazione (tipica del prevalere dell' "energia avversaria") per cui i tratti tipici di un angelo (in questo caso kalieliani) si capovolgono diametralmente: i potenti Caliel si trasformano in personalità psichicamente instabili, sempre in situazioni di emergenza, che invece di dare aiuto devono chiederne ma, ahimé, continuano a sentirsi troppo esclusivi per saperlo accettare. Di questo i Kaliy’el sono in genere consapevoli: li sfiora cioè, almeno di tanto in tanto, il dubbio che il loro modo di vivere possa andare troppo sopra le righe. I più accorti si tutelano per tempo e nel modo più naturale: seguendo semplicemente l’impulso del loro cuore, che fa loro desiderare come compagno di vita una persona posata, pratica, razionale, che compensi e all’occorrenza tenga anche un po’ a freno la loro irrequietezza. Non troppo però - non lo sopporterebbero. Ma quanto basta per sapere di poter contare su un campo d’atterraggio sicuro, quando tornano a terra. I meno furbi, invece, possono considerare questa loro esigenza come un segnale di debolezza, fino a imporsi di evitare coinvolgimenti sentimentali duraturi, o sceglierne di abbastanza deludenti da potersene slegare più in fretta e facilmente. Ma è bene che si ricredano, al riguardo: in realtà, per i Kaliy’el, solitudine affettiva e sensazione di non essersi ancora realizzati sono l’una la condizione dell’altra: le si può risolvere e superare soltanto contemporaneamente. Anche Superman- Kent, che appunto non ha fidanzate ed è afflitto da una scissione della personalità, forse diventerebbe un ancor più meraviglioso Super Calel, senza più cammuffamenti, se finalmente decidesse di unirsi alla bella Lois Lane, sua eterna innamorata.
Caliel dona rettitudine e imparzialità di fronte alla vita. Le qualità che sviluppa sono integrità, clemenza, riflessione, onestà, capacità di giudicare con discernimento e generosità, capacità di restare in silenzio.


                                      Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 11 al 15 Giugno

Il comandante Ernesto Che Guevara
 
Abbiamo già visto che questo Angelo è l'unico ad avere un "angelo gemello": il Lauviah che presiede ai nati tra l’11 e il 15 maggio. Avendo lo stesso nome di Dio, essi hanno anche funzioni simili. Sono entrambi "Angeli della soglia", benché l'uno tra i poderosi Cherubini, l'altro fra i leggeri e amorevoli Troni.
Sibaldi li ricollega giustamente ai Dioscuri, ricordando che Egizi e Greci vedevano una coppia di gemelli celesti sul confine delle sfere più alte: i «divini fanciulli» Castore e Polluce (o Dioscuri). E ad essi attribuivano lo stesso compito che hanno i due La’awiyah ebraici: cioè la costruzione e la custodia di ponti tra il visibile e l’invisibile (...) Sempre vicini, benché il primo fosse mortale e dunque più vicino alla terra, e il secondo immortale e tutto celeste; per gli egizi erano i due figli del Dio supremo Ra: S’u, il dolce signore dell’aria, e Tefnut, simile a una fiamma che può d’un tratto divampare e sgomentare. Il La’awiyah di maggio si direbbe più affine a Tefnut: la lettera aleph, nel suo Nome, esprime soprattutto forza inesauribile, mentre nel La’wiyah di giugno l’aleph è piuttosto un’immagine dell’intensità e profondità degli affetti. Ma i due La’awiyah in qualche modo si integrano a vicenda: i protetti di entrambi hanno accesso agli stessi doni, così come entrambi condividono i rischi che tali doni comportano. Sempre Sibaldi dice che primo compito dei La’awiyah è capire che il loro io può abitare la comune realtà solo in parte: essi sono, sempre, anche altrove; la loro mente, i loro talenti e le loro aspirazioni appartengono in larga misura, appunto, all’Aldilà, a quel versante dell’universo, cioè, in cui tempo e spazio hanno altre leggi, e l’intuizione corre più rapida e fa scoprire cose strane. A un certo punto della loro vita i La’awiyah potranno, per esempio, accorgersi tutt’a un tratto di sapere cose che non hanno mai imparato, o di ricordare avvenimenti che non hanno vissuto.
Perciò sarà essenziale per loro fare attenzione a non cadere in credenze superstiziose, né in resistenze ateistiche altrettanto rigide, con cui molti si difendono dai misteri. Per la loro realizzazione i Lauviah devono accettare questa meravigliosa dote, che se non coltivata lascia la loro esistenza monca, senza scopo e senza gioia, con la perenne impressione di essere in ritardo, di essere attesi da qualche parte, da qualcuno che, chissà perché, non si fa mai vivo. (...) rimpiangono così situazioni e figure perdute per sempre. Ma non è vero: credono di sognare e rimpiangere, e sono  solo maschere della loro esitazione. Non appena superano, invece, quella soglia tra "Aldiqua" e "Aldilà", nella loro vita irrompe l’abbondanza, e in ogni senso. Può avvenire in molti modi, non necessariamente per teologia o medianità: per alcuni quel superamento assume forme più concrete, magari un trasferimento all’estero, la passione per l’archeologia o per la psicologia del profondo. Varcato uno qualsiasi dei confini "che per loro ha sempre un travolgente valore simbolico, i La’awiyah cominciano non soltanto a sentirsi liberi e interi, ma si ritrovano proprietari di splendide qualità pratiche, indispensabili per ottenere successo e per goderne: versatilità, intuito, fascino, grande voglia di lottare per affermarsi, allegria, coraggio e in particolar modo un’espansività, una luminosa capacità di provare amore per la gente e di comunicarlo apertamente. Quando invece non osano, anche a loro capita che quelle che sarebbero state le loro ottime qualità si manifestano sottoforma di opprimenti difetti che incarnano l'esatto contrario delle loro potenzialità. Un rischio scongiurato dai La’awiyah che decidono di affrontare il Mistero e diventare dei ricercatori: quando questo avviene, in qualunque modo lo facciano, purché al servizio di una buona causa, la loro vita comincia davvero a splendere e a irradiare la sua luce sugli altri - perché ricercare (e irradiare) è la loro vocazione; non per niente il Nome di Lauviah cela il concetto: Attraverso l’aleph io supero il confine. Angeli della Soglia tanto quanto i loro gemelli di maggio, i La’awiyah di giugno appaiono al tempo stesso più portati all’interiorità, da un lato, e più generosi, dall’altro. Se cercano il successo, non è tanto per amore del mondo, quanto piuttosto per il loro grande bisogno di essere amati: invece di imporsi, preferiscono sedurre, puntare dritto al cuore degli altri – come se in qualche modo parlassero sempre un po’ sottovoce, e passando subito al «tu», a differenza dei La’awiyah cherubinici, che danno il meglio di sé quando usano il «voi» collettivo. Far innamorare, per i protetti di questo Trono, significa anche e soprattutto scoprire e far scoprire ai loro corteggiati ciò che il cuore nasconde, le possibilità, i sogni che la mente di solito trascura, o che ha scordato. E proprio lì i La’awiyah trovano la loro specialità: l’Aldilà individuale, i mondi e i poteri, anche, che ognuno di noi ha dentro di sé. E diventare guide in quei territori invisibili è infatti il loro compito, come se in quell’Aldilà avessero la loro patria, e nel mondo consueto si sentissero invece sempre un po’ all’estero. Indubbiamente, è la Soglia a decidere la loro vita. Finché non si accorgono della loro capacità di varcarla, i La’awiyah sono soltanto un’ombra infelice di se stessi, inseguono miraggi e possono fallire in tutto. In che cosa comincino a vederla non ha molta importanza: mistica, psicologia, emigrazione, studi di epoche o culture lontane, esoterismo, quinte di teatro, esplorazione dei fondali dell’oceano o magari clandestinità, contrabbando… Tutto ciò può servire a farli accorgere della loro passione per l’Oltre. Ma qualunque forma la Soglia assuma per loro, i La’awiyah di giugno riescono a varcarla solamente per amore: o per amore di chi la supera con loro, allievo o maestro che sia, o per amore di ciò o di chi incontreranno al di là di essa. In questo, il La’awiyah Dante Alighieri li rappresenta appieno, con il viaggio che poté intraprendere nell’Invisibile solo grazie all’affetto di Virgilio e alla profonda passione che lo legava a Beatrice. Molti Lauviah creano nella loro vita coppie d'amore, capaci di far scaturire le loro migliori tensioni: da Che Guevara (con Fidel Castro) a Stan Laurel (con Oliver Hardy), perché "da soli, o per amore soltanto di sé, i La’awiyah di giugno non si destano mai. È sempre per amore, del resto, che solitamente esitano a lungo prima di poter sconfinare. Sono trattenuti dal legame con chi li ama (o con chi credono che li ami) nell’Aldiqua; non vogliono deludere o contrariare nessuno: e poiché le persone che temono l’invisibile o che lo ritengono un’assurdità sono sempre la maggioranza, i La’awiyah di giugno possono trascorrere interi decenni cercando di adeguarsi. Devono scuotersi invece, e imparare a disobbedire. Non possono crescere altrimenti. All’inizio, per loro, è in genere difficilissimo (con la loro fame di affetto stabiliscono infatti pesanti dipendenze), ma dopo qualche sforzo finiscono regolarmente con il prenderci gusto, e fanno spesso della disobbedienza uno dei principali motori del loro agire. Allora gioiscono nell’opporsi non solo a coloro da cui prima si lasciavano dominare, ma anche a qualsiasi luogo comune, o dogma, o certezza che abbia un minimo di ufficialità. Possono essere sostenitori di indipendenze, come W.B. Yeats; resistenti interiori, come Anna Frank; comici inesorabili, come Alberto Sordi; oppure terroristi, come Bin Laden. Comunque, scoprire la propria capacità di opporsi è parte integrante della loro vocazione di guide e, una volta scoperta, può scattare in essi una gran voglia di dimostrare al mondo che non ci si deve accontentare di troppo poco, di scovare i limiti proprio per infrangerli. Loro impresa prediletta diviene allora la scoperta dei più profondi misteri. Conclude Sibaldi dicendo i nati Lauviah hanno tutti un’anima da oceanografi, come Cousteau, che nacque il 13. Secondo la tradizione ebraica, erano del segno dei Gemelli il patriarca Giacobbe e suo figlio Giuseppe: veggente celestiale il primo e celeberrimo interprete di sogni il secondo. Io non esiterei a collocare almeno il secondo tra i La’awiyah di giugno: il sogno, le geografie di mondi superiori o degli strati dell’inconscio, la medianità e lo sciamanismo sono campi in cui questi disobbedienti potrebbero facilmente specializzarsi, e così pure le forme più eretiche di teologia, le nuove branche della fisica o l’astronomia. Certo, con quella loro voglia di affascinare e guidare possono talvolta strafare – come appunto accadde a Giuseppe. Se, per esempio, eccedono nella seduzione, è facile che si perdano in un groviglio inestricabile di relazioni; se esagerano nel diffondere le loro idee, capita che li si ritenga arroganti, presuntuosi, insolenti; se si lasciano prendere la mano dalle loro insubordinazioni esemplari, possono perdere ogni credibilità – e non sempre la loro aria giocosa e infantile riesce a salvarli. Ma il pericolo più grande, per loro, è che torni a indebolirsi quel coraggio della disobbedienza che avevano tanto faticosamente conquistato. Allora è la fine. Può avvenire che comincino, magari senza accorgersene, a obbedire troppo a se stessi, al ruolo che si sono creati – e allora diventano ripetitivi e patetici. Oppure si impigliano in superstizioni, compulsioni, fobie di cui è difficilissimo, poi, liberarsi. O infine, vogliono imporre ad altri obbedienze nel senso tradizionale del termine. Come sempre, come per tutti, conoscere se stessi preserverà da questi mali, cercare il proprio equilibrio... in questo caso ecco che torna l'immagine: far proseguire il bove, tenendolo sotto controllo.
Le qualità sviluppate da Lauviah 2 sono amore per la conoscenza e comprensione della verità dei mondi superiori, calma, serenità, intuizione, amicizia, ispirazione artistica. Dona accesso agli studi superiori, alla ricerca e alle scoperte in campo scientifico, oppure l'inclinazione per le arti, in particolare la musica.


                                                 Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi