martedì 29 marzo 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 5 al 9 Aprile

Il 7 Aprile è il giorno della nascita di Buddha

Secondo Sibaldi i protetti di questo Serafino sono autentici veggenti: percepiscono sia il futuro, sia ciò che si nasconde nell’animo del loro prossimo. Nel geroglifico del nome (ayin-lamed-mem) Sibaldi vede il concetto ”al di là delle nebbie, io amplio gli orizzonti”, e dice che se questi nati adoperassero questa dote ne ricaverebbero – e farebbero ricavare a chi li ascoltasse – vantaggi enormi, tanto più che la loro specialità consiste nel cogliere gli aspetti più concreti, economici, finanziari, di tutto ciò che la loro veggenza può esplorare. Ma non sono bravi a farsi prendere sul serio: sia perché temono un po’ questi loro poteri, sia perché temono ancor di più il successo, il clamore che susciterebbero. Sarebbe così bello e così facile, per loro: occorrerebbe soltanto che si lasciassero guidare dallo stupore (una sottile sensazione di sorpresa è, nella loro mente, il semplicissimo segnale di quel radar portentoso di cui dispongono dalla nascita), e che aggiungessero allo stupore un minimo di curiosità, di tensione dello sguardo interiore verso qualche obiettivo ben definito. In un attimo avrebbero tutte le risposte, ma non vogliono: sono persuasi che, venendosi a trovare sotto gli occhi di molti, non potrebbero più tener nascosto qualche aspetto della loro personalità, che a loro sembra troppo umile, insignificante. Peggio ancora: ipercritici come sono verso se stessi (è questo infatti il loro maggior difetto), credono che una qualsiasi dose di successo darebbe loro alla testa, e farebbe emergere in loro difetti assolutamente odiosi, come presunzione, insolenza, volgarità. Così, la maggioranza degli ‘Elamiyah preferisce tarparsi, e va incontro alla dura sorte di chi rifiuta i propri doni straordinari: invece di fornire alimento a qualche altra qualità più ordinaria, quei loro doni inutilizzati diventano così un impaccio, e frenano, come spiriti indignati, ogni altra carriera, costringendoli a esistenze mediocri, a ruoli sempre di secondo piano. Non è un problema da poco, e quanto più lo si analizza, tanto più appare complicato. L’umiltà degli ‘Elamiyah ha infatti ragioni anche più profonde, e inscindibili da quegli stessi loro poteri: si esprime in essa il caratteristico fastidio che gli individui spiritualmente più evoluti provano nei riguardi di tutto ciò che è egocentrico. La loro veggenza deriva da una superiore altezza del loro animo, la loro attenzione per il concreto è una forma d’amore per la realtà terrena che vorrebbero migliorare, rendere più facile, per il bene altrui: e né in alto, dentro di loro, né in basso, nella dedizione agli altri, rimane alcuno spazio per il compiacimento o anche soltanto per il benessere di quello stretto involucro che è, per loro, il loro io. Non per nulla la tradizione vuole che proprio il 7 aprile cada il Natale di Buddha. Che fare, dunque? Molti ‘Elamiyah non riescono, per così dire, a essere all’altezza della loro stessa altezza: in questo caso vivono cupi, frustrati, lacerati tra il loro desiderio di nascondersi e la consapevolezza di valere molto, tra il disprezzo che avvertono verso se stessi e il sogno della stima che sentono di meritare. In queste condizioni, quando la loro veggenza preme e vuol emergere, si dedicano magari al gioco d’azzardo: e la loro invincibile repulsione per il trionfo non tarda a far loro scialacquare tutto quello che sono riusciti a vincere. Oppure la deviano verso le percezioni alterate dalle droghe – nel tentativo, si direbbe, più di placarla, o di giustificarla in qualche modo, che non di acutizzarla – e invece che veggenze hanno visioni: così fu per esempio per Baudelaire, disperatissimo, con l’oppio e l’hashish. Altri invece trovano il modo di utilizzare le loro doti attraverso le arti visive: invece che nella veggenza, si impratichiscono nell’uso di obiettivi fotografici o cinematografici, e alcuni riescono a convogliare qui, davvero, il loro talento. Così fu per il documentarista Folco Quilici, o per Francis Ford Coppola – che, tra l’altro, raffigurò ottimamente un tipico elamiano nel suo film Tucker, storia di un inventore e industriale ispirato, troppo profetico perché la sua epoca lo potesse ascoltare. Anche il giornalismo può piacere agli ‘Elamiyah, purché naturalmente lo intendano come un modo di vedere più in là, di cercare nelle e dietro le notizie ciò che i loro colleghi non sono ancora arrivati a scoprire: fu così per il più famoso giornalista della storia, l’‘Elamiyah Joseph Pulitzer. Mentre in Italia è un ‘Elamiyah Eugenio Scalfari. Ma i più felici sono quelli che, senza cercare compromessi con il loro presente e con le aspirazioni della stragrande maggioranza dei loro simili, si dedicano senz’altro all’altruismo: ad aiutare cioè i più deboli a vedere oltre le loro attuali condizioni. Ne ho conosciuto uno, anni fa, e lo ricordo con ammirazione: era un istruttore di giovani affetti dalla sindrome di Down. Insegnava loro a non temere il mondo delle persone sane – che era un aldilà, per loro – e faceva molti piccoli miracoli: i suoi allievi imparavano a scegliersi una professione, a non scoraggiarsi dei propri errori, a muoversi con sicurezza per le strade, ed era come se qualcuno avesse insegnato a noi che cosa fare per trarre il massimo vantaggio da ciò che dovrà accaderci tra dieci o quindici anni. Soprattutto, li educava a non aver paura dei propri successi.. come sapevano gli antichi, «il medico cura sempre se stesso»: proprio aiutando altri a non intimidirsi di sé, il mio amico istruttore cessava di ritenere il suo io un luogo troppo stretto; era amato, popolare tra i colleghi e i genitori degli allievi, e irradiava un’armonia di cui raramente ho visto l’eguale.
Qualità di Elemiah e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Elemiah sono entusiasmo, combattività, padronanza del proprio destino. L'Angelo dell'Abisso a lui contrario si chiama Samane e rappresenta i fallimenti nella professione, o nel cattivo andamento di viaggi che si risolvono male. Domina la cattiva educazione e causa distruzione sistematica di tutto ciò che non funziona bene, sdegno. Ispira ogni sorta di scoperte (sia geografiche sia scientifiche) che sono potenzialmente dannose per l'umanità, creando inoltre ostacoli a qualsiasi impresa di carattere positivo.


                                                Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 31 Marzo al 4 Aprile


L'eccentrico cantante dei Queen: Freddie Mercury
Notare come la radice del nome (samekh-yod-teth), in questo caso
significa "io guardo da dietro lo scudo, dal muro della fortezza". Dice Sibaldi che per chi crede nella reincarnazione in un modo ingenuo lo strano carattere dei Seyita’el può avere una sola spiegazione: devono essere anime rimaste legate a una loro qualche vita di soldati risalente ad almeno duecento, trecento anni fa, e nella nostra epoca si sentono a disagio. Avrebbero bisogno di disciplina ferrea, di ordini precisi a cui obbedire immancabilmente, di capi autentici da ammirare, e soprattutto di battaglie, di onesti scontri, possibilmente all’arma bianca, in cui resti spazio soltanto per il valore personale: e ai giorni nostri non è facile trovare qualcosa del genere. Perciò sono spesso così cinici e chiusi in se stessi, delusi da tutto o quasi; ed è anche come se si crogiolassero nelle loro delusioni. Perciò possono detestare le autorità: perché le trovano troppo poco autorevoli! E soffrono acutamente quando qualche loro amico manca alla parola data (non si usava, ai tempi loro!). E in un modo o nell’altro finiscono sempre per trovarsi una professione o un hobby che abbia a che fare con il metallo: chirurghi, dentisti, parrucchieri, collezionisti d’armi, appassionati d’arti marziali… o con apparecchi che colgano un bersaglio: macchine fotografiche, microscopi, strumentazioni nucleari e via dicendo. Come se davvero dovessero esprimere, anche negli oggetti d’uso, una profonda nostalgia per la guerra. Oppure realizzano, nel lavoro, il connubio tra obbedienza e voglia di trovarsi in prima linea: e diventano politici al tempo stesso tradizionalisti e audaci (Bismarck, De Gasperi), o sindacalisti, o funzionari dell’ufficio reclami, o vigili, poliziotti, o sacerdoti. Ma i loro superiori facciano attenzione: un Seyita’el è sempre pronto a piantarli in asso sbattendo la porta, se noterà in loro troppe incertezze, o pigrizie, o un’eccessiva tendenza al compromesso. E magari prima di andarsene farà anche qualche memorabile scenata, con il tono magari del Seyita’el Emile Zola, quando scriveva J’accuse!
C’entri o no qualche loro antico karma militare, sta di fatto che i Seyita’el non sanno proprio rassegnarsi alle delicate mezze misure della normale vita civile. Alle mezze obbedienze preferiscono la totale anarchia, il disadattamento addirittura, o l’eroismo: Seyita’el, tra gli attori, sono Toshiro Mifune, con tutti i suoi ruoli di magnifico samurai sempre fuori dal coro; e altri tipici outsider, come il Marlon Brando di Fronte del porto, Bulli e pupe, Gli Ammutinati del Bounty; e Bette Davis, Eddie Murphy, il Gregory Peck di Moby Dick, lo Spencer Tracy di Capitani coraggiosi e de Il vecchio e il mare. Tra i letterati, Giacomo Casanova è un Seyita’el celeberrimo, con i suoi tanti talenti e le ancor più numerose tecniche d’assedio (di fortezze femminili, nel suo caso) eppure senza mai fissa dimora, come se gli fosse seccato mettere radici nel suo tempo. Mentre quando in loro prevale la tenerezza, o un barlume di speranza di felicità, corrono fatalmente il rischio di assomigliare alla Sirenetta di Andersen – un Seyita’el anche lui – che sulla terraferma si sentiva talmente disadattata da morirne. Che fare? La maggior parte dei Seyita’el decide di elevare contro la vita quotidiana una barriera fatta di riserbo e di una discreta dose di bugie protettive. Si trincerano, tengono per sé soli le loro segrete nostalgie di un altrove più bello, e – come agenti segreti in missione – imparano a non dire nemmeno una parola che lasci intuire i loro stati d’animo. Altri si ribellano e cercano di produrre loro stessi quel che non trovano intorno: vogliono diventare capi, almeno in una cerchia ristretta (nella famiglia, per esempio, o in ufficio) per imporre lì i loro valori. Ma i risultati sono quasi sempre scoraggianti: Bismarck vi riuscì come cancelliere di Prussia, perché aveva sopra di sé il Kaiser, e dalla sua le tradizioni e le aspirazioni di un intero popolo storicamente nostalgico, ma i Seyita’el che tentano di diventare leader fai-da-te reggono difficilmente alla tensione, reagiscono malissimo a qualsiasi critica, non hanno la pazienza di indagare i sentimenti altrui, di chiedere ascolto, di adattarsi alle necessità e ai limiti di chi dovrebbe obbedirli. Una linea di condotta molto più saggia e produttiva consisterebbe nell’andare semplicemente fieri della propria diversità: nel guardare più attentamente quel mondo contemporaneo a cui si sentono estranei, e nel dire ciò che vi vedono, mettendo a disposizione di tutti il loro punto di vista così originale. Ogni gruppo umano, piccolo o grande, ha talmente bisogno di punti di vista differenti da quelli soliti! Un Seyita’el è nato apposta per criticare, per scalfire certezze collettive, per richiamare arditamente l’attenzione su valori fondamentali che si sono persi con il tempo: se avrà il coraggio e la generosità di farlo, qualunque sia la sua posizione nella società attuale, non potrà che essere utile a molti, e ne avrà in cambio la loro stima.
Qualità di Seytel e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Seyel sono grande fedeltà alla parola data, spirito di servizio e gentilezza, forte tendenza all'altruismo e alla magnanimità nei confronti del prossimo.
L'Angelo dell'Abisso a lui contrario si chiama Kimrah e rappresenta l’avidità e gli eccessi, istiga l'uomo alla menzogna, all’ingratitudine e all'ipocrisia.

                                     
                                        Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

venerdì 18 marzo 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 26 al 30 Marzo

Il pittore impressionista Van Gogh

Dice Sibaldi che tra i molti significati del Nome di quest’Angelo ci sono «io mi elevo tra coloro che vedono» e anche «io mi faccio udire [in ebraico yel] nell’assemblea riunita [liyi]». Questo attiene al compito che gli Yeliy’el si sono dati nel venire al mondo, cioè essere il capo, in tutti sensi. A cominciare addirittura dal proprio corpo: gli Yeliy’el, in sé e per sé, sono soprattutto la propria testa, si identificano cioè con la propria intelligenza e considerano perciò le emozioni, gli istinti e i sentimenti, se non proprio come inevitabili inconvenienti, perlomeno come un insieme di fattori ai quali imporre dall’alto una ferrea guida. Troviamo così, tra i filosofi Yeliy’el, Cartesio, con il suo yelielianissimo motto «Cogito ergo sum», per cui l’essere e il pensare divengono, appunto, tutt’uno. In secondo luogo, gli Yeliy’el sono capi nei loro rapporti con gli altri, nell’accezione più tradizionale del termine: troppo razionali, metodici, cauti, lucidi, logici, perché coloro che li circondano non capiscano quanto sia utile poter contare su uno Yeliy’el, su una testa pensante che sappia parlare chiarissimo e illuminare in ogni circostanza ciò che non tutte le altre teste sanno vedere. E come potrebbero, gli altri, non riconoscere autorità a un individuo simile? Diverrà leader, e non per ambizione (l’ambizione è una smania emotiva, e gli Yeliy’el non se ne lasciano certo dominare) ma perché semplicemente è giusto e ragionevole che sia così. Non per nulla, in letteratura fu Yeliy’el Paul Verlaine, acclamato «principe dei poeti» della sua epoca, che gioiva nell’elencare anche in versi le norme che a suo parere andavano ragionevolmente rispettate per scrivere come si deve. In terzo luogo, infine, l’intelligenza degli Yeliy’el non potrà che guardare dall’alto in basso i modi in cui vive l’altra gente, più o meno smarrita sempre nelle foschie emotivo-sentimental-istintuali. Inutile nascondere l’evidenza: se l’umanità si divide nettamente in esseri superiori e in esseri inferiori, ogni Yeliy’el sa perfettamente, e senza la benché minima vanità, di essere tra i primi; dovrà dunque comportarsi di conseguenza. La sua casa, le sue abitudini, le sue aspirazioni, i suoi gusti dovranno avere qualcosa di particolare o essere più raffinati di quelli della maggioranza: tutto ciò che è suo avrà tratti di esclusività, dal linguaggio, agli abiti, alle tendenze sessuali. E solo ottemperando a queste sue esigenze da ruling class si sentirà perfettamente realizzato. Un illustre, grande esempio di tale finezza lo diede la Yeliy’el santa Teresa d’Avila, che per decenni analizzò con razionalità estrema nientemeno che il processo e i massimi gradi del più aristocratico dei piaceri, l’estasi – con la dovuta attenzione anche per le sue implicazioni erotiche, naturalmente preziosissime ed estremamente originali. Nella vita quotidiana potranno essere mistici, filosofi, poeti, come ritrovarsi a loro agio nell’insegnamento (meglio se negli ordini di scuola superiori); oppure saranno perfetti ai vertici di qualche organizzazione o azienda (meglio se connesse con la tecnologia o la cultura). Sono presidenti, certo, più che manager; o anche pianificatori, architetti e ingegneri; oppure, se personalità particolarmente estroverse e disinvolte, potranno eccellere in qualche movimento popolare o nella gerarchia religiosa, sospinti in alto dall’ammirazione e dalla fiducia dei più.
Ma negli Yeliy’el il primato della testa può anche implicare aspetti burrascosi. A forza di ricondurre tutto alla sfera dell’intelligenza, avviene infatti che il loro animo, e soprattutto il corpo, possano avvertire una nostalgia, anche angosciosa talvolta, delle emozioni forti. Buona parte degli Yeliy’el sanno tenersi saldi al di qua di queste ultime, ben arroccati nel proprio realismo, da un lato, e anche nel timore del ridicolo, dall’altro. Ma quelli che non resistono alla tentazione si cercano passatempi spericolati (dall’alpinismo estremo ai rally nel deserto), oppure esplorano qualche perversione, oppure, nel peggiore dei casi, dopo essersi troppo a lungo limitati, precipitano in qualche tempestosa zona d’ombra da cui si sentono attratti come da un vortice. Fu per esempio il caso del celebre scrittore russo Nikolaj Gogol’, che in una crisi mistica si abbandonò all’anoressia e ne morì; o di Van Gogh, che prima di suicidarsi compì un disperato gesto yelieliano di ingiuria al corpo e al tempo stesso duello tra la sofferenza fisica e la mente che la contempla gelida, feroce, mentre se la infligge. E non si conosce la data esatta di nascita di quel padre della Chiesa, Origene, celebre oratore alessandrino, che attorno al 330 si evirò perché l’istinto non turbasse più la sua saggezza: ma sarei pronto a scommettere che venne al mondo anche lui verso la fine di marzo. È buona regola, per gli Yeliy’el, saper compensare il predominio della razionalità prima che si profili il rischio di simili eccessi. Più saggio fu, tra questi nati, Goya, che seppe rendere omaggio ai demoni che, diceva, «si destano non appena la ragione prende sonno»; li affrontò, li studiò, li raffigurò nei dettagli, esplorando le ombre della propria personalità come si esplora una miniera: la sua lucidità ne usciva, ogni volta, ritemprata, riequilibrata, e sempre più coraggiosa. Gli Yeliy’el sono disperatamente «mentali» – come tutti i Serafini – ma che piacere ascoltarli; sanno dare grandi lezioni di intelligenza con i loro cuori enormemente lontani dalla mente, la cui mente può dispiegare tutta la propria lucidità senza interferenze sentimentali. Ricordando però che ogni energia angelica, se ignorata (o abusata!) presenta anche specifici rischi, da cui l’angelologo mette in guardia spiegando sia come non sprecare forze nel tentativo di raggiungere obiettivi che non ci competono, sia come imparare a riprender fiato, una volta che ci si sia messi in marcia verso gli obiettivi appropriati. Nel caso di Yeliy’el la questione è particolarmente delicata: ai suoi intelligentissimi protetti va consigliato di essere abbastanza intelligenti da permettersi, ogni tanto, anche di fare un po’ gli stupidi, per riscoprire la dimensione del cuore – che in loro è poco sviluppata e perciò ingenua, indifesa, goffa. Il cuore, l’istinto è, in loro, ciò che gli junghiani chiamano «l’ombra»: gli aspetti trascurati, negati, repressi della personalità, i quali, se restano troppo dalla vita quotidiana, possono facilmente rivoltarsi e combinare brutti scherzi. Jung spiegava che nell’«ombra» ciascuno ha il proprio diavolo, il proprio avversario personale; ma anche che l’unico modo per renderlo inoffensivo è portarlo alla luce e venire a patti con esso. Gli Yeliy’el sono fin troppo bravi nel tenere tutto sotto controllo: il loro «diavolo» è il disordine, che può irrompere nella loro vita, tutt’a un tratto, sotto forma di improvvise, disastrose inavvertenze. Sono proprio gli Yeliy’el troppo ferrei nel guidare fermamente la loro passionalità, ad esempio, che rischiano che il loro «diavolo» li spinga a innamorarsi, a un certo punto, della persona più sbagliata, determinando così un periodo orrendo della loro vita. Imparino dunque a considerare e a usare le loro doti cum grano salis, il che nel loro caso significa con un pizzico di follia e di candore, almeno tre volte a settimana. Ci vuole coraggio, senza dubbio. Diceva Tolstoj che le persone sagge devono addestrarsi al «coraggio della stupidità»: (...) ricordatevelo, protetti di Yeliy’el; lì è il segreto della vostra grandezza, oltre che della vostra armonia interiore.
Qualità di Jeliel e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Jeliel sono sono amore universale, amore per i bambini e per il prossimo, bontà d'animo, carattere socievole, aperto e leale; fedeltà, modi affidabili e gentili, senso positivo della gerarchia, rispetto, verità. Dona pace, gioia di vivere, prontezza di spirito e vivacità di pensiero, idee utili e concrete, capacità di seduzione, forte carica erotica, facoltà di amare ed essere amati. Concede ascendente sui potenti, obbedienza, attitudine a tutte le cose che riguardano l'ordine e la giustizia; influenza sulla riproduzione di tutto quello che esiste nel regno animale.

                                               Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 21 al 25 Marzo

Il ciclista italiano Mario Cipollini

Dice Sibaldi che i nati sotto la protezione di Vehuiah somigliano a giganti che abbiano deciso di abitare tra gli uomini per romanticismo, adattandosi a un mondo in cui tutto è, per loro, troppo piccolo e, qua e là, anche troppo complicato. Le due waw, nel Nome, raffigurano appunto gli intralci, le limitazioni che la loro vasta energia incontra ovunque; mentre la he rappresenta la loro anima, che sarebbe tanto felice di superare quelle limitazioni trasformandole nel contrario: in brillanti vittorie, in trionfali fatiche d’Ercole (...) un Wehewuyah non mette all’opera le sue numerosissime qualità se non quando gli si profila la possibilità di riuscire in qualche impresa particolarmente difficile, di fronte alla quale gli altri arretrerebbero... è solo in questi casi che una personalità Veuhiah si esprime veramente, divenendo quel gigante che è, e si convince di non vivere invano. Viceversa, non è raro il caso che qualcuno di questi giganti resti fermo, bloccato da quelle due waw in qualche periodo della vita; e ciò può avvenire per due ragioni: o perché, semplicemente, non vede attorno a sé nessuna occasione abbastanza ambiziosa, oppure perché qualcuno vuol mettere in dubbio la sua superiorità. Sempre secondo Sibaldi ogni Wehewuyah detesta la concorrenza: sente, sa di essere il più grande in ogni senso, e non può ammettere rivali. Perciò si trovano così pochi atleti, in questi giorni di marzo; e per la stessa ragione i Wehewuyah si trovano talmente a disagio negli uffici e nei lavori di squadra (...); svettano invece là dove possono sentirsi protagonisti assoluti e isolati (...). Tanto più essenziale sarà dunque, per loro, una massiccia fiducia in se stessi e soprattutto nella propria vocazione (...). Se invece dovessero lasciarsi scoraggiare, li attende un senso di solitudine e di frustrazione tanto gigantesco quanto i risultati che avrebbero potuto ottenere. Ma, così come le grandi potenzialità offerte da questo angelo, anche i suoi rischi sono descritti nel suo nome: Tra le ventidue lettere dell’alfabeto sacro, la waw è indubbiamente la più sgradevole (...) È il geroglifico dell’ostacolo, del limite, del nodo che si è stretto e che deve essere sciolto: è la rete che accalappia, il blocco, la paralisi. È il modo in cui gli antichi ebrei scrivevano il numero 6, e i tre 6, il famigerato numero della bestia di cui parla l’Apocalisse, non era costituito da quelle tre cifre, ma da tre waw: e significava, come geroglifico, «io ti blocco, io ti blocco, ti blocco!». Un potente incantesimo. Eppure c’è un Angelo che ha ben due waw nel suo Nome (e non è l’unico). Non solo, ma c’è una waw nel Nome stesso del Dio Signore, YHWH. Vi è qui un tratto assai interessante, e non adeguatamente divulgato, della religione sia ebraica che cristiana: il riconoscimento di una cittadinanza al Nemico, al Male. Nel Robinson Crusoe, l'ingenuo Venerdì domanda a Robinson: «Ma perché il tuo Dio non ha ucciso il diavolo, se era nemico suo e degli uomini?» (...) questa storia risale ai tempi degli Egizi, nella cui religione il Dio ostile, Seth, non veniva distrutto da Horo, che pure l’aveva sconfitto, perché occorre che l’anima umana (e possibilmente anche la mente) sappia e comprenda bene che il Male esiste. (...). Non porta niente di buono pensare che il Male sia soltanto l’assenza o l’ignoranza del Bene – e che dunque non abbia un’esistenza sua propria. E' bene rendersi conto che c’è, in ognuno, un aspetto malvagio, dannoso, frenante, una waw che ti blocca e vuol produrre guai. Solo se hai il CORAGGIO di saperlo – e di guardare bene i tuoi errori, e limiti, e difetti ed elementi oscuri – puoi sperare di superarli; solo se non ti permetti mai di pensare di essere tutto nella luce, puoi trovare in te la dialettica e una possibilità di futuro. (...) questo angelo pone nel suo Nome le due waw come ostacolo indispensabile alla vera crescita, al trionfo. Ma l'ostacolo va superato: quando non riescono a sfruttare appieno le potenzialità offerte dal loro angelo, questi nati tendono a incappare, presto o tardi, in una serie di problemi caratteristici, che si potrebbero descrivere come una vera e propria sindrome: da un lato indulgono a un egocentrismo senza autoironia, dall’altro, cadono preda di una vera ansia di non farcela o di perdere le posizioni di eccellenza conquistate, il che li induce a diventare dispotici, estremamente suscettibili, ostili a chiunque potrebbe rubar loro la scena. In realtà si nasconde qui, molto in profondità, la loro vecchia voglia di superare i propri limiti: eppure anche il successo può apparire loro come un ruolo troppo stretto, da cui il loro cuore di titani avrebbe il segretissimo impulso di liberarsi… Ma per cercare che cos'altro, quando sul piano materiale avrebbero già tutto? Secondo Sibaldi dietro tutto ciò si cela un conflitto interiore di cui, essi per primi, han paura di scoprire la vera origine, qualcosa che può renderli assai infelici e diventare il loro peggior nemico se – come spesso accade – provano a difendersene ignorandolo. Cominciano allora a temere qualsiasi tipo di introspezione, non colgono più i segnali di insofferenza che provengono da loro stessi o da coloro con cui vivono e lavorano (...). Infine, nella vita privata è inevitabile che i Wehewuyah abbiano la sensazione di trattenersi, di limitarsi, di costringersi a rilassarsi – e ciò li innervosisce e li stanca enormemente, a volte (...) fino a renderli insopportabili. In conclusione, l'incapacità delle personalità Vehuiah di reagire alle ferite comprendendo e sfruttando fino in fondo la propria energia, l'errore di subire da un lato ed esacerbare l'aggressività dall'altro, tutto ciò può causare abbandoni o tradimenti, ma tutti i Veuhiah che sanno appellarsi alle loro migliori qualità prendono la ferita che ne deriva come un’altra waw da superare, riconquistando ciò e chi hanno rischiato di perdere. Resta il fatto che ne soffrono molto e profondamente. Per prevenire tutti questi mali l'angelo di questi nati li esorta all'autostima, a non credere (loro per primi) a chi li denigra, ma nello stesso tempo a essere indulgenti a loro volta con chi li circonda: cioè a concedere maggiore fiducia a se stessi ma anche agli altri. Il tutto tenendo nella dovuta considerazione la loro robusta carica aggressiva che, se può tornare utile nelle fatiche per ottenere il successo, difficilmente riesce a trovare un’adeguata applicazione nei rapporti con il coniuge, i figli, gli amici, i compagni di lavoro. Per rimediare a questo problema tutti i Veuhiah sanno quanto giova loro dare il massimo nel lavoro e dedicarsi a sport impegnativi: sono gli unici che, dopo otto ore di tensione e altre due di kickboxing o di wushu, invece che sfiniti rientrano a casa lucidi, equilibrati e in pace con il mondo. E allora sono davvero irresistibili.. perché davvero diventano "l'innamorato che contiene la saggezza".
Qualità di Vehuiah e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Vehuiah sono coraggio, valore,
energia intensa, impulso a intraprendere saggiamente, forza di volontà e decisione; la facoltà di creare e sviluppare le cose più difficili.

                                               Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

Scopri che angelo sei: i nati dal 16 al 20 Marzo

Il ballerino russo Rudolf Nureyev

In ebraico Muwmiyah significa un 'involucro magico intorno all’estrema sagoma di un uomo'; mentre il significato celato nel geroglifico del Nome è "io avvolgo da ogni parte ogni mio interrogativo". E' questo, infatti, lo schema della particolarissima intelligenza che l’ultimo dei Settantadue Angeli dona ai suoi protetti: ciò che appare rinchiuso e immobilizzato sono le funzioni della mente razionale - il pensiero, la consapevolezza, il calcolo. Ciò che invece le avvolge da ogni parte, sono i poteri delle funzioni irrazionali, dell’intuizione, dell’ispirazione e di tutti gli altri slanci dello spirito che corrono troppo veloci perché la coscienza riesca a seguirne i processi.
Ne discende che, per sua natura, ogni Muwmiyah adopererebbe solo l'intuizione: la lentezza dei ragionamenti logici somiglia, ai suoi occhi, a una paralisi mortale; la necessità che le altre persone hanno tanto spesso, di spiegare, giustificare e documentare le proprie ipotesi e opinioni, è per lui una tortura. All’intelletto dei Muwmiyah piace balzare avanti e, subito dopo, più avanti ancora, accumulando in brevissimo tempo tanti lampi di scoperte, e in talmente tante direzioni, che anche se volessero non riuscirebbero, fermandosi, a riepilogarli tutti. Questi nati potrebbero perciò diventare magnifici scienziati e filosofi, se scienza e filosofia attuali non fossero quanto di più lontano esista dalla straordinaria velocità mumiana; e fin da bambini sarebbero considerati dei genî, se le nostre scuole sapessero incoraggiare la multiformità del loro ingegno. Invece, a questi superdotati tocca spesso la sorte degli incompresi, degli incomprensibili anzi, e, per la loro incapacità di adattarsi ai limitatissimi ritmi di apprendimento e di ragionamento dei loro contemporanei, rischiano di finire ai margini – e lì di perdersi invano negli splendidi panorami interiori di cui loro soltanto conoscono le mappe.
Invece devono assolutamente impegnarsi perché questo non accada. Loro compito è spalancare i confini della conoscenza; le loro energie naturali sono enormi; e in genere possono anche contare su una considerevole dose di fortuna; occorre soltanto che trovino le adeguate connessioni tra la loro predominante parte irrazionale e le esigenze della razionalità. È una ricerca che si annuncia lunga e paziente, certo: e a tal fine è bene che scelgano una professione che li costringa alla pazienza, per quanto all’inizio ciò possa risultare tormentoso. Tengano duro. Tra l’altro, la più intensa tra le loro energie è la Yod". Questa - rappresentata nel Nome del'angelo dalla lettera Yod: - è il raro potere terapeutico che va scoperto, indirizzato e utilizzato, che mette in mano a chi lo possiede potenzialità dirompenti: è un po' come la chiave di una potente Ferrari; agendo in modo inconsapevole si potranno mettere in moto forze distruttrici; se però si impara ad usarle, si arriva davvero lontano. Ci arriveremo, o (dopo aver investito qualcuno) ci schianteremo contro un muro? dipende... ci rendiamo conto della velocità, dell'impatto che può raggiungere? abbiamo la pazienza di imparare a guidare? Il libretto di istruzioni è nel messaggio che, in questa vita, ci manda il nostro particolare angelo, assegnandoci un preciso compito evolutivo. Riguardo alle vie di mezzo, le esistenze ordinarie sono luoghi troppo stretti da abitare per individui simili. Vedrebbero troppo chiaramente i lati in ombra della gente normale che vive e lavora accanto a loro: gli incubi, gli orrori anche, nascosti nei silenzi e nelle sfumature delle conversazioni quotidiane – come seppe fare il Muwmiyah Henrik Ibsen nei suoi drammi. E facilmente comincerebbero a sentirsene soffocati, e a odiare quel loro prossimo, come fece il Muwmiyah Adolf Eichmann che, a capo delle SS, sterminava ebrei: gente normale per lui insopportabile.
Un esempio estremo di quanto possa essere pericolosa una energia Yod male utilizzata. Certo è che, se mal indirizzata, questa energia porta a depressione o ad aggressività distruttiva; mentre, se ben utilizzata produce i migliori medici, i migliori "soccorritori" del prossimo, e anche i migliori comunicatori e uomini di spettacolo. Anche i Mumiah, dunque, si troveranno a loro agio in tutto ciò che riguardi la medicina oppure il palcoscenico, e dopo qualche anno di studi approfonditi potranno dar prova dei loro talenti quasi magici, come terapeuti geniali o come capolavori viventi. Rudolf Nureiev era un Muwmiyah, e più ancora Sergej Diaghilev, l’inventore dei Ballets Russes, che scoprì e lanciò Nijinskij, Stravinskij, Picasso, rivoluzionando tutt’a un tratto la danza, la scenografia, la musica del Novecento. Inoltre in Diaghilev (la cui preparazione era stata assai paziente: aveva solide basi di critico e storico dell’arte e della musica, ed era collezionista e imprenditore famoso) si espresse appieno quel tratto distintivo dei Muwmiyah, che consiste nel trasformare la loro onnivora curiosità in un’inesauribile fonte di idee: come se la loro intuizione fosse capace di disperdersi, sì, tra mille correnti, ma per trarne, da un lato, un’immagine a trecentosessanta gradi di ciò che alla gente potrà, nell’immediato futuro, piacere più d’ogni altra cosa e, dall’altro, un’esatta cartografia di tutti i luoghi in cui si trovano quei potenziali successi. Non per nulla tra i Muwmiyah si annoverano anche Ovidio (che si tramanda sia nato il 20 marzo), che nelle sue Metamorfosi ispezionò come un cercatore d’oro tutte le correnti della mitologia; e David Livingstone, che a metà Ottocento risaliva con successo i corsi dello Zambesi e del Niassa – e laggiù, da bravo Muwmiyah, si perse; e, per la caratteristica fortuna mumiana, venne recuperato sano e salvo dopo alcuni anni. I Muwmiyah possono avere grande successo anche nell’esplorare le scienze e la tecnologia, come fu per Rudolf Diesel, l’inventore dell’omonimo, rivoluzionario motore; o magari creando essi stessi territori di esplorazione, come Stéphane Mallarmé, che proprio con l’oscurità dei suoi versi appassionò la Francia colta della fin de siècle: «Ogni cosa sacra e che voglia rimanere tale si avvolge di mistero », scriveva in 'L’art pour tous', come se avesse appena esaminato il ritratto del suo Angelo.
E ancora: le religioni si trincerano al riparo di arcani rivelati al solo predestinato: e anche l’arte ha i suoi». Sulle labbra di chiunque altro, sarebbe stata una dichiarazione di fallimento della comunicazione: lui ne ottenne, miracolosamente, l’esatto contrario, convincendo il pubblico che la bellezza consistesse appunto in ciò che alla mente ordinaria non può non sfuggire. Da qui a divenire un maestro di verità rivelate, un profeta, un medium eccelso, il passo è breve: e anche queste sarebbero carriere perfette per i Muwmiyah ... Sempre che, naturalmente, abbiano l'accortezza di costruire prima un minimo di interfaccia tra i loro orizzonti sconfinati e le limitate visuali del loro prossimo.
Qualità di Mumiah e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Mumiah sono capacità di mediare e comunicare, di andare fino in fondo ad ogni cosa con lungimiranza, perseveranza, coraggio; attitudine a guarire gli altri, alla cura e alla protezione dei poveri e dei miseri. Egli dona intensità sensoriale, longevità serena e salute, fortuna e ottimi conseguimenti in ogni sfera, in particolare se legata alla comunicazione, allo spettacolo o alla cura; domina le scienze della fisica, della chimica e della medicina, concedendo successo clamoroso nelle professioni correlate. La Tradizione dice inoltre che Mumiah "protegge nelle operazioni misteriose": assiste cioè tutti coloro che si dedicano con buoni intenti allo studio delle arti esoteriche. L'Angelo dell'Abisso a lui contrario si chiama Bahal e rappresenta la confusione fra il Male e il Bene. Porta la disperazione nei cuori degli uomini, ispirando tendenze suicide, negatività, pessimismo, "senso di insensatezza", totale abbandono; causa rinunce e suicidi.

                                            Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 8 marzo 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 11 al 15 Marzo


Lo scrittore e poeta Gabriele D'Annunzio

La doppia yod nel Nome dell’Angelo sarebbe appunto il geroglifico dei «fantasmi ingannevoli e bugiardi», dell’eccessiva attenzione che la gente tributa di solito a ciò che esiste già da troppo tempo, e che rischia di soffocare le esigenze e le nuove scoperte degli spiriti eroici. Gli Hayiya’el non soltanto vedono più in là, ma vorrebbero quell’attenzione per se stessi: sono nati, infatti, per sbaragliare lo status quo, per aprire gli occhi alla gente, liberandola dalle opinioni vecchie o false, per quanto gigantesche possano apparire a chi le vuole sfidare. Era Hayiya’el Percival Lowell, l’astronomo americano che contro tutti i suoi colleghi sostenne l’esistenza di un nono pianeta nel sistema solare, e solo diversi anni dopo la sua morte la scienza gli diede ragione". Ma, soprattutto, era un Hayiya’el Albert Einstein, che diede l'avvio a una rivoluzione nella fisica che potrebbe rivoluzionare la percezione del mondo. Non solo scosse tutte le certezze della fisica dei suoi tempi con la scoperta della relatività, ma stupì anche "per i suoi modi ribelli e il suo rigore morale (si rifiutò di collaborare al progetto di una bomba atomica). Non meno cavalleresco nel battersi contro ciò che agli occhi dell’anima è male, e a cui la maggioranza non sa ancora o non sa più opporsi, fu l’Hayiya’el Cesare Beccaria, che nel Settecento aveva proclamato la necessità morale di abolire la pena di morte; o anche Gabriele d’Annunzio, quando nel 1918 volò sopra Vienna e la bombardò di volantini per esprimere il suo sdegno contro gli attacchi aerei alla popolazione civile; o quando nel 1938, alla stazione di Verona, attese Mussolini che tornava da Monaco e lo rimproverò pubblicamente per la sua decisione di allearsi con Hitler. Ottima cosa sarà dunque, per un Hayiya’el dei giorni nostri, scegliersi una professione che possa munirsi di contenuti ideali, e che implichi coraggio: dal tutore dell’ordine all’educatore, dal giornalista al leader politico. (...) anche in nome di valori che a qualcun altro potrebbero apparire retorici, ma che ai protetti di questo Angelo portano sempre fortuna". Invece non tutti seguono le loro inclinazioni; quei nati Haiaiel che non trovano (o non osano farlo) grandi ingiustizie contro cui combattere possono essere persone caratterizzate da ostentazione o irritabilità inconcludente. "L’irritabilità scatta in tutte quelle situazioni in cui le convenienze impongano loro di dar ragione a chi, a loro parere, non ce l’ha: aspre, per esempio, sono le sofferenze interiori di un Hayiya’el che lavori nel commercio, e debba per forza assecondare i clienti, o che in ufficio sia costretto, per ragioni di carriera o anche soltanto di buona convivenza, ad adattarsi ai superiori. Dentro di sé è straziato dallo sdegno, e quanto più prova a nasconderlo, tanto più sicuramente diverrà intrattabile a casa e, a lungo andare, depresso, e nel peggiore dei casi (quando proprio sentirà di non aver più scampo) anche cinico, gelido, autodistruttivo o addirittura crudele e ingiusto lui stesso, per disperazione.
La tendenza all’ostentazione – negli atteggiamenti, nel vestire, in genere nello stile di vita – è un po’ più gradevole: il buon gusto, o eventualmente il gusto strano, o lo snobismo, possono diventare per gli Hayiya’el una maniera di evidenziare la differenza tra sé e la massa, e di sfidare ancor sempre le abitudini e l’inerzia di quest’ultima. E si avverte chiaramente, guardandoli, la componente aggressiva della loro disinvoltura: la provocazione più o meno sottile, l’intimidazione, quasi, che ne trapela. In D’Annunzio questi tratti erano brillanti, ironici; in Giovanni Agnelli (erede di una dinastia, e perciò predeterminato nelle sue scelte: condizione molto amara per un Hayiya’el) era più arida, sprezzante e venata, sempre, di fiele. L’Hayiya’el Jerry Lewis, dal canto suo, la prese sul ridere: ebbe cioè l’idea di portare all’estremo questa tendenza a mettersi in posa, e di parodiarla e stravolgerla fino a rendere il suo personaggio allegramente mostruoso (...) anche quello un modo per dar forma al problema più profondo degli Hayiya’el, alla prima ragione di tutte le loro tensioni: la sproporzione che avvertono, in se stessi, tra la vastità dello spirito e i limiti della materia, del corpo, della condizione umana". Infatti questi nati non sentono il bisogno di essere giustizieri a causa di qualche segreto senso di colpa, il loro slancio non haniente di personale: "attraverso di loro si manifesta invece una specie di urgenza dell’evoluzione, infastidita dal fatto che tanto il corpo umano quanto il corpo sociale non si siano ancora messi al passo con ciò che l’anima già vede e ha in sé. Di se stessi, in realtà, importa a loro molto meno di quel che sembra: si sentono strumenti e si trattano come tali; se curano molto il proprio aspetto, lo fanno come un padrone affezionato che lustri il proprio cavallo; e anche quando guardano nella propria coscienza, è sempre e soltanto per controllarne i riflessi, e non certo per esplorare i meandri delle problematiche psicologiche. Ciò che per noi è l’«io», per loro (quando sono davvero se stessi) costituisce soltanto il luogo dove alloggiare gli elaboratori di dati per le prossime nobili imprese da compiere". I protetti dall'angelo Haiaiel, se si sintonizzano davvero con lui, attuano così il messaggio insito nel geroglifico del suo Nome: La mia anima brama di manifestarsi.
Qualità di Haiaiel e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Haiaiel sono intelligenza, coraggio, generosità, elevatezza morale, disciplina, spirito attivo ed energico; originalità, molteplicità e profondità di pensiero. Egli dona protezione totale dei beni e delle persone fisiche, possibilità di brillanti carriere nell’ambito militare o dell’industria siderurgica.

                                              Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

martedì 1 marzo 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 6 al 10 Marzo


Lo scrittore italiano Alessandro Manzoni
Si tratta di un angelo decisamente fantasioso e creativo; doni che potranno anche causare qualche problema ai suoi protetti. La creatività infatti è benefica in coloro che avvertano un forte bisogno di esplorare ciò che la loro ragione non comprende ancora, e che la loro coscienza non può ammettere di conoscere già: è inoltre un talento che si alimenta dell’approvazione altrui; il creativo, quale che sia il suo campo, è avido di attenzione, di pareri, di applausi. Ma chi è nato negli Angeli dei Re è ben oltre tutto ciò. Qualunque sia il livello delle sue conoscenze, lo Yabamiyah dispone di una sapienza che rischiara già ogni grado del suo orizzonte: si rende conto di vedere (d’improvviso, e a colpo sicuro) altrettanto bene in se stesso e negli altri, anche in ciò che gli altri credono di nascondere, o magari in ciò che non osano sperare. E questo gli dà una supremazia, regale davvero, che rende del tutto indifferente ai suoi occhi il fatto di venir approvato o meno; è lui, semmai, a dover decidere che cosa negli altri sia meritevole di approvazione o di biasimo: e gli Yabamiyah – proprio come gli Haziy’el e i Phuwiy’el – sono infatti nati apposta per criticare il mondo che li circonda, e non per farsene criticare". Ma ecco che "la creatività può rischiare seriamente di distrarli dal loro vero compito. Se la applicano all’arte, permetterà loro di produrre opere valide solo quando è sostenuta da una profondissima cultura (come fu per gli Yabamiyah Alessandro Manzoni o Maurice Ravel)". Negli altri casi, invece, i risultati potranno risultare sforzati o manierati, non alimentati da autentici contenuti. Allo stesso modo risultano spesso confusione e incertezza se essi provano ad applicare la creatività nelle loro scelte di vita. "Tipico degli Angeli dei Re è l’orizzonte perfettamente sgombro, senza illusioni né zone d’ombra, e dunque senza passioni, ambizioni, sfide. Ciò accresce enormemente la loro lucidità e il loro realismo, ma impedisce appunto alla creatività di trovare una direzione netta, in cui concentrarsi e agire. Il rischio, allora, è che tutto possa diventare, per loro, occasione di sperimentazione creativa: e che tutte le professioni e tutti i passatempi li attraggano – contemporaneamente – tanto quanto i colori attraggono un pittore, o i progetti un architetto". Può dunque succedere che, trovando tutto tanto invitante, gli Yabamiyah si ritrovino per lungo tempo confusi, paralizzati in ogni direzione dall’azione di forze uguali e contrarie. "È opportuno, perciò, che essi orientino le loro tendenze creative in un senso molto più vantaggioso, sia per loro stessi sia per gli altri. Il loro amore per la bellezza può placarsi in una dedizione alle opere o ai talenti altrui: gli Yabamiyah portati per la letteratura possono cioè diventare ottimi traduttori; quelli portati per la pittura geniali galleristi, critici o storici dell’arte; quelli portati per la musica perfetti organizzatori di concerti; quelli portati per il teatro o per il cinema magistrali registi, che da dietro le quinte guidino gli attori a dare il meglio di sé". In altre parole delle posizioni riparate che rispondano alla discrezione tipica della loro personalità, che all’impatto con il pubblico preferisce il raccoglimento, anche la solitudine, con grandi riserve di tempo libero tutto per loro, "con pochi, pochissimi amici ammessi a fare sporadica compagnia. Se invece l’amore per il bello non li ha ancora presi o momentamente non li prende più, e la loro creatività assume più avventurosamente le forme d’un desiderio di ciò che è nuovo, il modo migliore per trarne vantaggio sarà scegliere una professione legata ai viaggi. Si contano infatti tra essi grandi esploratori, antichi e moderni". Riguardo all’amore gli Yabamiyah non solo sono indecisi (talvolta anche nell'identità sessuale), "ma anche quando sembrano aver preso finalmente una decisione, hanno sempre l’aria di chi ogni giorno ci voglia ripensare. I loro compagni non notano in loro i segni distintivi della passionalità, o perlomeno non hanno mai l’impressione che l’amore – anche soltanto di quando in quando – possa contare per loro più di qualche altra cosa. Ed è vero: per gli Yabamiyah non c’è nulla che conti più di qualcos’altro, e il tutto – l’orizzonte, appunto – è per loro sempre più importante di ogni sua singola parte. Ciò può determinare nella loro vita sentimentale lunghi periodi di solitudine, o di incertezza e confusione, ed è difficile dire che cosa sia più insoddisfacente. Molto meglio che si facciano forza e tentino, nonostante tutto, di impegnarsi costruttivamente in una relazione sola; troppo grande è infatti per loro il rischio di disgregazione della personalità: di assumere cioè (per eccesso di creatività, di nuovo) tanti volti diversi quanti sono i loro legami, e di non sapere proprio più chi e dove sono davvero".
E' dunque qui che la "visione profonda" corre in aiuto come uno dei più preziosi doni di Jabamiah: non per niente il geroglifico del suo Nome rivela il significato "Io considero le cose nel loro insieme".
Le qualità sviluppate da Jabamiah sono trascendenza, lungimiranza, capacità di purificazione, agire corretto, miglioramento costante.

Scopri che angelo sei: i nati dall'1 al 5 Marzo

L'intellettuale e regista Pierpaolo Pasolini
Sono angei animati da un congenito desiderio di essere utili alla crescita personale del loro prossimo, il che li spinge a dirigere la loro speciale percezione soprattutto verso le doti e le aspirazioni che abbiamo perduto, e addirittura dimenticato, per aiutarci a riconoscerle e a ritrovarle. La vita di solito li istruisce abbondantemente al riguardo, attraverso esperienze sgradevoli. Infatti il tentativo di sfuggire al loro compito, oppure il farsene assorbire troppo, sono entrambi fonti di rischi. Il primo per l'alienazione che produce in loro, il secondo perché la loro sollecitudine per gli altri può spingerli a mettere se stessi in secondo piano, consentendo a volte che qualcuno ne approfitti, li strumentalizzi, li "vampirizzi": e quando in seguito se ne rendono conto, devono compiere notevoli sforzi per ritrovare la propria via e la fiducia in se stessi. È allora che imparano come si fa (...). Appena cominciano a riscuotersi, crollano legami di dipendenza che fino a poco prima sembravano averli imprigionati per sempre, spariscono problemi psicosomatici che esprimevano l’infelicità del loro io troppo sottomesso. Il momento della rinascita coincide dunque con una "restituzione" a se stessi, sia che si sia riusciti a sciogliere i lacci di una relazione soffocante, o di un rapporto di lavoro deprimente, o dell'adesione a valori che contrastano con la loro sensibilità, oppure di un qualche vizio che rende infelici, ad esempio una dipendenza dall'alcol. Quest'ultima, tipico cul de sac in cui possono finire i Rochel che rifiutano i doni del loro angelo, con il suo simbolismo di annebbiare, togliere lucidità, è un contrario molto simbolico della limpida visione che è fra i suoi doni più preziosi. Quando la personalità Rochel rinasce, al posto dell'eccesso di indulgenza verso se stessi (che alla fine li accartoccia in un senso di colpa di cui non sanno vedere l'origine), o di una sorta di eccesso di generosità verso gli altri, prende forma in loro "un severo senso di giustizia, il bisogno di smascherare colpevoli e di difendere le vittime. (...). Può succedere allora che essi diventino "temibili raddrizzatori di torti e di destini deviati. (...). In politica hanno tutto ciò che occorre per divenire celebri come distruttori di status quo oppressivi o di ideologie invecchiate (vedi il Ra’aha’el Michail Gorbaciov). Il Ra’aha’el Michelangelo trasformava ogni muscolo o tendine in un avvenimento travolgente, come volendo portare all’estremo la vocazione rahaeliana a farti accorgere di chi sei, quanto potresti splendere. Ra’aha’el era Pasolini, che fin da giovane amò difendere e far scoprire chi vive in margine, e ciò che il progresso schiaccia e dimentica, anche nell’anima e nella mente di ogni suo lettore (...). Sia il coraggio di vedere, sia il senso di giustizia hanno d’altra parte alcuni costi che i Ra’aha’el devono essere preparati ad affrontare. Sia l’uno che l’altro, una volta destatisi, esigono di venire utilizzati, e ciò sviluppa nei loro possessori un’ipersensibilità che all’inizio può risultare faticosa: è dura scorgere negli altri tante cose belle ma perdute, e con esse anche le cause e le colpe della loro perdita. (...) occorrono non soltanto forza d’animo, ma anche saggezza, sapienza, accortezza e pazienza soprattutto, sia per accettare, sia per spiegare agli altri ciò che si è visto in loro. La fermezza, anche, è indispensabile ai Ra’aha’el, per proteggersi da quanti si attaccheranno a loro come a un salvagente durante un naufragio, e non vorrebbero lasciarli più andare: sono altri vampiri, analoghi a quelli che li avevano danneggiati in gioventù, e tollerarli è esclusivamente controproduttivo. In compenso, quell’ipersensibilità concede anche magnifici, michelangioleschi piaceri quotidiani. Cogliendo ciò che è bello e trascurato nelle persone e nelle cose si possono scoprire, in ogni angolo della realtà, meraviglie che altri guardano senza vederle: un raggio di sole o una foglia possono schiudere ai Ra’aha’el qualcosa di simile al satori – un’immensa, impersonale felicità della contemplazione. Lo stesso può valere per un gesto, uno sguardo, un tono di voce che d’un tratto rivelano, ai Ra’aha’el più che a chiunque altro, la grandezza che in tanti individui attende, come una Bella Addormentata, qualcuno che la svegli e la riveli a se stessa. Compito dei Rochel è dunque cercare in sè, senza scoraggiarsi, la strada per la propria Bellezza, e indicare poi la strada agli altri. Sono anime sensibili e percettive, destinate a farsi penetrare dai sentimenti; cioè a soffrire molto così come a poter accedere a grandi gioie. Ma non cadano nei gravi errori di contrastare la propria sensibilità, o di volgersi a bassi ideali: la loro vita sarà presto piena di vuoto e di caos, affllitta da una nostalgia e una frustrazione che li renderà rancorosi o soggetti a dipendenze. Solo accettare i doni del loro angelo, per offrirli a piene mani ai loro simili, farà dei Rochel anime realizzate e felici, salde nel ritorno verso la loro casa: la Gioia.
Le qualità sviluppate da Rochel sono chiarezza di visione, onestà, grande delicatezza, amore e rispetto paterno, rispettabilità, grande nobiltà di cuore, vigilanza, purezza, senso della giustizia, equilibrio, assoluta e profonda correttezza verso gli altri.

                                                Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi