martedì 18 ottobre 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 24 e il 28 Ottobre

Erasmo da Rotterdam

Sibaldi vede, nella radice del Nome waw-waw-lamed, il significato: un limite dopo l’altro, io salgo. La lettera waw, come geroglifico del limite e del nodo, comprende una valenza ostile che si concretizza negli inganni e negli ostacoli, non per niente viene usata in famose formule come il waw-waw-waw: un incantesimo che evoca e materializza una rete avvolgente, accalappiante. Formula che (dato che waw è l’antico modo ebraico di scrivere il 6), corrisponde al famigerato numero della Bestia. Ma perfino nella waw si può scorgere un lato luminoso: un nodo, quando lo vedi, puoi scioglierlo; e un limite è fatto apposta per essere superato, se hai il coraggio di individuarlo. Compito dei Wewuliyah è appunto scorgere e affrontare nodi e limiti, e aprirsi (e aprire agli altri) vie di crescita tanto faticose quanto entusiasmanti. Si adatta a ognuno di loro quel motto prediletto del Wewuliyah Pablo Picasso: «Mi ci sono voluti vent’anni per dimenticare tutto quello che mi avevano insegnato, e per cominciare a dipingere sul serio». Di altri esempi ce n’è in abbondanza: come la scultrice Niki de Saint Phalle, che dopo una lunga lotta contro i suoi incubi produsse alcune tra le opere d’arte più radiose e gioiose del XX secolo; Francis Bacon, che nei suoi dipinti sembra voler fare emergere fantasmi di waw, per dominarli e sconfiggerli; Paganini, con le sue sfide ora ironiche ora rabbiose contro i limiti dell’eseguibilità musicale; Danton, la cui doppia waw fu la monarchia da abbattere prima, e le ghigliottine della rivoluzione poi; Erasmo da Rotterdam, che si batteva invece contro i dogmi e i vizi della Chiesa. O celebrità che hanno esordito impersonando proprio il tipo del giovane sfavorito dalle waw della sorte – da Eros Ramazzotti a Benigni. Oppure capitani d’industria abilissimi nel superare la concorrenza, come il massimo esperto mondiale del www, Bill Gates. I Wewuliyah che oggi si trovano alle prese, nella loro carriera, con qualsiasi genere di nodo, difficoltà o avversario soverchiante, sappiano dunque che si tratta, per loro, solo di una necessaria fase iniziale - o di una sorta di impasse karmica, potremmo dire: una specie di «guardiano della soglia» incaricato di bloccare loro il passo, non per dissuaderli o perché ridimensionino le proprie ambizioni, ma perché accumulino propulsione sufficiente a percorrere la via di vittorie che possono ottenere. Li lascerà partire di scatto al momento giusto, se perseverano – salvo poi fermarli di nuovo un po’ più su, quando occorrerà prepararli a ulteriori accelerazioni. I Wewuliyah che si mettono all’opera potranno incorrere in rischi insiti nel loro carattere: è possibile che il successo gli dia alla testa, e susciti in loro, da un lato, un senso di onnipotenza, di invulnerabilità, e dall’altro un costante bisogno di quell’eccitazione che solo le sfide possono dare – con conseguenti cadute d’umore vertiginose durante le indispensabili pause. Allora possono anche diventare pericolosi sia per sé, sia per gli altri: quando per esempio cominciano a cercare sollievo nelle emozioni della velocità o di passatempi rischiosi, oppure negli psicofarmaci o in altri abusi. La loro propensione ad avere sempre una waw (cioè ostacoli) con cui misurarsi li porta anche a crearsi complicazioni nella vita affettiva, o a ingigantirne i problemi, come per il gusto di esasperare il partner: entrano in scena qui certi loro difetti caratteristici, come la suscettibilità, l’impulsività, l’autoritarismo, le tendenze manipolatorie, e anche una certa speciale, capricciosa crudeltà. Ma va da sé che i Wewuliyah non dovrebbero tollerare in se stessi simile robaccia: è solamente un colaticcio di vecchie insicurezze e frustrazioni, e d’un banale narcisismo indegno di loro. Più interessanti sono altri due rischi, di carattere operativo, che i Wewuliyah faranno bene a tener presente fin da giovanissimi:
1. da un lato, quella che potremmo chiamare la loro waw interiore: la tentazione seminconscia di accontentarsi troppo presto di qualche risultato o progetto. È necessario che si imprimano bene in mente il seguente criterio illimitato: gli obiettivi che riescono a porsi razionalmente sono solo una piccola parte di quelli che possono davvero raggiungere. L’intuizione dei Wewuliyah è sempre più grande del previsto, e devono imparare a riconoscere i segnali con cui tale loro facoltà li esorta a guardare sempre oltre, ad maiora: brevi moti dell’animo (insofferenze improvvise), idee che balenano rapide (vanno colte al volo!), incontri fortuiti o frasi udite passando, che richiamano stranamente la loro attenzione, e anche coincidenze. È il linguaggio sottile della genialità: diventa il loro alleato e maestro più prezioso quando scoprono di essere nati apposta per intenderlo.
2. dall’altro, un rischio "strategico": i Wewuliyah appartengono a quel genere di persone nelle quali (ne siano consapevoli o no) la crescita professionale si accompagna a un’evoluzione morale e spirituale: quanto più aumenta la loro fiducia in se stessi, tanto più soffocante diviene per loro l’idea di lavorare solo per il proprio benessere. Hanno un sincero bisogno di generosità, di sentirsi utili ad altri, a molti altri: non lo sottovalutino! È anche questo un loro segreto del mestiere: qualunque sia il loro lavoro, sappiano che ben presto i profitti, la grinta e perfino i colpi di fortuna potranno aumentare solo se sapranno condividerli, e includere tra i propri obiettivi principali anche il bene della società in cui vivono. L’idealismo dà forza ai Wewuliyah in carriera; l’egoismo può diventare invece un veleno psichico, che mina alle basi la loro forza di volontà, li svuota e toglie senso a tutto. Pessima, poi, sarebbe la tentazione (non improbabile, nei momenti in cui vien loro voglia esagerare) di mettere da parte il senso di giustizia e di combinare mascalzonate: non sono tagliati per queste cose, il loro istinto si ribellerà facedno fallire questi tentativi, li boicotterà piantandoli in asso sul più bello. Attenzione poi alla tentazione di puntare al ribasso: i Wewuliyah che per viltà o qualsiasi altra ragione non osano mettersi alla prova, e per esempio cercano riparo dal proprio destino nelle dipendenze, o in qualche lavoro impiegatizio, possono subire frustrazioni fino a diventare insopportabili. Facilmente verranno colpiti da un senso di fallimento che li opprime e li consuma, e irradia da loro come un’aura greve; malevoli e sprezzanti, nella vita cercano solo conferme alla loro convinzione che nulla importa, nessuno conta e ogni parola è falsa, o lo sarà tra poco.
Se vi riconoscete in questa descrizione ricordatevi che è nelle vostre facoltà scrollarvi di dosso tutto questo inutile peso: smettete di dar retta alle trappole disfattiste che tende la vostra mente e iniziate ad affidarvi al vostro angelo; vi aiuterà a cercare in voi, con determinazione e fiducia, le forze per liberarvi. Ricordando anche che, se è vero che la costellazione del vostro angelo subisce la severità dell'Arcangelo Camael, è anche vero che la sua intrinseca energia è gioviana e inoltre il suo Coro è guidato da Raffaele, l'Arcangelo che può donare guarigione totale e definitiva: quasi il dono di una rinascita.
Le qualità sviluppate da Veuliah sono generosità, entusiasmo, benevolenza, simpatia, gentilezza; dona liberazione dalle contrarietà e dai propri nemici, capacità di liberarsi da qualsiasi tipo di schiavitù, sia fisica, morale o psicologica: Concede talento nelle arti marziali, successo nella carriera militare e nelle attività pericolose


                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra l'8 e il 12 Novembre

Lo scrittore Fyodor Dostoevsky

Sibaldi vede, nella radice ayin-resh-yod del Nome il concetto: "tra le apparenze, come attraverso una nebbia, io conduco alla verità". E aggiunge che, se è vero che a tutti piace sentirsi un po’ speciali, a nessuno piace essere davvero diverso: ogni ‘Ariy’el avrebbe molto da raccontare a questo proposito, se l’imbarazzo, il timore anzi dei suoi meravigliosi talenti non l’avessero spinto fin dall’infanzia a tenerli nascosti perfino a se stesso. In realtà gli ‘Ariy’el sono tutti, per loro natura, veggenti: non sanno spiegarsi, cioè, come mai molte volte al giorno sboccino nella loro mente intuizioni tanto luminose sugli argomenti più diversi. È sufficiente che provino interesse per qualcosa o qualcuno, ed ecco che già hanno la strana, netta sensazione di saperne moltissimo, di conoscere soprattutto ciò che quel qualcuno nasconde. Provate a chiedere loro un consiglio su un qualsiasi argomento: nelle loro risposte baleneranno lampi di rivelazione, di cui si stupiranno anche loro, tanto quanto voi. Proprio quello stupore è la conferma del loro talento: gli antichi profeti sapevano bene che per sviluppare queste strane doti bisogna educarsi a non voler capire, a meravigliarsi soltanto. Ma quelli erano tempi in cui la profezia era un mestiere riconosciuto e spesso stimato, e lo si poteva imparare da qualche bravo maestro, mentre oggi queste facoltà eccessive rischiano di risultare soltanto scomode: sia di per sé, perché sono inquietanti, sia anche per l’eccesso di energia psichica che a esse si accompagna e che finisce con il diventare, spesso, un impaccio. Ognuno sa, per esempio, che nella nostra epoca è essenziale la specializzazione: ma la mente effervescente degli ‘Ariy’el non sopporta limitazioni al proprio campo d’azione, scopre e smaschera ovunque, e in certi suoi settori è perennemente attraversata da flussi di illuminazioni; dieci professioni non le basterebbero, per poter mostrare ciò di cui è capace! Complicazioni analoghe si hanno nella loro vita sentimentale: rarissimo, per un ‘Ariy’el, è trovare un compagno o amici di cui in breve tempo non conosca già tutti i segreti (il che non è mai bene) o che riescano a stare al passo con il continuo moltiplicarsi dei suoi interessi. La maggior parte degli ‘Ariy’el credono che tutto ciò sia troppo anomalo, e sgomenti, preoccupati, spaventati anche da quella loro particolare genialità, si sforzano – e riescono – a fuggire a lungo da se stessi. Alcuni si trovano lavori che impongano davvero continui spostamenti e perenne distrazione: autisti, camionisti, ferrovieri, rappresentanti, interpreti; altri semplicemente si spengono, come noi spegneremmo una radio: si impongono di sembrare normali e si scelgono perciò modesti ruoli di factotum – segretarie, assistenti, trovarobe – in cui almeno una parte delle loro doti possa esprimersi senza attirare troppo l’attenzione. Ed è naturalmente una sorte triste, non soltanto perché in fondo al loro cuore rimane sempre la sensazione di aver sbagliato, ma perché il destino ha l’abitudine di accanirsi contro chi rifiuta la propria eccezionalità, e li bombarda di frustrazioni in tutti i campi. Il risultato è di solito una forma depressiva più o meno grave, nella quale gli ‘Ariy’el si trovano imprigionati come il profeta Giona nella Balena, a tracciare cupi bilanci della loro esistenza. Erano ‘Ariy’el sant’Agostino, il più famoso depresso precoce della storia del cristianesimo; e Dostoevskij, che dopo i primi brevissimi successi riuscì a buscarsi, invece d’una depressione, una condanna a dieci anni di lavori forzati per un’intemperanza insignificante; o Alain Delon, che per scomparire e deprimersi al contempo andò in guerra in Indocina. Ma, talvolta, proprio questi periodi cupi possono diventare la salvezza: nel malessere, nell’angoscia, nella disperazione anche, gli ‘Ariy’el più fortunati si vedono finalmente costretti a fare i conti con se stessi, e hanno allora buone probabilità di trovare il coraggio di abbracciare la propria incredibile vocazione, e di stupire il mondo. Non sarebbe stato meglio farlo subito? Se siete dunque un ‘Ariy’el, o ne amate qualcuno, salvatevi e salvatelo, e l’umanità vi sarà grata. Negatevi, o negategli, qualsiasi possibilità di esitare! In fondo, l’unica cosa che occorre a questi profeti, è che imparino a fidarsi di se stessi più che del mondo intorno. Non importa se appaiono troppo sopra le righe: che possono farci, lo sono davvero! E se tutto ciò che fanno sembra incontenibile, troppo nuovo, troppo diverso, che male c’è? Non sanno fare altro, e nessuno saprebbe farlo meglio di loro. Quanto alla professione, va notato che in realtà il profeta o lo sciamano sono occupazioni inadatte ai tempi attuali solo se le si vuole svolgere come qualche migliaio di anni fa, ammantandole della stessa dignità esclusiva che avevano allora: ma un profeta o sciamano che abbia fede nelle proprie doti può dare ottimi contributi ovunque occorrano idee innovative, soluzioni brillanti o penetrazione psicologica, e le professioni che si basano su questi talenti sono numerose. Agli ‘Ariy’el non ne basta una, ne vogliono molte e diverse? E perché no? È sufficiente che smettano di aver paura di sé, e decidano di meritarsi gioia e ricompense. Condizione, quest’ultima, da cui dipende anche la loro felicità privata: com’è possibile, infatti, che chi ti può amare ti ami davvero, se non osi sapere chi sei e non vuoi farlo sapere a nessuno?
Le qualità sviluppate da Ariel sono saper vivere, sensibilità, delicatezza, fiducia in sè e conoscenza di sè, buona organizzazione, comprensione dei propri errori, spirito fermo e di notevole costanza; propensione per la scienza e la medicina grazie a un'intelligenza acuta che rende portati agli studi scientifici e di ricerca, e alla capacità di comprendere i segreti della natura. L'angelo dona in effetti la possibilità di conseguire scoperte clamorose (riguardanti soprattutto la Natura) e rivelazioni in sogno.


                                                 Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 3 e il 7 Novembre

Rossella O'hara di Via col vento

Sibaldi vede, nella radice samekh-aleph-lamed del Nome, il concetto: Io tutelo tutto ciò che cresce. E prende come esempio di Sehaliah l'attrice Vivien Leigh (che era nata il 5 novembre), e soprattutto il suo personaggio di "Via col vento"; perché da un punto di vista angelico sia Vivien sia Scarlet (Rossella) erano perfette Sa’aliyah: un repertorio completo dei pregi e delle ombre di quest’Angelo delle Virtù. Impersonandola, la grande attrice inglese provò probabilmente emozioni straordinarie, quel senso di armonia, di forza, di pienezza di significato che si avverte quando si è totalmente se stessi, e che ha impresso per sempre il suo volto nell’immaginario dell’umanità. Come Scarlet O’Hara, i Sa’aliyah sono nati per proteggere e nutrire il maggior numero possibile di esseri viventi: una grande fattoria, con allevamento e piantagioni, è veramente il loro ideale. Più fanno per gli altri, e meglio stanno; sono egoisti e imperiosi quel tanto che occorre (e a volte si ha l’impressione che sia tantissimo) per irrobustire la loro fiducia in se stessi, per reggere alle responsabilità di cui il destino sembra averli caricati, ma di cui in realtà sono andati in cerca loro stessi, perché così esigeva la loro vocazione di nutritori. Hanno inoltre un’inesauribile Energia Yod: e chi non ricorda la scena dello sconfinato lazzaretto di Atlanta, con Scarlet che lo attraversa sgomenta, prima di correre ad assistere Melanie che partoriva? Lì entrambe le vie dell’Energia Yod si trovarono d’un tratto a coincidere: quella medica, in Scarlet, e quella della recitazione, in Vivien. Sincronicità hollywoodiana. Connaturata ai Sa’aliyah è anche l’avversione per gli arroganti, molto evidente nel modo in cui Scarlet trattava il suo innamorato, il tronfio avventuriero Rhett Butler; e poi ancora: la versatilità, la capacità di apprendere rapidamente qualsiasi cosa da cui si possa trarre un vantaggio pratico; la seduttiva disinvoltura nei rapporti con gli altri, specie per quel che riguarda il chiedere aiuto quando occorre; la tendenza a creare dipendenze, grazie anche a un indiscutibile fascino naturale; la sostanziale indifferenza per i valori morali dei più; e l’abilità sia nello smascherare le bugie altrui, sia nel far passare le proprie bugie per vere, quando non vi sia altro mezzo per tutelare il benessere loro e di chi a loro si è affidato; e infine il dono di riuscire non soltanto a reggere alle avversità, e a superarle, ma anche di trasformarle, lucidamente, in occasioni di più profonda scoperta del proprio animo. Nella Georgia dell’Ottocento, certo, la vocazione al contempo latifondistica e imprenditoriale, che è tipica dei Sa’aliyah, poteva trovare applicazione più facilmente di quanto non avvenga oggi nelle nostre città. E in un appartamento, infatti, una Scarlet dei giorni nostri non può non sentirsi frustrata e deperire: non servono a nulla i malinconici tentativi di trasformare, poniamo, il terrazzo in una tenuta miniaturizzata, moltiplicandovi i vasi di fiori; o che si procuri più d’un gatto e d’un cane a cui badare; e una famiglia, per quanto numerosa, non basterà a farla sentire utile come vorrebbe. I Sa’aliyah devono per forza pensare in grande. Se l’agricoltura è loro preclusa, si trovino o magari si inventino un’impresa da gestire, meglio se in qualche settore legato all’alimentazione: andrà bene di certo. Oppure si occupino di beneficenza, e diverranno dei leader in quel campo; o tentino una carriera politica: daranno prova, anche lì, di brillanti capacità organizzative – per quanto sia alto il rischio, in questo caso, che il loro immoralismo e l’ansia per il benessere della loro famiglia prendano troppo il sopravvento (come avvenne al Sa’aliyah Giovanni Leone, costretto a dimettersi da presidente della repubblica, per scandali finanziari). Quanto alla professione medica, la loro Energia Yod vi si troverebbe perfettamente a proprio agio: ma in un ospedale assai più che in un ambulatorio e, attenzione, in mansioni di infermiere più che di dottore – per l’antipatia che suscita in loro chi si dà delle arie, e per il loro irresistibile bisogno di darsi da fare tra molta gente bisognosa di cure e di simpatia umana. I Sa’aliyah più intellettuali possono conseguire notevoli risultati nella ricerca scientifica – in economia, biologia e farmacologia soprattutto – ma anche lì il successo dipenderà dalla misura in cui potranno manifestare, accanto alle loro doti di scienziati, anche la loro aspirazione a proteggere, aiutare, nutrire chi lavora con loro. Marie Curie, per esempio, nata il 7, due volte premio Nobel, fu doppiamente fedele al suo Angelo: si dedicò allo studio di un fenomeno prettamente saliano, la radioattività (la proprietà, cioè, che hanno certe sostanza di emettere spontaneamente energia), ed ebbe accanto il marito, scienziato anche lui, di cui si prese sempre amorevolmente cura. Da sconsigliare ai Sa’aliyah è, invece, la letteratura: la solitudine, il nevrotico bisogno di silenzio non possono soddisfare la loro generosa brama d’azione e di contatti umani; lo dimostrò la perenne, profonda inquietudine del Sa’aliyah Albert Camus, con quell’espressione da prigioniero, che assunse quando divenne soltanto uno scrittore, e con la sua morte tanto precoce, che parve una fuga. Cupo, infatti, sarà il destino di quei Sa’aliyah che non hanno modo di sfruttare il loro potenziale: potranno vedere scappare uno dopo l’altro i loro partner, soffocati e spaventati addirittura dalle attenzioni con cui li sommergono; oppure si lasceranno sfruttare da parassiti che hanno individuato in loro a colpo sicuro, galline dalle uova d’oro; o semplicemente si dispereranno nella vita ordinaria, arrivando a distruggere chi e ciò che hanno, pur di avere poi qualcuno da aiutare a risollevarsi, qualcosa da ricostruire. 
Le qualità sviluppate da Sehaliah sono volontà, resistenza, lena, umiltà, modestia, amore della verità; capacità di confondere i malvagi e gli orgogliosi, successo nelle attività agricole e nella gestione delle acque e delle foreste.

                                                 
                                         Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 11 ottobre 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 19 e il 23 di Ottobre

Lo scrittore illuminista Voltaire

Dice Sibaldi che la radice del Nome, mem-yod-kaph, può interpretarsi come: "dal confine io vedo ciò che limita gli altri"... e più nel dettaglio dà la sua interpretazione delle singole lettere:
M: l’avvolgere, l’abbracciare – ma anche il confine da superare.
Y: ciò che si vede, che esiste – ma anche il vedere e il farsi vedere.
H: l’invisibile...
Si tratta sempre di sfumature, perché, aggiunge, non esistono interpretazioni assolute: la natura delle lettere geroglifiche è simbolica, e un simbolo è sempre vivo, si evolve: appena ti sembra di essere riuscito a spiegarlo, può già indicarti qualcos’altro più in là. I simboli crescono dunque insieme a te: ne superi continuamente le interpretazioni, proprio perché anche tu, mentre ci pensi, giorno dopo giorno superi te stesso – e questa è la ragione per cui solo tu puoi valutare la misura in cui hai compreso qualcosa dell’invisibile.
Tenendo anche conto dei celebri nati in questo periodo, da Lutero a Voltaire, si vede che il Nome può anche significare: «Se arrivo a comprendere la realtà in cui vivo, mi si apre l’invisibile», oppure «Io sono il grembo in cui l’invisibile diventa visibile», o altro ancora... Un Miyka’el come Samuel Taylor Coleridge non avrebbe potuto trovare un titolo migliore di "La ballata del vecchio marinaio" per il più celebre dei suoi poemi. Il compito dei protetti di questa Virtù consiste infatti nel lasciarsi attrarre da tutto ciò che è lontano, e nello scoprire le sorprendenti doti di intuizione, di lungimiranza, di veggenza addirittura, che permettono loro di connettere ciò che già sanno con ciò che si può trovare solo al di là di molti orizzonti. Sono esploratori; in altre epoche sarebbero stati sciamani; spesso, anche se non lo sanno, sono medium: in ogni caso, nulla dà loro più gioia e vigore dell’avventurarsi in culture e dimensioni diverse. Per lo più sono intermediari: tornano, cioè, a raccontare, come i Miyka’el John Le Carré e Michael Crichton, l’uno espertissimo di spionaggio internazionale, collaboratore del Foreign Office (foreign, si noti), l’altro esploratore di quei mondi nuovi, poco importa se reali o fantastici, che narra in "Andromeda", "Congo", "Jurassic Park" eccetera. Oppure, senza muoversi da casa, fanno in modo che quel che è lontano giunga o irrompa nella loro patria: come fu per il Miyka’el Pierre Larousse, creatore dell’omonimo dizionario enciclopedico, o per Umberto Boccioni, caposcuola del Futurismo italiano. Ma può anche avvenire che l’intermediazione li annoi e l’amore per le lontananze prevalga su tutto, tanto da diventare fine a se stesso. Allora capita che si perdano appassionatamente nei loro viaggi, come il Miyka’el Arthur Rimbaud, l’autore de "Il battello ebbro" e di "Una stagione all’inferno", che abbandonò la poesia giovanissimo per una vita avventurosa di soldato, disertore, mercante di schiavi, geografo – e morì pochi giorni dopo il suo ritorno in patria. Oltre all’estero, anche la spiritualità, l’Aldilà, l’inconscio, il passato remotissimo (meglio se preistorico o paleontologico, come appunto ha dimostrato Crichton) possono essere altrettante mete del loro inquieto bisogno di raccogliere, assorbire e trasportare informazioni. Da una cosa soltanto devono guardarsi: dal restare, non solo a casa, ma ovunque. Si deprimerebbero, si ammalerebbero, esploderebbero, se dovessero sentirsi di nuovo a casa loro in qualche posto. Diffidino perciò di chiunque li voglia trattenere: è soltanto un nemico, o nel migliore dei casi una prova, un «guardiano della soglia» da superare. Viceversa, l’emigrazione e l’esilio – così temuti da tanta altra gente – sono per i Miyka’el sinonimi di fortuna. Non c’è distanza, percorsa o da percorrere, che non lavori a loro favore. Non c’è nulla che li rilassi come un viaggio, nulla che li rianimi più di un trasloco. L’epoca attuale si direbbe dunque fatta apposta per i protetti di quest’Angelo delle Virtù: mai come oggi sono state offerte loro tante possibilità di impiego. Qualsiasi professione abbia a che fare con mezzi di comunicazione è adatta a loro, e così pure qualsiasi campo della ricerca, la letteratura, il teatro, il cinema, la musica, lo sport, il commercio: purché viaggino! E purché, anche, rimangano soli per il minor tempo possibile, dato che esplorare l’animo altrui – animi sempre nuovi, possibilmente – è per loro un’altra necessità essenziale. Naturalmente, questo pone ai Miyka’el una serie considerevole di problemi sul piano degli affetti. Poiché tutto ciò che è vicino li soffoca, i legami stabili non sono il loro forte: la famiglia e in particolar modo il matrimonio rischiano di apparire una prigione, a un Miyka’el che viva in casa, e viceversa diventano punti di riferimento fondamentali, dolcissimi e luminosi, durante i periodi in cui è via. Per i loro fidanzati e coniugi è uno stress ma, appunto per la ragione che ho appena detto, i Miyka’el incontrano enormi difficoltà anche nello spezzare un legame che abbia dimostrato di non reggere: appena si staccano da una persona che hanno amato, questa torna a essere per loro importante, e quanto più ne sono distanti, tanto più sentono di non poter vivere senza di lei. Per i Miyka’el meno suscettibili in fatto di morale, la soluzione di questa dicotomia potrebbe consistere nel procurarsi due legami sentimentali, magari in due luoghi diversi: ne risulterebbe una doppia fedeltà, paradossale ma efficace, nella quale il picco di passione verso un partner sarebbe raggiunto proprio nei periodi che il Miyka’el trascorre in compagnia dell’altro. Quelli che invece preferiscono un ménage più regolare, dovranno combattere pazienti battaglie contro la loro indole per poterlo consolidare. Nei rapporti con l’autorità e con i superiori in genere, i Miyka’el si trovano invece perfettamente a loro agio. Non avviene mai che se ne sentano oppressi o limitati: comprendono le dinamiche di ogni tipo di gerarchia, e vi si adeguano prontamente. Sanno sia obbedire sia comandare con uguale saggezza, dato che risulta facilissimo, per loro, mettersi nei panni di chi sta sopra come di chi sta sotto, e ragionare con la sua testa. Mostrano un uguale talento anche per ciò che riguarda la psicologia dei loro concorrenti e dei loro alleati, e darebbero quindi ottima prova di sé sia come esperti di marketing, sia come analisti, pianificatori e strateghi aziendali, sia anche – in più alte sfere – in qualsiasi settore della diplomazia, dato che sono solitamente di mentalità conservatrice. Perché mai, infatti, dovrebbero provare tentazioni eversive o rivoluzionarie? Vuol cambiare le cose chi si preoccupa di rendere più confortevole, più abitabile una determinata situazione: ma ai Miyka’el non preme di abitare da nessuna parte. Piuttosto, in diplomazia o nelle politiche aziendali potrebbero provare, talvolta, a fare il doppio gioco, come certi protagonisti di Le Carré; ed è probabile, anche in quel caso, che riescano a servire egregiamente gli interessi di entrambe le parti in causa, così che nessuno abbia, in fondo, di che lamentarsi.
Le qualità sviluppate da Mikael sono intelligenza attiva e curiosa; facilità di parola; equilibrio; senso di responsabilità e dell'onore, fedeltà alla parola data, ordine, rispetto, disciplina. Attitudine alla politica e alla diplomazia: dona ai suoi protetti particolare fortuna in queste carriere.



                                         Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 14 e il 18 Ottobre

Il poeta ribele Oscar Wilde

Dice Sibaldi che nella tripla hé della radice di questo Nome c'è il concetto "la mia anima i perde in se stessa"; e sostiene che quando Friedrich Nietzsche intitolò "Umano, troppo umano" il suo celebre «libro per gli spiriti liberi», colse in pieno la ragione segreta delle molte inquietudini degli Hahahe’el, delle loro contraddizioni, del loro fascino anche, spesso irresistibile, e delle loro tanto frequenti delusioni. Troppo umano appare davvero, a questi «spiriti liberi», non soltanto tutto ciò che vedono attorno a sé (incluso il loro corpo riflesso allo specchio), ma anche quel tanto di invisibile che giunga alla loro portata: non c’è pensiero, desiderio, ideale, idolo o fede che alla loro anima non sembri ben presto insufficiente. «Dobbiamo parlare soltanto di ciò che abbiamo superato: il resto è chiacchiera, ‘letteratura’, mancanza di disciplina », scriveva Nietzsche in quel libro memorabile: e gli Hahahe’el infatti sono condannati a non parlare di nient’altro, e a meravigliarsi sempre un po’ di come la maggior parte della gente ami invece «chiacchierare», e credere alle proprie «chiacchiere». Dalla forma che assume in loro questa meraviglia dipende in gran parte la vita degli Hahahe’el. Può diventare tenerezza (con una punta d’invidia, magari) e allora avvertono in sé una vocazione da educatori. Sono protettivi, comprensivi; come bravi fratelli maggiori si sentono in dovere di guidare gli altri, di farli crescere fin dove loro sono giunti già da un pezzo. L’Hahahe’el Italo Calvino, soprattutto nelle sue Lezioni americane, diede ottimi esempi di tale tendenza. Se invece inclinano (ed è frequente) al disprezzo per quella che a loro sembra l’ingenuità o l’ottusità altrui, capita che godano nel prendersi gioco di quante più persone possibile, nel vanificare le loro certezze come se fossero illusioni, o nel servirsene per manipolarli. Le loro qualità sono perfette sia per un caso sia per l’altro: gli Hahahe’el sono estroversi e comunicativi, abilissimi nel suscitare fiducia, lucidi nelle argomentazioni, autorevoli (o autoritari) quanto basta, sempre persuasivi, astuti, e dotati per di più di un particolare talento per la strategia, e che permette loro di organizzare con altrettanta facilità, a seconda delle propensioni, percorsi didattici per i loro allievi o trappole per le loro vittime. Nell’uno come nell’altro caso sono minacciati, d’altronde, da una serie di complicati rischi, contro i quali può tutelarli soltanto una paziente autoanalisi. Il rischio principale è l’eccessiva fiducia in se stessi: troppa davvero, tale da sgomentare rapidamente anche loro, e da trasformarsi nel proprio contrario, cioè in un vertiginoso timore delle decisioni prese – come chi dopo aver premuto troppo l’acceleratore chiudesse gli occhi per il panico da velocità. Celeberrimo il caso dell’Hahahe’el Oscar Wilde, che dapprima abbandonò la famiglia per una passione omosessuale, poi ostentò per qualche tempo la sua diversità, facendone anche un emblema del magnifico distacco con cui guardava al conformismo vittoriano, e alla fine parve desiderare lui stesso di venir punito per lo scandalo: non si mise in salvo all’estero, quando l’omosessualità venne dichiarata un reato, si lasciò arrestare e il carcere lo distrusse. Ad aggravare la situazione vi è il cattivo rapporto che gli Hahahe’el hanno solitamente con il proprio corpo. A loro piace usarlo come uno strumento, senza dare ascolto alle sue normali esigenze, ed è facile perciò che il corpo si vendichi quando – nella loro voglia di superare sempre quel che già hanno – finiscono con l’esaurirne le forze. Alcol e altri eccitanti, psicofarmaci, incidenti, malattie da superlavoro sono, qui, da prevenire accuratamente. E, dal commediografo Eugene O’Neill, a Montgomery Clift, a Mickey Rourke, non mancano certo esempi tristi di questo genere di esagerazioni. Altri rischi derivano dalla loro incostanza: hanno perennemente la sensazione che, qualunque cosa stiano facendo, qualcos’altro di molto più importante stia avvenendo altrove, e che loro ne siano tagliati fuori. Ciò ne fa magnifici cacciatori di novità, e dunque leader in tutte le professioni in cui sia richiesta questa dote; ma nella vita privata li rende ansiosi, sempre insoddisfatti, tanto da spazientire alla fine anche il più gentile degli amici o dei partner. Rimangono soli, e la solitudine li esaspera presto, li spinge a buttarsi di slancio in rapporti affrettati, sbagliati, deprimenti. Gli Hahahe’el sono convinti, certo, di poterne uscire indenni – di poter superare nietzscheanamente anche quelli – ma stiano attenti che a lungo non sia proprio la depressione ad averla vinta; perché quando ne escono sono spesso talmente delusi dal mondo e incattiviti, da non poter resistere alla tentazione di abbandonarsi al lato oscuro delle loro doti – quello manipolatorio appunto. La loro irritabilissima riluttanza a riconoscere i propri torti completa poi il quadro, in chiave angosciosa.
Avrebbero bisogno di un ideale, di un maestro o di un capo che disciplini e indirizzi le loro energie e che, soprattutto, li faccia sentire ciò che sono davvero – perenni adolescenti esigentissimi – e se ne prenda cura come tali. Ma è tutt’altro che semplice trovare una personalità tanto imponente e luminosa da non poter essere superata da loro! Si dice che Hahahe’el sia l’Angelo dei cardinali: e ci vorrebbe proprio un papa, o simili, perché questi animi tempestosi accettino di farsi guidare. Alcuni riescono a temperarsi scegliendosi un ideale sufficientemente alto di cui assumersi il cardinalato, come lo fu quello socialista per gli Hahahe’el Luciano Lama e Norberto Bobbio; o la Qabbalah per Haziel, grande e metodico divulgatore; o la gloria degli Stati Uniti per il generale Eisenhower. Altri cercano invano per tutta la vita, sforzandosi per quanto possibile di limitarsi perché i loro eccessi non li portino troppo lontano. Il che è prudente, certo, ma per loro assai malinconico: è dura, infatti, per questi avventurieri, doversi accontentare di una normalità che ai loro occhi è mediocrità soltanto, nei cui valori non credono e in cui tutto e tutti li annoiano. Ne risultano incubi, come quelli di cui l’Hahahe’el Dino Buzzati popolava il mondo, nei suoi romanzi e racconti più crudeli.
Le qualità sviluppate da Hehahel sono grande energia, grandezza d'animo, mitezza, alta spiritualità e senso mistico. Dona infatti un'indole naturalmente volta alla vocazione spirituale e sviluppa le qualità dell'amore cristico, ritorno alla fede, comprensione delle Leggi Divine. Concede successo nelle carriere dedicate all'insegnamento, alla spiritualità e alla solidarietà.


                        
                                      Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 4 ottobre 2016

Scopri che angelo sei: i nati tra il 9 e il 13 Ottobre

La scoperta dei sogni come illusione

Dice Sibaldi che nel Nome di Yeyaze’el, la yod (che è il geroglifico dell’attenzione estroversa, del dito che indica, della visibilità, del manifestarsi concreto e durevole) è addirittura raddoppiata e seguita da una Z, il geroglifico del mirare dritto a un obiettivo: il Nome raffigura dunque un insopprimibile desiderio di creare (o di crearsi), di far apparire (o di apparire), e una magnifica determinazione nel seguire il proprio talento. Suggerisce dunque di pensare proprio all'energia di questo angelo, tutte le volte che si desidera compiere  qualcosa di bello, che piaccia a moltissimi, per chiedergli il coraggio (la Z), senza cui la creatività rischia di disperdersi, di ripiegarsi su se stessa. E in effetti il significato nascosto nella radice yod-yod-zain è: molti, troppi sono gli scopi a cui miro.
Sibaldi fa dunque l'esempio di Don Chisciotte, in cui lo Yeyaze’el Miguel De Cervantes raffigurò pressoché tutte le caratteristiche i questo angelo: la grande energia, gli ancor più grandi ideali, e al tempo stesso lo smarrimento, il segreto timore di tanta grandezza interiore: un timore in cui matura l’ancor più segreta voglia di non riuscire, l’attrazione per ogni sorta di ostacoli e nemici che blocchino la via, e la ricerca di lacci anche interiori, di debolezze personali da ingigantire, perché l’impulso a trasformare gli ideali in azioni ne venga smorzato il più a lungo possibile. Non per niente Don Chisciotte è sulla cinquantina(cioè già vecchio, per l'epoca), quando finalmente decide di diventare un cavaliere errante. Lo tengano presente i suoi fratelli d’Angelo: non rimandino troppo di contare sulle considerevoli doti di cui certamente dispongono. E sappiano che, quando finalmente decidono, devono ancora fare i conti con i pericoli generati dal timore di sé: la propensione – in alcuni quasi irresistibile – a legarsi appassionatamente a persone sbagliate, come a Dulcinee insensate. E l’ansia, sempre controproduttiva, di ricevere l’approvazione di molti, e al tempo stesso il suo contrario, disastroso anch’esso: la sensazione di essere individui eccezionali e appunto perciò tali da dover risultare incomprensibili ai più. Può derivarne l’incapacità, da un lato, di riposarsi e, dall’altro, di ascoltare consigli. E' per questa via che finiscono con il battersi contro mulini a vento da cui restano sconfitti, e di sconfitta in sconfitta approdano a una cupa rassegnazione, in cui ricapitolano gli errori commessi per dedurne soltanto che il mondo non è un buon posto per realizzare i sogni. Cosa in un certo senso vera, per tutti gli Yeyaze’el, se per "mondo" si intendono le possibilità che possono offrire loro le professioni banali e consuete, dove non c’è spazio per la loro meravigliosa personalità. Devono puntare altrove: a essere dei Cervantes, invece che dei Chisciotte! Devono guardare a professioni in cui usare il più liberamente e audacemente possibile la loro creatività. La loro mente ha percorsi troppo vasti ed elaborati perché riesca a esprimersi, o comunque a trovare una collocazione, entro le strutture già esistenti; deve produrne di nuove: i loro campi sono l’arte e la scienza, se si tratta di ricerca d’avanguardia o di rivoluzionarie invenzioni. E lì anche gli aspetti più eccessivi del loro carattere possono servire da ottimo materiale di costruzione: la troppo stretta coesione di ragione e sentimento (una rovina per Chisciotte), in arte si rivela invece il più delle volte una benedizione, la condizione stessa dell’intensità dell’immaginazione. Ne sapevano qualcosa gli Yeyaze’el Antoine Watteau, Giuseppe Verdi, Montale e Pavarotti. Meglio che non puntino a esistenze regolari, né alle forme di felicità di cui la maggioranza si accontenta, perché in realtà non è quello che vogliono davvero: la prudenza, la modestia e la ragionevolezza, l’amore, l’amicizia nella media non rispecchiano le loro esigenze. Ciò che per altri è un pregio o buona educazione, per loro è un limite. Ciò che è normale per i più (un po’ di razionale egoismo, un po’ di tranquilla routine, un po’ di conflitti tradizionali con genitori, coniugi e figli) è per loro un nemico fatale. Viceversa, quel che ad altri può apparire un difetto diviene, per gli Yeyaze’el che hanno fiducia nel loro talento, una condizione operativa: il ritenersi fuori norma, incommensurabili, per esempio, dà loro la forza di osare; il non accettare consigli è solo riflesso della loro autonomia e della loro originalità creativa (che ne sarebbe stato di Verdi, o magari dello Yeyaze’el Harold Pinter, se avessero dato retta a qualche cauto contemporaneo più anziano?). Perfino la mancanza di equilibrio, l’incapacità degli Yeyaze’el di affrontare razionalmente i loro problemi privati, diviene ragione e alimento della loro arte, nella quale tutto ciò che nella loro esperienza personale è irrisolto viene trasformato in storie e forme in cui tanti altri possano riconoscersi. Quanto poi ai mulini a vento, non c’è davvero artista né scienziato che non ne abbia bisogno, nell’affrontare la fatica di un’opera: chi si accontenta di avversari più concreti sceglie più vantaggiosamente la politica, o la morale, per dar forma alle proprie idee. Certo.. accettare una vocazione artistica o scientifica non è mai facile: ma la solitudine che richiede, la concentrazione, il continuo altalenare tra speranza di valere qualcosa e timore di non valere abbastanza, o il dubbio di star solo sognando: sono fatti comunque presenti nelle vite degli Yeyaze’el.. tanto vale farci i conti con obiettivi precisi. E se proprio rinunceranno ad essere artisti, avranno sempre un porto sicuro nell’insegnamento, preziosa attività con cui gli Yeyaze’el più incerti o modesti potranno utilizzare le loro doti per incoraggiare i giovani ad affrontare le belle carriere in cui loro hanno scelto di non brillare.
Le qualità sviluppate da Yeyazel sono purificazione, ragione, allegria, buona comunicazione, amore per la lettura; gioia di scrivere e di creare, capacità di ringraziare, riconoscenza e ottimismo. Yeyazel dona consolazione, amore, liberazione dalle avversità; carattere amabile e leale, fine ironia; sincerità. Concede vita interessante e piena; felice esito in campo editoriale e artistico, e in tutti gli ambiti legati alla comunicazione e all'immaginazione. Ancora, questo Angelo concede liberazione dalle accuse ingiuste e dalle prigionie, siano essere fisiche o mentali.



                                         Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 4 e l'8 Ottobre

L'epica scena del treno di Lumiere


Nota Sibaldi che, subito successivo all’Angelo Ha‘amiyah (o Kha‘amiya: che insegna a esplorare coraggiosamente i territori oscuri,) l’Angelo Raha‘e’el aiuta ad affrontare e a sciogliere la paura. E aggiunge che (secondo certe correnti della Kabbalah), questi giorni d’ottobre sono tra i più rischiosi in cui nascere: non per nulla rahah, in ebraico, significa «aver paura», e rahav, «osare». I protetti da Rehael devono sempre lottare contro una corrente che sembra volerli spingere contro gli scogli dell’illusione, del vuoto, del male anche: qualcosa che, nel loro Nome angelico, è raffigurato nella particolare posizione della lettera ayin. Naturalmente le reazioni di questi nati, nella contraddizione fra la tentazione del rischio e la paura, possono avere reazioni molto differenti. Molti di loro la contrastano appena quel tanto che basta a non far nulla, rimanendo per tutta la vita al punto di partenza: non abbandonano mai la casa in cui sono nati, oppure ereditano il lavoro del padre e non vi aggiungono nulla di nuovo, come nel timore che qualche tragica trappola li inghiotta appena proveranno a discostarsi da quel che già si sapeva prima di loro. Altri tentano l'ignoto e davvero si smarriscono: la corrente li porta troppo rapidamente perché riescano a cogliere le occasioni giuste, gli eventi li trascinano senza che nulla di ciò che vogliono riesca né a consolidarsi, né a chiarirsi del tutto. Quello che in questi casi può peggiorare ancor di più la situazione, è il cadere nella tentazione (a cui pochi Raha‘e’el riescono a resistere) di rafforzare (illusoriamente) il proprio animo ricorrendo al principio d’autorità, e cioè mettendosi a dare ordini ad altri, o trovando qualcuno a cui obbedire. Nel primo caso finiscono regolarmente nella disfatta, come avvenne al Raha‘e’el Pancho Villa; nel secondo, è pressoché fatale che si scelgano i loro capi tra i peggiori possibili: come avvenne al tetro Raha‘e’el Heinrich Himmler, burattino di Hitler. Patetica, poi, e soffocante, in ogni Raha‘e’el sconfitto o deluso dal proprio destino, è la tendenza a obbligare i figli a riuscire in ciò in cui lui ha fallito: come a volersi riscattare per interposta persona, senza alcun riguardo per le loro vocazioni e desideri. E se ne riceve un rifiuto, lo prende spesso come una ferita imperdonabile, a volte addirittura mortale.
Ma c'è qualcosa che può salvare i Raha‘e’el – la stessa che più di tutto contribuisce a distruggerli (a seconda di come la usano): è quella meravigliosa arma a doppio taglio rappresentata dalla loro grande Energia “terapeutica”. I Rehael che imparano a riconoscerla e ad usarla possono essere grandi guaritori, e non solo atrraverso metodi convenzionali: possono essere medici perfetti come perfetti uomini di spettacolo. Fra loro ci sono Eleonora Duse, e Charlton Heston, e perfino l’inventore del cinema, Louis-Jean Lumière. Quest’ultimo merita un’attenzione particolare, a proposito dell’Energia “terapeutica” e della paura: in curiosa coerenza con il Nome del suo Angelo, alla proiezione della sua prima pellicola, "L’arrivo del treno", Lumière riuscì a far fuggire dalla sala tutto il suo pubblico, spaventato dall’immagine realistica della locomotiva che puntava dritto verso la platea. Il medico, appunto, cura sempre se stesso: aveva avuto un po’ di paura anche Lumière, mentre fermo sulle rotaie girava la manovella della sua protocinepresa; filmò dunque la sua stessa emozione, e fu parte del suo successo fu riuscire a far provare ad altri (grazie alla nuova tecnologia) ciò che lui stesso aveva provato, perché vincessero anch’essi il riflesso istintivo di fuggire. È un simbolo della molla segreta d’ogni buona terapia: quanto più un individuo dotato di "energia terapeutica" riesce a inquadrare le dinamiche dei suoi personali disagi, e a dominarle, tanto più sarà in grado di agire su altri, per aiutarli a dominare e a superare i loro problemi. E i Raha‘e’el possono diventare maestri nell’autoanalisi... Nessuno meglio di loro può comprendere come e perché si tema e si rifugga la propria libertà e responsabilità - e poche conoscenze più di questa tornano utili nell’aiutare chi soffre. Se osano scoprirlo, poi la loro "energia terapeutica” saprà guidarli e farà il resto, in qualunque campo. Il Raha‘e’el Denis Diderot trasse abbondanti spunti dalla propria vita tumultuosa, per diagnosticare e indagare le ragioni dei mali sociali del suo tempo – e ne trattò non soltanto nei suoi scritti teorici, ma anche in drammi e romanzi, dedicati, guarda caso, proprio al difficile rapporto tra le generazioni, come Il figlio naturale e Il nipote di Rameau. E che dire del Raha‘e’el Le Corbusier? Pareva un medico che curasse i mali dello spazio abitabile contemporaneo, costruendo, opera dopo opera, la liberazione dell’architettura dai dogmi della tradizione: guarendo gli edifici – case, chiese, città – dai loro complessi di inferiorità verso il passato, voleva guarirne anche l’anima di coloro che vi avrebbero vissuto. E il lato oscuro rehaliano ebbe la meglio su di lui nel suo ultimo giorno, quando morì in mare, nuotando al largo, trascinato via da una corrente. L’autoanalisi, il prendere luminose distanze da se stessi, è indispensabile ai Raha‘e’el anche in un altro senso. La loro dipendenza dai genitori, o in genere dal passato, e anche la dipendenza che vorrebbero imporre ai figli, si rivelano, quando riescono a osservarle con calma e attenzione, come ombre proiettate da tutt’altra cosa: dal bisogno di una guida spirituale. Un bisogno che tuttavia può arrivare a chiarirsi solo in chi si sia elevato un po’ al di sopra di quella paura del nuovo, o di quella certezza che il nuovo porti con sé la rovina, che caratterizzano i Raha‘e’el mediocri. E più in alto ancora, conoscendosi ancor meglio, scoprono che anche il loro bisogno di una guida è in realtà un’ombra, che il padre spirituale che cercano è in loro stessi. Lo potranno trovare soltanto vivendo in modo da far gioire quel genitore invisibile che dimora in loro per il bene che riescono a fare per se stessi e per gli altri. Così è anche per chiunque altro, si sa: ma nei Raha‘e’el le resistenze a queste scoperte sono, in genere, talmente forti da trasformare la vittoria su di esse in un’impresa eroica: un eroismo che è l’unica condizione della loro felicità. A quel punto avranno dato compimento all'incarico karmico espresso nella radice resh-he-ayin: io conduco verso l’invisibile, e supero le illusioni.
Le qualità sviluppate da Rehael sono rigenerazione, lealtà, onestà, fiducia e obbedienza verso i genitori e i superiori, rispetto e amore per i figli, elevazione divina e gioia interiore. L'Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Abutés e rappresenta le difficoltà familiari. Causa mancanza di amore,  noncuranza verso la famiglia, distanza fra genitori e figli, ingiustizie familiari, bambini maltrattati, genitori martiri per problemi dei figli o a causa loro. Causa incomprensioni e gelosie; ispira abusi, parricidi, infanticidi.


                             
                                               Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati tra il 29 Ottobre e il 2 Novembre

Il campionissimo Diego Armando Maradona

Sibaldi vede, nella radice yod-lamed-he del Nome Yelahiyah il concetto: "io cerco la verità sempre più in alto". E spiega: così come il pianeta Saturno è circondato da un complesso sistema di anelli, anche gli Yelahiyah sembrano avere intorno a sé uno speciale campo di forza, affascinante per chi lo osservi a distanza ma pericoloso, talvolta, per chi vi si avvicini in modo incauto. Chi per esempio vada a urtare, per le sue azioni o anche soltanto per i suoi modi, il permalosissimo senso di giustizia di uno Yelahiyah pienamente sviluppato, difficilmente potrà cavarsela senza venirne aggredito in maniera più o meno plateale: quel campo di forza saturniano gli si chiuderà intorno e non lo lascerà andare fino a che non gli avrà fatto rimpiangere di essere capitato in quei paraggi. Chi invece sa restarsene al suo posto e si limita a guardare, ammirerà l’energia che lo Yelahiyah sa emanare: la profondità quasi ipnotica del suo sguardo, l’agilità del portamento, la sonorità sempre suggestiva della sua voce. Se gli capitasse, poi, di vederlo su un palcoscenico o sullo schermo (come gli Yelahiyah Burt Lancaster, Charles Bronson, Bud Spencer o Gigi Proietti) o su un campo di calcio (come lo Yelahiyah Maradona), proverebbe non soltanto un’immediata simpatia, ma anche una strana sensazione di intimità, come se fra il pubblico lì presente lo Yelahiyah si stesse rivolgendo precisamente a lui, e tenesse al suo giudizio più che a quello di chiunque altro. E anche questa specie di illusione è, appunto, un effetto di quel "campo di forza". Se tale è la tensione che questo campo può produrre all’esterno, ci si può figurare quale grado raggiunga al suo interno. Negli Yelahiyah si agitano costantemente una serie di passioni, ciascuna delle quali basterebbe a creare seri problemi a qualunque altro individuo. L’ambizione, in primo luogo: poiché la tempestosa energia yelahiana non può certo accontentarsi di una vita ordinaria. In alcuni di loro l’ambizione può divenire una superbia cupa e paralizzante; in altri, un orgoglio che un nonnulla può straziare; in altri ancora, un gelido disprezzo a largo raggio, che coglie anch’esso ogni minima occasione per manifestarsi in giudizi taglienti, provocatori sì, ma sostenuti sempre da una logica ferrea, e corazzati dietro principî che allo Yelahiyah appariranno solidissimi, tanto da troncare qualsiasi possibilità di obiezione, o addirittura di conversazione. Oltre all’ambizione, più in profondità nell’animo di questi  saturniani si agitano robusti impulsi autodistruttivi, un’oscura brama di pericoli, di lotte, e svariate fantasticherie di possesso e di dominio. Il tutto senza che gli stessi Yelahiyah ne abbiano precisa coscienza, essendo la loro mente estroversa a tal punto, da ingarbugliarsi irrimediabilmente non appena prova a esplorare una qualche parte di se stessa. Forse fu proprio a causa di questo lato più oscuro, se la Yelahiyah Maria Antonietta non pensò per tempo a mettersi al riparo, quando la Francia aveva preso a tumultuare; è tanto più probabile, in quanto a complicare loro la vita vi è anche la strana tendenza a ritenersi invulnerabili, cosa che, come è noto, se non si controlla non porta mai bene. Va da sé che, con un animo tanto difficile, prepotente e burrascoso, la soluzione non può essere che una: diventare una star, e il più in fretta possibile. Non importa se a teatro, in un circo o in un negozio: l’essenziale è che per diverse ore al giorno lo Yelahiyah abbia a che fare con un gran numero di persone, trovandosi il più possibile al centro della loro attenzione. Se riescono a comunicare la loro esplosiva carica interiore in molte direzioni, finché c'è gente che li ascolta e li apprezza, da aggressivi possono diventare allegri, brillanti, travolgenti anche. In tal senso può essere interpretata anche la grande fortuna di navigatore di Cristoforo Colombo, che pare sia nato il 30 ottobre: il cassero di una nave non somiglia forse a un palcoscenico? L’equipaggio deve ascoltare come un pubblico, e un pubblico, per di più, che si può comandare, maltrattare, punire senza che possa opporsi… Che gioia dovettero essere, per Colombo, i viaggi sulle sue caravelle! Se invece lo Yelahiyah deciderà di stare per conto suo, per qualche momento di tetraggine o per esigenze professionali di concentrazione, o magari anche soltanto per riposarsi un po’, la percentuale di rischio crescerà di giorno in giorno. O comincerà ad attaccare briga, com’era solito fare lo Yelahiyah Benvenuto Cellini durante i suoi inevitabili periodi di superlavoro artistico; o collezionerà problemi e malattie complicate, come lo Yelahiyah John Keats, uomo e poeta peraltro gentilissimo; o si ritroverà imbarcato  in imprese pessime, in cattiva compagnia, per qualche sua improvvisa scelta di rottura – come avvenne allo Yelahiyah Ezra Pound, grande intellettuale e poeta che familiarizzò con Mussolini e aderì insensatamente al fascismo, proprio nel periodo peggiore. Tutti e tre, essendo artisti, dovevano imporsi per lunghi periodi quella solitudine in cui è difficilissimo che gli Yelahiyah non commettano errori ed eccessi. Un altro guaio, poi, è che alla maggior parte degli Yelahiyah anche il rapporto di coppia può apparire come una forma di isolamento, come una solitudine a due, e finire rapidamente con lo spazientirli. Almeno potessero contare su quella proverbiale valvola di sfogo degli Scorpioni, che è il desiderio e la bravura sessuale! Macché: il loro temperamento impossibile finisce con l’intralciarli anche in quel settore della vita privata, che così può divenire infelice. Non c’è niente da fare, per realizzarsi bisogna proprio che vivano in pubblico e la gente diventi, per loro, quella cassa di risonanza che altri trovano, assai più facilmente, nei dialoghi del proprio io con se stesso.
Le qualità sviluppate da Yelahiah sono rettitudine, coraggio, umiltà, dinamismo, franchezza, lealtà, lucidità mental; capacità di superare i momenti difficili; capacità di giudicare i valori e di essere guida per gli altri, e anche di imporre la propria volontà; vocazione per le carriere di giudici e avvocati. Concede protezione dalle ingiustizie, successo nelle battaglie, nelle imprese e nei lavori utili, protezione delle persone e dei beni, ardimento, fama e gloria. L’Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Tromès e rappresenta il furto e la perdita di oggetti. Causa aggressività, impulsività, tirannia, orgoglio, egocentrismo, fanatismo guerriero. Causa guerre e scatena tutti i flagelli legati alle attività belliche.


                                              Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi