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| L'indipendentista Giuseppe Mazzini |
Dice Sibaldi che la radice di questo Nome nasconde il concetto Io supero un confine dopo l’altro. Dunque lo slancio che imprime ai suoi protetti va nell’unica direzione di traguardi sempre nuovi, come se la loro mente e la loro anima si scoprissero rinchiuse in una sfera, e la sentissero a un tratto troppo stretta, e la varcassero, solo per scoprire poco dopo un’altra sfera che li imprigiona, poi un’altra e un’altra ancora, e così via all’infinito, esplorando e lasciandosi alle spalle sfere via via sempre più grandi ed emozionanti. Questo li accomuna a due angeli che hanno quasi lo stesso nome (i Lauviah di metà maggio e metà giugno), ma assai più forte è l’impeto, l’ansia addirittura, anche, con cui i Lewuwiyah obbediscono alla loro perenne claustrofobia – o, viceversa, nella profondità dell’angoscia in cui precipitano quando, per una qualche ragione, vogliono o devono fermarsi. Abbiamo così, tra i Lewuwiyah, due perfetti romantici come Giuseppe Mazzini e Silvio Pellico, che apparentemente furono l’uno l’opposto dell’altro: il primo, estroverso, per tutta la vita non fece che estendere la sua carismatica lotta per l’indipendenza e la repubblica – in Italia dapprima e poi, di esilio in esilio, nell’Europa intera – senza retrocedere dinanzi a nessuna sconfitta o catastrofe; l’altro, durante gli anni che trascorse nella fortezza dello Spielberg, scrisse quel capolavoro di introversione che lo rese celebre, "leuviano" perfino nel titolo: "Le mie prigioni". In realtà la differenza, nello slancio dei due, riguardò soltanto il modo in cui lo attuarono: per uno si trattò di denunciare l’illibertà dei popoli, per l’altro, la detenzione di chi lottava per liberarli". Altri celebri Leuviah sono Richard Bach, con il suo "Il gabbiano Jonathan Livingston", che è un vero inno alla libertà, e con molti altri romanzi ("Un ponte sull’eternità", Nessun luogo è lontano, Un dono d’ali, Straniero alla terra, Via dal nido); ed Erich Maria Remarque, che descrive disperata nostalgia della libertà in "Niente di nuovo sul fronte occidentale.
Avendo paura di tutto ciò che è ristretto, i protetti da questo angelo amano i campi che richiedono un costante autosuperamento, e tra tutti il migliore per loro è quello dell’arte. Ciò che può dar loro felicità infatti è trovare sempre nuove idee, nuove forme e aspetti nuovi di sé e del mondo circostante, liberamente e senza rigidi orari di lavoro. Meglio ancora se, scrivendo, dipingendo o usando la macchina da presa, individueranno temi e storie d’insubordinazione, di fuga, o tragedie e tragicommedie di uomini intrappolati, come in certi film del Lewuwiyah Billy Wilder (L’asso nella manica, Viale del tramonto, L’appartamento, A qualcuno piace caldo). E' meglio imparare a narrare storie simili che doverle vivere! I Lewuwiyah che non hanno il coraggio e la perseveranza di diventare artisti, cadono nella tentazione di sentirsi, nella propria esistenza quotidiana, protagonisti di vicende eroiche: per lo più irrealizzati e incompresi, naturalmente, e sempre sofferenti per il divario fra il tran tran e le loro aspirazioni, iniziano a fantasticare, inoltrandosi sempre di più in certi loro mondi silenziosi e segreti, morbosi, maniacali talvolta, malinconici sempre, e attraversati da lampi di cocente invidia per il tale o il tal’altro, che hanno osato più di loro. E aggiunge ancora che la loro necessità di superare confini li potrà portare, piacevolmente, anche verso l’esoterismo, che per loro diverrà soprattutto una nuova fonte di enigmi da scoprire e risolvere: come nel caso del Lewuwiyah Colin Wilson, il famoso scrittore inglese che ai grandi misteri insoluti della storia e delle leggende ha dedicato più di cento volumi, e che esordì, nel 1956, con un saggio intitolato (guarda caso!) The Outsider. Anche alla filosofia possono scoprirsi portati, purché la intendano come inesauribile ricerca, come lotta contro i limiti del conoscibile e del pensiero. Tra i Lewuwiyah filosofi il più rappresentativo è certamente Gian Battista Vico, che ipotizzò un’evoluzione ciclica, un infinito superamento, cioè, delle fasi che l’umanità raggiunge via via, attraverso i secoli. Il rischio è che, seguendo la propria vocazione, il Lewuwiyah veda ridursi rapidamente il numero dei conoscenti disposti ad ascoltarlo: tutto preso dalla sua creatività e dalle sue sfide, potrà intendersi soltanto con interlocutori del suo stampo. Ma anche in quel caso non si deve scoraggiare, piuttosto considerare la solitudine una conseguenza della sua eccezionalità, da cui trarre ancora maggior vigore per comunicare con il vasto pubblico, attraverso il linguaggio a lui più consono, che è quello delle forme. Se invece, giorno dopo giorno, si sforzasse di adeguarsi a limiti e mediocrità sarebbe costretto a comprimersi e a fingere. Il consiglio ai Leuviah, dunque, è: liberatevi dalle costrizioni e accettate di essere speciali, non siete fatti per essere normali cittadini. Siate voi stessi, nel vostro modo di operare scegliete l’arte: qualsiasi sacrificio, in essa, sarà meglio dei compromessi di una vita piatta e noiosa.
Leuviah dona serenità interiore, amabilità e buon umore; capacità di aiutare gli altri con il buon esempio. Carattere modesto e socievole, dotato di pazienza nei confronti delle avversità. Propensione per l'arte. Buona memoria, intelligenza aperta ed universale, sottile intuito che consente di captare il significato dell'esistenza, gioia e moralità.
L'angelo dell'abisso a lui contrario si chiama Ramiel e rappresenta le avversità e i ricordi inutili, che tolgono spazio a ciò che è essenziale. Ispira arroganza, dispiacere, disperazione, noia e pessimismo; dissolutezza e mancanza di fiducia nella divina provvidenza. Causa gravi perdite e mortificazioni, sregolatezza, grandi afflizioni.
Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

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