venerdì 18 marzo 2016

Scopri che angelo sei: i nati dal 26 al 30 Marzo

Il pittore impressionista Van Gogh

Dice Sibaldi che tra i molti significati del Nome di quest’Angelo ci sono «io mi elevo tra coloro che vedono» e anche «io mi faccio udire [in ebraico yel] nell’assemblea riunita [liyi]». Questo attiene al compito che gli Yeliy’el si sono dati nel venire al mondo, cioè essere il capo, in tutti sensi. A cominciare addirittura dal proprio corpo: gli Yeliy’el, in sé e per sé, sono soprattutto la propria testa, si identificano cioè con la propria intelligenza e considerano perciò le emozioni, gli istinti e i sentimenti, se non proprio come inevitabili inconvenienti, perlomeno come un insieme di fattori ai quali imporre dall’alto una ferrea guida. Troviamo così, tra i filosofi Yeliy’el, Cartesio, con il suo yelielianissimo motto «Cogito ergo sum», per cui l’essere e il pensare divengono, appunto, tutt’uno. In secondo luogo, gli Yeliy’el sono capi nei loro rapporti con gli altri, nell’accezione più tradizionale del termine: troppo razionali, metodici, cauti, lucidi, logici, perché coloro che li circondano non capiscano quanto sia utile poter contare su uno Yeliy’el, su una testa pensante che sappia parlare chiarissimo e illuminare in ogni circostanza ciò che non tutte le altre teste sanno vedere. E come potrebbero, gli altri, non riconoscere autorità a un individuo simile? Diverrà leader, e non per ambizione (l’ambizione è una smania emotiva, e gli Yeliy’el non se ne lasciano certo dominare) ma perché semplicemente è giusto e ragionevole che sia così. Non per nulla, in letteratura fu Yeliy’el Paul Verlaine, acclamato «principe dei poeti» della sua epoca, che gioiva nell’elencare anche in versi le norme che a suo parere andavano ragionevolmente rispettate per scrivere come si deve. In terzo luogo, infine, l’intelligenza degli Yeliy’el non potrà che guardare dall’alto in basso i modi in cui vive l’altra gente, più o meno smarrita sempre nelle foschie emotivo-sentimental-istintuali. Inutile nascondere l’evidenza: se l’umanità si divide nettamente in esseri superiori e in esseri inferiori, ogni Yeliy’el sa perfettamente, e senza la benché minima vanità, di essere tra i primi; dovrà dunque comportarsi di conseguenza. La sua casa, le sue abitudini, le sue aspirazioni, i suoi gusti dovranno avere qualcosa di particolare o essere più raffinati di quelli della maggioranza: tutto ciò che è suo avrà tratti di esclusività, dal linguaggio, agli abiti, alle tendenze sessuali. E solo ottemperando a queste sue esigenze da ruling class si sentirà perfettamente realizzato. Un illustre, grande esempio di tale finezza lo diede la Yeliy’el santa Teresa d’Avila, che per decenni analizzò con razionalità estrema nientemeno che il processo e i massimi gradi del più aristocratico dei piaceri, l’estasi – con la dovuta attenzione anche per le sue implicazioni erotiche, naturalmente preziosissime ed estremamente originali. Nella vita quotidiana potranno essere mistici, filosofi, poeti, come ritrovarsi a loro agio nell’insegnamento (meglio se negli ordini di scuola superiori); oppure saranno perfetti ai vertici di qualche organizzazione o azienda (meglio se connesse con la tecnologia o la cultura). Sono presidenti, certo, più che manager; o anche pianificatori, architetti e ingegneri; oppure, se personalità particolarmente estroverse e disinvolte, potranno eccellere in qualche movimento popolare o nella gerarchia religiosa, sospinti in alto dall’ammirazione e dalla fiducia dei più.
Ma negli Yeliy’el il primato della testa può anche implicare aspetti burrascosi. A forza di ricondurre tutto alla sfera dell’intelligenza, avviene infatti che il loro animo, e soprattutto il corpo, possano avvertire una nostalgia, anche angosciosa talvolta, delle emozioni forti. Buona parte degli Yeliy’el sanno tenersi saldi al di qua di queste ultime, ben arroccati nel proprio realismo, da un lato, e anche nel timore del ridicolo, dall’altro. Ma quelli che non resistono alla tentazione si cercano passatempi spericolati (dall’alpinismo estremo ai rally nel deserto), oppure esplorano qualche perversione, oppure, nel peggiore dei casi, dopo essersi troppo a lungo limitati, precipitano in qualche tempestosa zona d’ombra da cui si sentono attratti come da un vortice. Fu per esempio il caso del celebre scrittore russo Nikolaj Gogol’, che in una crisi mistica si abbandonò all’anoressia e ne morì; o di Van Gogh, che prima di suicidarsi compì un disperato gesto yelieliano di ingiuria al corpo e al tempo stesso duello tra la sofferenza fisica e la mente che la contempla gelida, feroce, mentre se la infligge. E non si conosce la data esatta di nascita di quel padre della Chiesa, Origene, celebre oratore alessandrino, che attorno al 330 si evirò perché l’istinto non turbasse più la sua saggezza: ma sarei pronto a scommettere che venne al mondo anche lui verso la fine di marzo. È buona regola, per gli Yeliy’el, saper compensare il predominio della razionalità prima che si profili il rischio di simili eccessi. Più saggio fu, tra questi nati, Goya, che seppe rendere omaggio ai demoni che, diceva, «si destano non appena la ragione prende sonno»; li affrontò, li studiò, li raffigurò nei dettagli, esplorando le ombre della propria personalità come si esplora una miniera: la sua lucidità ne usciva, ogni volta, ritemprata, riequilibrata, e sempre più coraggiosa. Gli Yeliy’el sono disperatamente «mentali» – come tutti i Serafini – ma che piacere ascoltarli; sanno dare grandi lezioni di intelligenza con i loro cuori enormemente lontani dalla mente, la cui mente può dispiegare tutta la propria lucidità senza interferenze sentimentali. Ricordando però che ogni energia angelica, se ignorata (o abusata!) presenta anche specifici rischi, da cui l’angelologo mette in guardia spiegando sia come non sprecare forze nel tentativo di raggiungere obiettivi che non ci competono, sia come imparare a riprender fiato, una volta che ci si sia messi in marcia verso gli obiettivi appropriati. Nel caso di Yeliy’el la questione è particolarmente delicata: ai suoi intelligentissimi protetti va consigliato di essere abbastanza intelligenti da permettersi, ogni tanto, anche di fare un po’ gli stupidi, per riscoprire la dimensione del cuore – che in loro è poco sviluppata e perciò ingenua, indifesa, goffa. Il cuore, l’istinto è, in loro, ciò che gli junghiani chiamano «l’ombra»: gli aspetti trascurati, negati, repressi della personalità, i quali, se restano troppo dalla vita quotidiana, possono facilmente rivoltarsi e combinare brutti scherzi. Jung spiegava che nell’«ombra» ciascuno ha il proprio diavolo, il proprio avversario personale; ma anche che l’unico modo per renderlo inoffensivo è portarlo alla luce e venire a patti con esso. Gli Yeliy’el sono fin troppo bravi nel tenere tutto sotto controllo: il loro «diavolo» è il disordine, che può irrompere nella loro vita, tutt’a un tratto, sotto forma di improvvise, disastrose inavvertenze. Sono proprio gli Yeliy’el troppo ferrei nel guidare fermamente la loro passionalità, ad esempio, che rischiano che il loro «diavolo» li spinga a innamorarsi, a un certo punto, della persona più sbagliata, determinando così un periodo orrendo della loro vita. Imparino dunque a considerare e a usare le loro doti cum grano salis, il che nel loro caso significa con un pizzico di follia e di candore, almeno tre volte a settimana. Ci vuole coraggio, senza dubbio. Diceva Tolstoj che le persone sagge devono addestrarsi al «coraggio della stupidità»: (...) ricordatevelo, protetti di Yeliy’el; lì è il segreto della vostra grandezza, oltre che della vostra armonia interiore.
Qualità di Jeliel e ostacoli dall'energia "avversaria"
Le qualità sviluppate da Jeliel sono sono amore universale, amore per i bambini e per il prossimo, bontà d'animo, carattere socievole, aperto e leale; fedeltà, modi affidabili e gentili, senso positivo della gerarchia, rispetto, verità. Dona pace, gioia di vivere, prontezza di spirito e vivacità di pensiero, idee utili e concrete, capacità di seduzione, forte carica erotica, facoltà di amare ed essere amati. Concede ascendente sui potenti, obbedienza, attitudine a tutte le cose che riguardano l'ordine e la giustizia; influenza sulla riproduzione di tutto quello che esiste nel regno animale.

                                               Tratto dal "Libro degli Angeli" di Igor Sibaldi

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