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| L'epica scena del treno di Lumiere |
Nota Sibaldi che, subito successivo all’Angelo Ha‘amiyah (o Kha‘amiya: che insegna a esplorare coraggiosamente i territori oscuri,) l’Angelo Raha‘e’el aiuta ad affrontare e a sciogliere la paura. E aggiunge che (secondo certe correnti della Kabbalah), questi giorni d’ottobre sono tra i più rischiosi in cui nascere: non per nulla rahah, in ebraico, significa «aver paura», e rahav, «osare». I protetti da Rehael devono sempre lottare contro una corrente che sembra volerli spingere contro gli scogli dell’illusione, del vuoto, del male anche: qualcosa che, nel loro Nome angelico, è raffigurato nella particolare posizione della lettera ayin. Naturalmente le reazioni di questi nati, nella contraddizione fra la tentazione del rischio e la paura, possono avere reazioni molto differenti. Molti di loro la contrastano appena quel tanto che basta a non far nulla, rimanendo per tutta la vita al punto di partenza: non abbandonano mai la casa in cui sono nati, oppure ereditano il lavoro del padre e non vi aggiungono nulla di nuovo, come nel timore che qualche tragica trappola li inghiotta appena proveranno a discostarsi da quel che già si sapeva prima di loro. Altri tentano l'ignoto e davvero si smarriscono: la corrente li porta troppo rapidamente perché riescano a cogliere le occasioni giuste, gli eventi li trascinano senza che nulla di ciò che vogliono riesca né a consolidarsi, né a chiarirsi del tutto. Quello che in questi casi può peggiorare ancor di più la situazione, è il cadere nella tentazione (a cui pochi Raha‘e’el riescono a resistere) di rafforzare (illusoriamente) il proprio animo ricorrendo al principio d’autorità, e cioè mettendosi a dare ordini ad altri, o trovando qualcuno a cui obbedire. Nel primo caso finiscono regolarmente nella disfatta, come avvenne al Raha‘e’el Pancho Villa; nel secondo, è pressoché fatale che si scelgano i loro capi tra i peggiori possibili: come avvenne al tetro Raha‘e’el Heinrich Himmler, burattino di Hitler. Patetica, poi, e soffocante, in ogni Raha‘e’el sconfitto o deluso dal proprio destino, è la tendenza a obbligare i figli a riuscire in ciò in cui lui ha fallito: come a volersi riscattare per interposta persona, senza alcun riguardo per le loro vocazioni e desideri. E se ne riceve un rifiuto, lo prende spesso come una ferita imperdonabile, a volte addirittura mortale.
Ma c'è qualcosa che può salvare i Raha‘e’el – la stessa che più di tutto contribuisce a distruggerli (a seconda di come la usano): è quella meravigliosa arma a doppio taglio rappresentata dalla loro grande Energia “terapeutica”. I Rehael che imparano a riconoscerla e ad usarla possono essere grandi guaritori, e non solo atrraverso metodi convenzionali: possono essere medici perfetti come perfetti uomini di spettacolo. Fra loro ci sono Eleonora Duse, e Charlton Heston, e perfino l’inventore del cinema, Louis-Jean Lumière. Quest’ultimo merita un’attenzione particolare, a proposito dell’Energia “terapeutica” e della paura: in curiosa coerenza con il Nome del suo Angelo, alla proiezione della sua prima pellicola, "L’arrivo del treno", Lumière riuscì a far fuggire dalla sala tutto il suo pubblico, spaventato dall’immagine realistica della locomotiva che puntava dritto verso la platea. Il medico, appunto, cura sempre se stesso: aveva avuto un po’ di paura anche Lumière, mentre fermo sulle rotaie girava la manovella della sua protocinepresa; filmò dunque la sua stessa emozione, e fu parte del suo successo fu riuscire a far provare ad altri (grazie alla nuova tecnologia) ciò che lui stesso aveva provato, perché vincessero anch’essi il riflesso istintivo di fuggire. È un simbolo della molla segreta d’ogni buona terapia: quanto più un individuo dotato di "energia terapeutica" riesce a inquadrare le dinamiche dei suoi personali disagi, e a dominarle, tanto più sarà in grado di agire su altri, per aiutarli a dominare e a superare i loro problemi. E i Raha‘e’el possono diventare maestri nell’autoanalisi... Nessuno meglio di loro può comprendere come e perché si tema e si rifugga la propria libertà e responsabilità - e poche conoscenze più di questa tornano utili nell’aiutare chi soffre. Se osano scoprirlo, poi la loro "energia terapeutica” saprà guidarli e farà il resto, in qualunque campo. Il Raha‘e’el Denis Diderot trasse abbondanti spunti dalla propria vita tumultuosa, per diagnosticare e indagare le ragioni dei mali sociali del suo tempo – e ne trattò non soltanto nei suoi scritti teorici, ma anche in drammi e romanzi, dedicati, guarda caso, proprio al difficile rapporto tra le generazioni, come Il figlio naturale e Il nipote di Rameau. E che dire del Raha‘e’el Le Corbusier? Pareva un medico che curasse i mali dello spazio abitabile contemporaneo, costruendo, opera dopo opera, la liberazione dell’architettura dai dogmi della tradizione: guarendo gli edifici – case, chiese, città – dai loro complessi di inferiorità verso il passato, voleva guarirne anche l’anima di coloro che vi avrebbero vissuto. E il lato oscuro rehaliano ebbe la meglio su di lui nel suo ultimo giorno, quando morì in mare, nuotando al largo, trascinato via da una corrente. L’autoanalisi, il prendere luminose distanze da se stessi, è indispensabile ai Raha‘e’el anche in un altro senso. La loro dipendenza dai genitori, o in genere dal passato, e anche la dipendenza che vorrebbero imporre ai figli, si rivelano, quando riescono a osservarle con calma e attenzione, come ombre proiettate da tutt’altra cosa: dal bisogno di una guida spirituale. Un bisogno che tuttavia può arrivare a chiarirsi solo in chi si sia elevato un po’ al di sopra di quella paura del nuovo, o di quella certezza che il nuovo porti con sé la rovina, che caratterizzano i Raha‘e’el mediocri. E più in alto ancora, conoscendosi ancor meglio, scoprono che anche il loro bisogno di una guida è in realtà un’ombra, che il padre spirituale che cercano è in loro stessi. Lo potranno trovare soltanto vivendo in modo da far gioire quel genitore invisibile che dimora in loro per il bene che riescono a fare per se stessi e per gli altri. Così è anche per chiunque altro, si sa: ma nei Raha‘e’el le resistenze a queste scoperte sono, in genere, talmente forti da trasformare la vittoria su di esse in un’impresa eroica: un eroismo che è l’unica condizione della loro felicità. A quel punto avranno dato compimento all'incarico karmico espresso nella radice resh-he-ayin: io conduco verso l’invisibile, e supero le illusioni.
Le qualità sviluppate da Rehael sono rigenerazione, lealtà, onestà, fiducia e obbedienza verso i genitori e i superiori, rispetto e amore per i figli, elevazione divina e gioia interiore. L'Angelo dell’Abisso a lui contrario si chiama Abutés e rappresenta le difficoltà familiari. Causa mancanza di amore, noncuranza verso la famiglia, distanza fra genitori e figli, ingiustizie familiari, bambini maltrattati, genitori martiri per problemi dei figli o a causa loro. Causa incomprensioni e gelosie; ispira abusi, parricidi, infanticidi.
Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

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